I SUOI PRIMI ANNI A SORGONO: UN ANTONIO GRAMSCI INEDITO NEL LIBRO DI MARCO MARRAS


di Sergio Portas

Se avessi letto questo libro sui Gramsci prima di pubblicare il mio (“Antonio Gramsci: coscienza interazionalistica e subconscio sardo”, ed.Mediatre, 2011) ne sarebbe uscita una “intervista” diversa. Molti sono gli spunti inediti che ha saputo mettere in luce Marco Marras nel suo: “I Gramsci a Sorgono”, Iskra ed., 2014, sorgonese dell’83, laureato a Cagliari in Lingue e Letterature straniere. Giustamente si è chiesto: vero che Antonio, Nino Gramsci è nato ad Ales, ma vero anche che la sua famiglia si trasferì a Sorgono nell’inverno del ’91 (ottocento) e Nino era nato nel gennaio dello stesso anno, per lì abitare per i seguenti sei anni. Come negare dunque che fu questo il paese che lo formò, che gli diede l’impronta, dove sicuramente apprese a parlare il dialetto del posto. E dove, in quel breve periodo, godette di una situazione economica mai più sperimentata nella sua vita infantile e adolescenziale. Il male che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni, il morbo di Pott, lo incontrò a soli diciotto mesi e certo fu la prima causa che contribuì a incrinare la vita serena della famiglia, causa finale di rovina economica e sociale fu l’incriminazione, seguita da condanna, del padre Francesco, titolare del locale ufficio di registro. Peculato, concussione (“lieve danno e valore” cita la sentenza della Corte d’assise di Cagliari in nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia) e falsità in atti d’ufficio: galera per un totale di anni cinque, mesi otto e giorni ventidue. Dal carcere di Oristano, dove era detenuto in attesa del processo, fu trasferito a Gaeta. Proprio dove aveva avuto il destino di nascere 37 anni prima: si sta parlando  del 1860, anno in cui Garibaldi cingeva d’assedio la città dopo che aveva vittoriosamente risalito la penisola, passato lo stretto di Sicilia, e attendeva Il re di Sardegna per consegnargli le terre “liberate”. Il Savoia si portò dietro l’esercito col generale Cialdini a comando, e furono proprio i regolari piemontesi che incrociarono i cannoni con l’esercito borbonico assediato nella cittadella. Tra i difensori che sparavano dalle mura del castello angioino-aragonese anche Gennaro Gramsci, colonnello e padre di Francesco, per il suo valore passò con il medesimo grado nei ruoli dei reali carabinieri. Questi Gramsci erano d’origine albanese, per scampare ai turchi invasori nel quindicesimo secolo, passarono l’Adriatico e si stabilirono in Calabria. Fecero fortuna, la mamma di Francesco era una Gonzales figlia del primo avvocato di Napoli, i suoi figli studiarono sino all’università, tranne il più giovane , appunto Francesco Gramsci che, morto giovane il padre, era ai primi anni di giurisprudenza. Gli toccò trovarsi un lavoro e a vent’anni trovò un posto all’ufficio di registro di Ghilarza. Qui si innamorò di Peppina Marcias e lei di lui. Alta, vestita alla continentale, un anno più giovane, la mamma di Nino aveva perso i genitori da piccola, tirata su da parenti non sempre benevoli ( un suo tutore le rubò quanto restava dell’eredità sua e del fratello Giorgio), aveva nella sorellastra Grazietta un riferimento di affetto sicuro. E’ lei che accolse Peppina e i sette figli nella sua casa di Ghilarza quando, Fracesco, Ciccillo per gli amici, finì in galera e non ci furono più soldi per pagare l’affitto della casa di Sorgono, né per pagare pane e companatico. I due giovani andarono sposi all’età di ventitré e ventidue anni, subito nacquero Gennaro e Emma e Grazietta, trasferiti ad Ales venne al mondo Antonio, a Sorgono Teresina e Carlo e Mario. Donnu Barisone de Serra fa entrare Sorgono nella storia con la esse maiuscola, consigliere fidato di Pietro I d’Arborea venne nominato curatore della regione del Mandrolisai nel 1180, la sua famiglia e il paese seguirà le fortune degli Arborea e poi dei re d’Aragona, i Savoia ne faranno una delle provincie del regno. Ai tempi dei Gramsci contava poco più di 1500 abitanti, 400 famiglie, immerso tra boschi di rovere querce e lecci, 668 metri sul livello del mare, produce cereali, frutta, legname, specialmente noci e alleva molto bestiame d’ogni genere, ma sopratutto raccoglie uva da vino dalle viti che ammantano le colline prospicienti il paese. C’è la Pretura, l’Ufficio delRegistro, il Catasto e la complementare Agenzia per le Imposte. Indispensabile la presenza di una corposa Sezione dei Carabinieri Reali. Naturalmente la farmacia, l’ufficio postale, persino una società operaia di mutuo soccorso. E da ultimo,ma non certo meno