EMIGRAZIONE COME PROBLEMA O COME RISORSA? MA IL MODELLO DEL “CIRCOLO SARDO” E’ ORAMAI SUPERATO


di Omar Onnis *

L’emigrazione sarda è più viva che mai. Non è una buona notizia. Illudersi che si tratti di un fenomeno del passato è molto pericoloso. La nostra già debole demografia in questi ultimi anni sta subendo colpi difficili da incassare senza traumi. Decine di migliaia di sardi ogni anno lasciano l’isola: molti per studio, diversi per lavoro, quasi tutti per necessità. La tendenza prevalente è verso un rapido spopolamento dell’isola, con l’aggravante della fuoriuscita della parte più attiva della popolazione. Spopolamento che non è bilanciato da nuove nascite (la Sardegna è una delle regioni europee col minor tasso di natalità) né dall’immigrazione. In questo quadro drammatico la politica è sostanzialmente assente. Da un lato le normative e le misure operative discendono da scelte dello stato centrale, senza alcun riguardo per la situazione locale (lasciando da parte ogni considerazione sulla pessima qualità di tali scelte); dall’altra la politica sarda sembra non vedere il problema, o considerarlo inevitabile. L’impressione è che l’emigrazione sia quasi favorita, come strumento di sfogo dei problemi socio-economici che non si riesce o si vuole risolvere in altro modo. È come se la classe dominante sarda abbia consapevolmente stabilito di sacrificare una parte consistente della nostra popolazione pur di non alterare equilibri di potere e di spartizione che altrimenti dovrebbe necessariamente ridiscutere. Così, da un lato i problemi strutturali della Sardegna non vengono minimamente toccati, onde evitare di mettersi in contrasto con i referenti esterni cui si deve la propria legittimazione e la propria carriera (non solo politica); dall’altro si abbandonano a se stessi i molti sardi che ogni anno decidono di tentare la sorte fuori dall’isola. Fare esperienza fuori dalla Sardegna di per sé non è affatto un male. Anzi, nella nostra condizione geografica e culturale dovrebbe essere un fattore di sviluppo umano, come tale governata, pianificata, resa fertile, produttiva di ricadute positive sull’isola. Sappiamo però che di solito è un’emigrazione definitiva, persino quando questo esito non era previsto nelle intenzioni di chi emigra. Le comunità dei sardi all’estero cercano di rispondere ai nuovi flussi come possono. Di solito si tratta di forme associative nate in un’epoca diversa, strutturate secondo criteri statici e poco attinenti alle esigenze attuali. In alcuni casi l’evoluzione dell’emigrazione sarda organizzata è andata avanti con una certa rapidità, ma in generale (e soprattutto in Italia) è rimasta ancorata al modello “circolo dei sardi” ormai poco funzionale e quasi sempre poco attraente per la nuova emigrazione. Capita anche di assistere alla curiosa richiesta di formare meglio i giovani sardi in vista della loro emigrazione. Una richiesta che appare logica, nell’ottica di una integrazione rapida e proficua dei nuovi emigrati presso le comunità che li accolgono, ma che dà per scontata l’inevitabilità della diaspora. Una politica responsabile e che si scrolli di dosso la sindrome dipendentista dovrebbe lavorare ad una drastica pianificazione demografica che preveda un’inversione di tendenza. Non tanto cercare di arrestare il flusso in uscita, ma piuttosto creare le condizioni perché ad esso corrisponda un analogo e possibilmente maggiore flusso in entrata. Affrontare i nodi strutturali della nostra condizione storica è la prima urgenza: la Sardegna deve diventare un luogo in cui vivere sia possibile prima di tutto per chi già ci vive. Condizioni basilari per raggiungere questo effetto sono: dotarci di un sistema economico funzionante con le proprie forze e le proprie risorse; generare un’offerta di formazione e di specializzazione all’altezza degli standard internazionali, innalzando il livello di alfabetizzazione e il tasso di laureati; operare per una politica degli alloggi più aperta e democratica, scoraggiando la speculazione privata ed agevolando la creazione di nuclei familiari (quindi dotarsi anche di una adeguata politica di sostegno alla famiglia, all’infanzia e al lavoro femminile); agevolare l’immigrazione e il ripopolamento dei nostri centri abitati. Tutto questo dovrebbe essere tra le priorità di una politica che ponesse la Sardegna e i sardi al centro del proprio orizzonte. Dentro un quadro del genere, potrebbe essere funzionale anche una politica dell’emigrazione, rivolta alla crescita professionale, intellettuale e cultuale dei sardi. L’emigrazione potrebbe diventare una fonte di arricchimento materiale e immateriale, un volàno del nostro sviluppo. Senza il mutamento radicale dell’approccio politico al fenomeno, però, la nostra diaspora rimarrà invece solo un fattore di impoverimento. Il rischio è concreto ed anzi minaccioso. Non possiamo illuderci che ad affrontarlo positivamente siano le forze politiche che hanno il proprio orizzonte di riferimento e il proprio baricentro degli interessi lontano dall’isola. Anche su questo tema è necessaria una grande assunzione di responsabilità generalizzata, nella quale l’attuale emigrazione sarda abbia una voce in capitolo e sia coinvolta pienamente a livello di testimonianza e di contributo fattivo.

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