PRESENTATA ALL’UNIVERSITA’ DI SASSARI UNA RACCOLTA DI STUDI IN ONORE DI PADRE RAIMONDO TURTAS, GESUITA, STORICO DELLA CHIESA IN SARDEGNA, VALORIZZATORE DELLA CULTURA E DELLA LINGUA SARDA

Da sinistra, Mauro G. Sanna, Guido Melis, Raimondo Turtas, Attilio Mastino, Ettore Cau, Paola Ruggeri

di Paolo Pulina

L’Università di Sassari ha tributato un meritato omaggio alle ricerche storiche  (in massima parte dedicate alla Sardegna) del padre gesuita Raimondo Turtas (Bitti, 1931), che  dal 1980 al 2003 è stato docente di Storia della Chiesa  e del Cristianesimo in quell’Ateneo. La  “lode”  al prof. Turtas è stata espressa  attraverso la pubblicazione  di  una corposa miscellanea di studi a lui offerti (ben 28 contributi, firmati da 29 docenti universitari) intitolata  “Historica et Philologica. Studi in onore di Raimondo Turtas”, pubblicata per le cure di Mauro G. Sanna  dalle Edizioni AM&D di Cagliari.

La presentazione del volume è avvenuta nel pomeriggio di sabato 11 ottobre 2014,  presso  l’Aula Umanistica del Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione dell’Università di Sassari, davanti a un folto pubblico di colleghi accademici, di amici e di compaesani del festeggiato.

Dopo il saluto del rettore dell’Università, Attilio Mastino,  sono intervenuti tre relatori: Paola Ruggeri  (Università di Sassari) ha esaminato i saggi riferiti all’età  antica;  Ettore Cau (che è stato docente di Paleografia e poi anche Preside  per un anno della Facoltà di Magistero a Sassari nel periodo  1976-1980 prima di ritornare a Pavia come docente di Paleografia e poi per diversi anni come Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia) ha riassunto i temi trattati  nei saggi relativi all’età medievale, senza risparmiare qualche simpatica battuta sul carattere “barbaricino” di Turtas; Guido Melis (Università di Roma “La Sapienza”) ha presentato sintetiche schede dei contributi aventi per oggetto,  nel volume collettaneo, problemi e figure dell’età moderna e contemporanea.

Non sono mancate  testimonianze  di affetto e di stima da parte del vescovo emerito di Nuoro Pietro Meloni e del prof. Manlio Brigaglia, che  fin dagli inizi degli anni Ottanta del Novecento ha valorizzato gli apporti scientifici di Turtas, per esempio nella rivista “Quaderni sardi di storia” e nell’enciclopedia “La Sardegna” (proprio su questi testi ho cominciato personalmente a conoscere l’attività di ricerca di Turtas). A un lavoro co-firmato da Brigaglia e Turtas, Nuovi documenti per una biografia asproniana (contenuto nel volume  Atti del Convegno nazionale di studi su Giorgio Asproni, Nuoro, 3-4 novembre 1979), sono particolarmente affezionato in quanto mi ha dato prima la possibilità di conoscere e poi  la soddisfazione di pubblicare  l’unica lettera scritta dal canonico ploaghese Giovanni Spano al bittese Giorgio Asproni a noi pervenuta, rimasta inedita per ben 150 anni!

Grazie all’indicazione del sardo pavese Ettore Cau (è nato a Borore nel 1940), il Circolo culturale sardo “Logudoro” di Pavia, allora presieduto da Filippo Soggiu (vicepresidente era Gesuino Piga, allora direttore amministrativo dell’Ateneo pavese), chiamò nella città lombarda Raimondo Turtas nel giugno 1996 per una conferenza dal titolo “La religiosità in Sardegna: il Medioevo” (è questa l’unica uscita di Turtas presso i Circoli degli emigrati sardi nell’Italia continentale).

Raimondo Turtas è stato agli inizi del suo sacerdozio parroco di Oniferi e da sempre  è un sostenitore della messa anche in limba sarda: sia Cau che Brigaglia hanno ricordato le sue prediche in sardo, in particolare quella svolta, nel santuario  campestre dedicato alla Madonna Annunziata (S’Annossata) a Bitti (25 marzo 2005), nella variante linguistica “bittichesa” che mantiene  echi del ruvido latino popolare che non possono non affascinare anche chi come me è stato allevato a Ploaghe, in una culla  (nella culla, direbbe Giovanni Spano) del logudorese.

Le cronache giornalistiche ricordano che  quella messa celebrata totalmente in sardo fu autorizzata eccezionalmente dall’allora  vescovo di Nuoro, monsignor Pietro Meloni. In ogni caso Turtas ci tiene a far sapere che a Bitti predica sempre in sardo e lo stesso fa, in alcuni periodi, anche a Sassari.

Padre Turtas come teorico (e pratico) della lingua sarda nella liturgia è presente sia nel suo “Pregare in sardo: scritti su Chiesa e lingua in Sardegna” (a cura di Giovanni Lupinu; prefazione di Duilio Corgnali; Cuec, 2006) sia nel volume scritto insieme con  Bachisio Bandinu e don Antonio Pinna, “Lingua sarda e liturgia” (Domus De Janas, 2008).

Ma prima di chiudere è impossibile per me, che ho voluto esprimere a Sassari al prof. Turtas l’affetto del mondo degli emigrati sardi e in particolare della FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia) e del Circolo “Logudoro” di Pavia per i suoi studi sulla Sardegna e per la valorizzazione della lingua sarda, non citare le sue ricerche su quegli emigrati sardi particolari  che sono stati e che sono ancora oggi  i missionari della fede cristiana nelle diverse regioni del mondo. Tanto per dare qualche dato concreto: tra il 1615 e il 1760 partirono per le missioni dell’America (Messico, Venezuela, Perù, Cile, provincia rioplatense che comprendeva le attuali Paraguay, Argentina e Bolivia) e delle Filippine almeno 110 gesuiti sardi. Su queste figure sono fondamentali  gli studi di Turtas intitolati “Gesuiti sardi in terra di missione tra Seicento e Settecento” (Nuoro, Istituto Superiore Regionale Etnografico, 2009) e  “I gesuiti in Sardegna: 450 anni di storia, 1559-2009” (Cuec, 2010).

Padre Turtas è stato anche lui missionario in Madagascar ma per tutta la vita è stato e continua ad essere un “missionario” della storia e della cultura sarda. Basta vedere la sua casa-biblioteca per rendersene conto.

Adesso la sua determinazione, la sua “mission”  è una sola:  aggiornare la sua monumentale  (quasi mille pagine) “Storia della Chiesa in Sardegna: dalle origini al Duemila” (prima edizione: Città nuova, 1999). Bonu traballu, prate Turtas!

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