LA BARBAGIA ABBANDONATA! IL LUNGO LETARGO DI PIGLIARU: IL GOVERNATORE E’ VIVO O MORTO?

Francesco Pigliaru

di Giorgio Ignazio Onano

 “La politica dovrebbe essere come la Nazionale: dovrebbero sempre giocare i migliori. Ma non è mai così, in nessuna parte del mondo” citava così nel 1995 il fantasista del calcio mondiale, il francese Michel Platini, descrivendo l’allora fenomeno politico. Lo stesso Platini, pur essendo un calciatore e non un politologo, seppe comprendere quella che era una realtà già per gli anni sbagliata, e volta a premiare quei pochi privilegiati nominati dall’alto ed oltretutto il più delle volte incapaci. La politica si compone da sempre di tecnici e politici, e proprio su queste due “categorie”, spesso, sono soliti crescere dei dibattiti che vedono protagonisti esperti ed elettori. Nelle stesse discussioni, ritorna puntuale la solita domanda: “Ma colui che ci sta rappresentando è un politico o un tecnico?” Essere tecnico prevede il coraggio di assumersi delle responsabilità che i “politici di razza” farebbero fatica ad affrontare. Il tecnico eletto in un incarico politico, per sua natura, affronta di petto le innumerevoli problematiche che fanno parte del suo mandato, senza guardare in faccia nessuno. Difficilmente un tecnico viene ricandidato per un secondo mandato. Da questa conseguenza, capace di non far rischiare nulla allo stesso, nasce la voglia di porre in atto delle scelte (spesso drastiche). Il tecnico, generalmente, non vanta grandi consensi sul territorio, e deve la sua elezione all’appoggio dei big del partito, non volenterosi a presentarsi al giudizio dell’elettorato per la candidatura posta in esame. In poche parole, un tecnico non deve salvaguardare il proprio elettorato. E’ stato eletto per comodità dei “Capi bastone” del partito. Il politico, invece, compie percorsi ed atteggiamenti ben diversi: tiene ai rapporti con la società civile e con le istituzioni, saluta chiunque incontri nel suo passaggio per strada,risponde a tutte le telefonate ricevute giornalmente, batte palmo a palmo il territorio, si presta ai favoritismi in cambio di un tornaconto elettorale e genera clientelismo, cercando di dare lavoro ai suoi fedeli elettori. Ma soprattutto il politico basa la sua azione di governo cogliendo gli aspetti, i bisogni e le aspettative del suo elettorato nel momento storico in cui svolge la sua attività amministrativa. Si differenzia dal tecnico per l’equilibrio con il quale svolge delle scelte. Il politico cerca infatti di evitare delle scelte drastiche che potrebbero danneggiarne la sua immagine e il suo “pacchetto di voti”. Distinte le due differenti “categorie”, appare logico porsi la domanda di come sia possibile che troppo spesso delle posizioni centrali di governo vengano affidate a coloro che non hanno un consenso a livello territoriale o che non conoscono i problemi della gente: stiamo parlando ovviamente dei tecnici. Il caso dell’elezione a Presidente della regione Sardegna del Professor Francesco Pigliaru ne è un concreto esempio. Sono passati 10 mesi dal voto, ma, nonostante il lungo lasso di tempo, lo stesso Pigliaru sembra non aver ancor concretizzato quale sia il suo ruolo, ma soprattutto cosa preveda lo stesso. Le scelte immediate e drastiche che “L’AsseSoru”, come tecnico, avrebbe dovuto effettuare ancora non sono state realizzate, ma soprattutto non c’è stata quella presenza tanto promessa in campagna elettorale sui territori della nostra Isola. Pigliaru e il Pd stanno cercando di portare avanti la solita politica del “Cagliari e Sassari centrismo” che dimentica sempre più le realtà locali per dare spazio alle attenzioni del capoluogo e degli altri grandi centri sardi.
I motivi nascono dal fatto che nei piccoli comuni non vi sia un grande concentramento di voti, capaci di condizionare le elezioni regionali. Da tutto ciò, nasce la “stupefacente” idea di lasciare le piccole realtà abbandonate a se stesse, convinti che i sindaci siano dei veri e propri “Superman”.
Ad oggi la Sardegna è vittima di una melma dalla quale è difficile liberarsi. Questa prende il nome di immobilismo. La giunta Pigliaru ne è un concreto esempio. Le riforme iniziate dall’esecutivo regionale fanno fatica a decollare. Tra queste, possiamo citare il famigerato Piano Casa, la riforma delle Asl (che di riforma ha poco e nulla), visto che prevede solamente spartizioni di poltrone e potere. La cultura, vittima sacrificale della politica di Pigliaru, è al collasso. Ne sono concreti esempi il caso dei giganti di Mont’e Prama, dove troviamo un sito incustodito ed abbandonato. In compenso però vengono affidati i lavori di scavo a una Coop affiliata al Pd dell’Emilia. Pigliaru si rende quindi protagonista di un servilismo nei confronti dei vertici nazionali del Partito, i quali giorno dopo giorno si stanno rendendo sempre più registi del “Professore-marionetta”. Sulla vertenza entrate, la Giunta Regionale raggiunge l’apice della propria incompetenza.
Se il patto di stabilità non dovesse raggiungere i risultati sperati, l’anno prossimo si potrebbe correre i rischio di veder mancare perfino i soldi per pagare i dipendenti della Regione. Nel settore aereo, Meridiana si avvia ad effettuare il più grande licenziamento collettivo della nostra storia, mentre l’Igea (che Pigliaru ha affidato ad un supermanager) sprofonda e i lavoratori protestano nelle gallerie della miniera di “Sos Enattos di Lula”.
Questi sono solamente alcune dei gravi errori del quale la giunta regionale è stata l’ideatrice.
In Barbagia Pigliaru non si è mai visto, ma sopratutto sono molti quelli che, ispirati dal modello renziano, si domandano: “Pigliaru chi?”. Se Pigliaru fosse stato un tecnico capace, avrebbe nominato una giunta capace, non “Un’armata Brancaleone” incapace di gettare le basi per risolvere gli innumerevoli problemi dei sardi.
Al fine di contrastare questa grave situazione di incertezza, servono scelte precise e immediate. E’ giunta l’ora di dare spazio ai FATTI. Il presidente ponga fine ad un’ambiguità senza precedenti, decidendo che strada percorrere. In caso contrario sarà la fine per la Sardegna.

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