importante, Sorgono è diventata punto terminale della ferrovia che parte da Cagliari e vi arriva da Mandas: si parte dal capoluogo alle sei e trenta del mattino, si ritorna partendo da Sorgono alle 18. L’arrivo della strada ferrata “non ebbe un plauso incondizionato”, i No-Tav dell’epoca “misero in dubbio la scienza logistica con cui venne congegnato questo tratto”. Uffici amministrativi e ferrovia da costruire attirarono a Sorgono tutta una serie di persone “estranee”, molti continentali, facendone un centro d’attrazione per ogni tipo di impiego, e fu così che Francesco e la giovane moglie , quattro figli e una subito in arrivo, si inserirono fra quella borghesia alta che comprendeva le antiche famiglie nobili, che ora si accaparravano le cariche di sindaco, di consigliere provinciale e similari, quelle che procuravano i voti per fare eleggere l’esponente politico sardo più importante dell’epoca: l’onorevole Cocco-Ortu, di Benetutti, sindaco di Cagliari per circa trent’anni, fondatore dell’Unione Sarda, sottosegretario e infine ministro dell’Agricoltura nei governi del tempo. Non c’erano dei partiti politici strutturati ma delle vere e proprie bande d’affari con a terminale il deputato eletto. Certo se volevi entrare nel “giro giusto” a Sorgono dovevi votare col sindaco, un Costa, e conseguentemente diventare “cocchista”. A giudicare della “politica familiare”che Francesco Gramsci seguì nello scegliere e trovare i padrini di cresima per i figlioli, magnifica la festa del giugno ’96 per la venuta di monsignor Francesco Zunnui arcivescovo di Oristano a cui toccò cresimare ben duecento bimbi (l’ultimo presule era venuto sei anni prima) in cui ebbero il sacramento anche quattro dei suoi  , i rapporti con l’élite del paese erano eccellenti. Peppina Macias che pure aveva solo la terza elementare era una che leggeva di tutto, dai romanzi rosa a Boccaccio, non mandò subito a scuola il piccolo e malaticcio Nino, compiuti i sei anni, ma fu lei che gli insegnò per primo a leggere e scrivere, e gli faceva ripetere dieci volte che uccello si scriveva con due c, non con una sola come si ostinava a ripetere il giovane Antonino. I Gramsci erano comunque da annoverarsi nella categoria dei “signori”, dell’altra ben più numerosa composta da contadini e pastori la politica non se ne curava, perché elettoralmente non contavano. Votavano solo i maschi naturalmente, le donne italiane dovranno attendere la fine di una seconda guerra mondiale per avere accesso a questo diritto, e occorreva dimostrare di saper leggere e scrivere, in tutta Sorgono un centinaio di persone. I piccoli Gramsci sono negli elenchi dei bimbi che andranno all’asilo delle suore vincenziane e in quegli delle scuole elementari. Mamma Peppina è citata nell’”Unione” tra le presenti alle serate di lettura, e c’erano feste con fonografi e, una volta persino uno spettacolo con un ipnotizzatore, continentale. I giorni che Ciccillo Gramsci si recò a Ozieri, era morto il fratello Nicolino ufficiale dell’esercito, arrivò una ispezione nel suo ufficio. E trovò le irregolarità che lo portarono a processo e poi in carcere. Fu la fine di una favola lieta, Peppina e i bimbi, sette, tornarono a Ghilarza ospiti della sorella Grazia, lei si mise a cucire con la Singer, tenne in casa dei pensionanti, era una brava cuoca. Disse della prigione del padre solo al primogenito Gennaro. Ma volete che a Ghilarza, mercè la cattiveria spontanea di ogni bambino, nessuno abbia mai rinfacciato a Nino e ai
fratelli di aver per padre un galeotto? Un’altra cosa Nino mai perdonò al padre, di non avergli fatto avere  tutte le cure atte a guarirlo del male che lo afflisse. Peppina stessa preferì raccontarsi la storia che, a causare il morbo del figliolo, fosse stata una caduta dovuta all’imperizia di una servetta. Stessa versione diede  anche Antonio scrivendo dal carcere fascista alla cognata Tatiana. Mai Nino scrisse dal carcere al padre. Fu un napoletano alto e biondo quello che incantò la ragazza di Ghilarza e con lei fece una famiglia e sette figli,  indulgendo però nel gioco delle  carte e “spesso lo mettevano sotto”, da qui i trucchi contabili e le ruberie. E il carcere. Furono anni di stenti e di ristrettezze mai prima provate quelli che seguirono “l’età d’oro di Sorgono”. Tutti dovettero diventare grandi subito. Nino,lui cominciò la scuola e fu sempre il primo della classe. Scrisse dal carcere che ai bimbi, pur se piccoli, mai va nascosta la verità, pur dolorosa che possa essere, e questo mai riuscì a perdonarlo neppure alla sua adorata mamma.


	

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