ABIGEATO, REATO ANTICO: IN SARDEGNA, DOVE LA CULTURA AGROPASTORALE ERA PREVALENTE


di Lino Dore

Sin dalla comparsa dell’uomo, alcune attività naturali, considerate essenziali per la sua sopravvivenza, tramandate attraverso il mito, hanno resistito, emergendo indelebili dalle nebbie della preistoria, continuando a riaffermarsi all’interno di alcune culture, nonostante cambiassero tempi, modi e luoghi. Razzie di animali e persone hanno fatto parte della storia degli uomini, che per giustificare comportamenti morali poco trasparenti, hanno attribuito la responsabilità dei primi eventi a dei e semidei, che sin dall’antichità hanno comportato sofferenze, sciagure e guerre. Poco si conosce di quanto accadeva nella preistoria, dove il cibo lo si ricavava da caccia, pesca e da una agricoltura primordiale, ma quando allevare animali e coltivare piante divennero attività predominanti di pastori e contadini non più nomadi, poteva accadere che il necessario lo si sottraesse con astuzia ad altri. In epoca storica quando il Diritto, nel tentativo di attenuare conflitti violenti, tracciava i confini tra lecito ed illecito, sottrarre animali d’allevamento agli allevatori fu chiamato abigeato, dal termine latino abigere (spingere avanti a se), pratica usata per alleggerire di mandrie e greggi i legittimi proprietari, spingendole frettolosamente davanti. In Sardegna dove la cultura agro pastorale sin da tempi antichi era prevalente, l’abigeato era considerato un reato molto grave, perché sottraeva risorse insostituibili all’allevatore, quindi lo si sanzionava esemplarmente e il diritto penale se ne occupò a fondo, perché comportava non solo diminuzione patrimoniale, ma incideva sensibilmente su ordine e salute pubblica. Tali fatti criminali fornivano materiale alla macellazione clandestina, attività priva di qualsiasi garanzia igienico sanitaria per il consumatore, che oltretutto rappresentava concorrenza sleale per coloro che utilizzavano i canali legali, dando spesso inizio a lunghe e sanguinose faide familiari e locali. Si rivelò non solo fenomeno di costume, ma rappresentò una realtà significativa che incise oltre che in ambito economico anche in quello sociale, nella misura in cui per difendere gli animali, allevatori e pastori dovettero assumere adeguate contromisure. Constatato che le sole sanzioni, per quanto pesanti, non si rivelavano efficaci, in principio agricoltori ed allevatori, per contrastare il fenomeno abigeato, molto diffuso nell’isola, soprattutto nelle sue regioni più povere, istituirono delle ronde volontarie, formate da appartenenti alle categorie interessate, che si facevano carico di controllare il territorio, per rendere più difficile l’operato degli abigeatari. Durante la dominazione spagnola si introdusse l’istituto del Barracellato per arginare oltre al singolo reato, tutti i fenomeni di criminalità rurale, successivamente conservato anche durante il dominio piemontese. Le Compagnie Barracellari, praticamente sconosciute al di fuori dell’universo sardo, costituiscono un’istituzione originaria e antichissima della Sardegna, vero e proprio corpo di polizia rurale, riconosciuto e regolamentato nel 1898 da un decreto regio, sorto in origine per contrastare il fenomeno abigeato e finanziato dagli stessi agricoltori ed allevatori, sino a qualche decennio fa presente in quasi tutti i comuni isolani. Con centinaia di compagnie e migliaia di volontari, il barracellato ha rappresentato il fenomeno associativo e cooperativistico maggiormente diffuso in Sardegna. Lo spopolamento delle campagne, la minore importanza economica assunta dal settore agricolo e zootecnico, ha ridimensionato la diffusione e la presenza dei barracelli nel tessuto sociale della Sardegna dove al barracello, un tempo uomo di indiscussa reputazione, quasi un ranger senza macchie e paura, si richiedono nuove funzioni e competenze, che oltre al controllo del territorio, si spingono alla salvaguardia e tutela del territorio. Oggi la ridotta diffusione del fenomeno abigeato ha mitigato la gravità sociale attribuita al reato, e quindi anche l’entità della pena, che nell’attuale ordinamento è considerato aggravante del reato di furto. 

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