LA PRESENZA MILITARE SUL TERRITORIO SARDO A SERVIZIO DEL MONDO INTERO


di Lino Dore

Tra le numerose presenze che la Sardegna ed i suoi abitanti vivono da protagonisti, quella militare sul suo territorio merita una riflessione attenta e approfondita. Il problema servitù militari non può essere analizzato sotto un solo punto di vista, infatti, sebbene un po troppo diffuso in Sardegna, investe numerosi aspetti della vita isolana, che partendo da quello politico e passando attraverso quello ambientale, socio-sanitario e socio-economico, conduce a quello culturale, giudiziario e storico. Per non scivolare nella retorica, affronteremo il fenomeno almeno da tre punti di vista, tenuto conto che alcuni rappresentano una costante pressoché ininterrotta nella storia della Sardegna, dove sul suo territorio si tende a dirottare quanto non è ben accetto altrove. Tralasciando la polemica che potrebbe accompagnare tale ingombrante presenza, riconosciamo che la questione militare non rappresenta solamente pressione distruttiva sul territorio, ma a fronte di un sicuro sacrificio ambientale, restituisce marginali vantaggi esclusivamente di natura economica. La classe politica nazionale ha deciso che ogni regione autonoma o meno, deve contribuire alla difesa del territorio nazionale e continentale, permettendo di esercitare periodicamente i militari all’utilizzo delle armi in dotazione e sperimentare nuovi armamenti sul territorio. Sotto questo profilo nulla da eccepire, probabilmente è un contributo sacrosanto richiesto a tutte le regioni per garantire la sicurezza nazionale. Quello che non torna è la concentrazione di tante strutture in una sola regione. Presidi militari, depositi di ogni tipo in enormi porzioni di territorio militarizzato, poligoni per esercitazioni nazionali ed internazionali, basi missilistiche e di rilevanza strategica, aeroporti militari, basi navali concentrati al sessanta per cento in Sardegna rappresentano, forse, un sacrificio eccessivo imposto ad una sola regione. Prendiamo in considerazione il fattore ambientale, probabilmente quello a più alto impatto emozionale e più esposto durante le guerre simulate per la sperimentazione di armi convenzionali e non, che hanno liberato in natura materiali di ogni tipo, anche radioattivi, pericolosi per l’ambiente e per la salute di tutti coloro che ne entrano in contatto, che periodicamente hanno continuato ad inquinare territorio e abitanti. Sebbene i protocolli d’intesa tra stato e regione, abbiano previsto indennizzi e risarcimenti, nessun indennizzo può risarcire danni ambientali tanto devastanti e persistenti nel tempo e sistematici attentati alla salute pubblica. Altro importante argomento è rappresentato dall’impatto socio sanitario che queste attività causano alla collettività che vive a stretto contatto, e che comporta un costo enorme che la società ha dovuto affrontare per curare e contrastare i danni alla salute, provocati da armi sempre più devastanti e non solo quando scoppiano, ma anche per semplice contatto. Infine analizziamo il fattore economico, quello che a sentire i promotori, avrebbe giustificato qualunque sacrificio. Le stime che riguardano il ritorno economico diretto ed indiretto, prodotto dalla presenza delle strutture militari sul tessuto produttivo della regione, parlano di cifre estremamente trascurabili per l’economia locale, equamente suddivisi tra personale civile del ministero della difesa ed aziende che forniscono beni e servizi all’amministrazione militare, anche se in questo preciso momento storico anche queste risultano importanti per l’economia complessiva, sono comunque insufficienti a giustificare le risorse necessarie alla successiva bonifica dei territori interessati e alle limitazioni imposte alle attività economiche civili. Negli ultimi anni, il mutato quadro strategico, l’evoluzione verso forze armate professionali, ha ridimensionato considerevolmente la presenza militare in tutto il paese, restituendo, dopo le necessarie bonifiche, agli usi civili le aree compromesse con consistenti vantaggi per il territorio.

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