DA BORTIGALI A NEWMARKET NELLA “NAZIONALE DELL’IPPICA”: LA FAVOLA TUTTA AL GALOPPO DI MARCO MURA


di Giovanni Runchina *

«Ho realizzato il sogno della vita». Poche parole perché anche quelle – se abusate – pesano e rischiano di rallentare la sua corsa. Al galoppo da anni, in senso figurato e non solo, Marco Mura ha tagliato il traguardo che ha sempre inseguito: allenare i cavalli della scuderia più importante al mondo, la Godolphin di Mohammed bin Rashid Al Maktoum, emiro di Dubai. Storia a lieto fine, fatta di sacrifici, tenacia e talento. «Ho spedito il mio curriculum più volte nell’arco di un anno, fino a quando è arrivata la chiamata; mi hanno ingaggiato perché rispecchio appieno le caratteristiche ricercate dalla scuderia come peso leggero, verificato mensilmente, e formazione di qualità. Qui ci sono i miglior rider provenienti da tutto il mondo e per me è il massimo».

L’olimpo si trova a Newmarket nella campagna inglese, a un’ora e mezza di macchina da Londra. Assieme a una filiale a Dubai – e ad altre strutture sparse nel mondo – è frutto non dei capricci di un multimiliardario annoiato ma della capacità di trasformare una grande passione in business, grazie a disponibilità finanziarie enormi; lo sceicco, infatti, vanta un patrimonio personale di 16 miliardi di dollari.

Costruito nel 1992, il centro in poco più di vent’anni è diventato il fulcro dell’allevamento e della cura dei purosangue inglese da corsa: adesso nei box ce ne sono 415 e hanno raccolto premi per quasi 22 milioni di dollari nel solo anno in corso. Ma dietro gloria, vittorie e soldi c’è pure tanto lavoro: Godolphin ha 1700 dipendenti tra Inghilterra, Dubai, Francia, Stati Uniti e Australia. I più famosi sono i fantini, gli unici a costante favore di telecamera e di taccuini; attualmente le punte di diamante sono Mickael Barzalona e William Buick che hanno sostituito l’inarrivabile sardo-britannico Lanfranco Dettori, rimasto in sella nella scuderia dello sceicco per 18 anni, sino al 2012. Una vera e propria squadra dei sogni, insomma. «Per un rider entrare in Godolphin equivale alla chiamata in Nazionale per un calciatore. Puoi anche non scendere in campo ma fai parte comunque del gruppo».

Trentaquattro anni, bortigalese doc, padre barbiere e madre casalinga, Marco Mura è arrivato alla “Nazionale dell’ippica” da poco più di un mese, dopo una lunga gavetta tra Siena, Roma e Chantilly. In Toscana, Marco è stato per tre anni alla corte di Peppino Pes, mitico fantino del Palio; poi dieci anni all’ippodromo “Le Capannelle” ad apprendere i segreti dai maestri più famosi: Lorenzo Brogi, Luigi Camici, Gianluca Bietolini e Luigi Riccardi. Da qui il salto in Francia, quest’estate: tre mesi ospite del trainer Alessandro Botti, prima dell’avventura Oltremanica. Accanto alla formazione di livello assoluto c’è una passione enorme, sbocciata precocemente: «Monto a cavallo da quando avevo dodici anni, all’inizio era uno sport ma – appena ho potuto – l’ho trasformato in lavoro. Preferivo il maneggio alla scuola, tante volte ho lavorato per comprarmi briglie e selle, l’unico modo per avere un’attrezzatura tutta mia».

A Newmarket, Marco ha un compito molto importante e delicato: allenare quotidianamente i cavalli e prepararli agli impegni agonistici. «La mia giornata inizia alle 5.40 del mattino con la consultazione della lista dei purosangue da montare, solitamente due o tre. Subito dopo ci si prepara la sella con tutta l’attrezzatura, si misura la temperatura corporea di ogni animale e alle 6.30 si esce dai box e si va alle piste; l’allenatore ci comunica l’attività da svolgere che è personalizzata. La mattinata termina verso le 11.30. Si torna il pomeriggio verso le 16, per circa un’ora e mezza, così da verificare le condizioni dei purosangue montati la mattina e discutere l’andamento dei lavori sia con l’allenatore, sia con i vari caporali. La difficoltà maggiore del mio mestiere consiste nell’interpretare il cavallo e capire ogni suo singolo respiro o movimento; elementi essenziali al fine di una buona preparazione che costituisce, a sua volta, la base per un buon risultato finale».

Anche perché l’ippica in Inghilterra è molto più che una semplice disciplina, è sport nazionale «come il calcio da noi». E l’Italia? Arranca malinconicamente in coda, impastoiata da disorganizzazione, risorse scarse e strutture fatiscenti. «L’ippica nel nostro Paese è in crisi perché non ci sono più fondi statali e strutture adeguate. Siamo fermi, anche mentalmente, a quaranta anni fa – sentenzia impietoso Marco – e non abbiamo fatto il salto di qualità che ha permesso agli altri stati di far crescere questo settore». In queste condizioni è naturale pensare al proprio domani ancora all’estero: «L’isola mi manca molto, ce l’ho sempre nel cuore e torno ogni volta che posso. Voglio farmi una famiglia con la mia compagna attuale e darle serenità e tranquillità anche sul versante economico, cosa molto complicata in Italia. Per quanto riguarda il lavoro, invece, sogno di diventare allenatore e di avere una scuderia tutta mia».

*Sardinia Post

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