SERVITU' MILITARI IN SARDEGNA: VOGLIA DI REFERENDUM. LA GIUNTA REGIONALE PER LA PRIMA VOLTA PARTE CIVILE NEL PROCESSO PER DISASTRO AMBIENTALE


di Massimo Lavena *

In Sardegna ripartono i giochi di guerra: dalla fine di settembre e per tutto l’autunno poligoni e basi militari dell’Isola saranno impiegate per esercitazioni di terra e di mare, con attacchi aerei, lanci di razzi, bombe. La Sardegna paga allo Stato Italiano, con 33mila ettari, il 65% di tutte le basi e poligoni nazionali. Territori posti su tutta l’Isola: Teulada, Capo Frasca, Perdasdefugu, Quirra, sono nomi di località ripetutamente nominati in questa estate di proteste contro la massiccia presenza militare, i rischi ambientali, i pericoli per le comunità, i limiti imprenditoriali. La Giunta Regionale ha compiuto atti concreti, oltre alle proteste formali nei confronti del Ministero della Difesa: in particolare – ed è la prima volta che accade in Italia – sarà parte civile nel processo per disastro ambientale nel Poligono interforze del Salto di Quirra, sulla costa orientale, che inizierà il prossimo 26 settembre. È stato richiesto formalmente anche il blocco dall’anno prossimo di tutte le attività militari durante la stagione turistica e la chiusura progressiva di tutte le servitù operative: il grave incendio sviluppatosi a causa di un bombardamento da parte dell’aviazione tedesca, durante una esercitazione internazionale al poligono di Capo Frasca (costa occidentale), ha distrutto oltre 34 ettari di rara macchia mediterranea; nella base di Capo Teulada sono stati distrutti diversi nuraghi usati anche come bersaglio, ed una penisola rocciosa ha cambiato il suo aspetto, devastata dai proiettili sparati dalle navi della Nato. Da una parte ci sono gli interessi nazionali ed internazionali della difesa, dall’altro le necessità delle popolazioni. Proprio su questi aspetti è in atto un dibattito acceso tra sostenitori dell’apporto economico che la presenza militare offre alle popolazioni locali e chi invece, al grido di “A fora de sa Sardigna”, richiede la chiusura e la dismissione delle servitù.

Prima di tutto salute e ambiente. Per Peppino Fanni, segretario provinciale della Cisl dell’Ogliastra, le servitù militari “possono servire e servono se fatte con intelligenza e moderazione. Io parlo del poligono di Quirra: potrebbe essere un’occasione di sviluppo per il territorio se diventasse duale, perché si può realizzare una attività di sperimentazione militare e civile, a patto che non si inquini il territorio e non si causino problemi di salute alle popolazioni. Una servitù militare delle dimensioni di quella di Quirra-Capo San Lorenzo-Perdasdefogu dovrebbe essere calata in modo diverso nel territorio: parlare di ricerca aero-spaziale finalizzata anche all’uso civile, con informatica, fisica, ingegneria, garantirebbe sviluppo, lavoro per molta parte della Sardegna, non solo nel nostro territorio”. “Sempre tenendo conto che i fattori principali sono salute e tutela dell’ambiente – aggiunge il sindacalista – se c’è una industria che non inquina, dà lavoro e porta benessere non si può essere contrari. C’è un processo in atto sul poligono di Quirra, che aspettiamo dia il suo esito definitivo. Che si definisca, una volta per tutte, se c’è inquinamento con conseguenti danni per la salute”.

Ascoltare le popolazioni. “Secondo me bisogna uscire dagli schemi ideologici – dice don Francesco Mariani, sociologo, parroco a Nuoro e fondatore della storica Radio Barbagia – un anno facciamo la battaglia contro le servitù militari, un altro anno contro la costruzione della caserma a Nuoro, l’anno dopo facciamo la battaglia perché non vogliamo che la caserma di Macomer venga chiusa, poi non vogliamo che quel poligono chiuda. Decidiamo cosa vogliamo. Perché se a Perdasdefogu fanno lo sciopero perché vogliono il poligono a Cagliari non è che possano fare lo sciopero perché non lo vogliono. Se a Macomer si protesta perché c’è una riduzione dei militari e chiudono le attività commerciali, a Sassari non possono protestare perché ce ne sono troppi”. Secondo don Mariani “sui poligoni militari il confronto è tra il volere o no la presenza dei militari, ma ricordiamoci che ci sono comuni che storie non ne fanno. Sicuramente c’è un problema: chi ha nel suo territorio servitù militari deve farsele pagare. Lo Stato lo deve capire. Per i Comuni (ed è un discorso che vale per le servitù militari, per le colonie penali, per gli accampamenti militari, per le basi di addestramento) i territori preclusi dalle servitù devono diventare fonte di guadagno. Bisogna chiedere agli abitanti de La Maddalena se sono contenti che non ci siano più le basi statunitensi. Di questo non parla nessuno. Sentiamo una vulgata che dice che è stato giusto che andassero via. Ma perché non chiedere agli abitanti del posto se volevano che le basi chiudessero? Agli abitanti di Teulada, come a quelli di Perdasdefogu, si può chiedere se la base la vogliono o no? A me sembra che questo sia il punto di partenza di un confronto dove non prevalga lo schema ideologico: perché non si chiede con un referendum quale sia l’opinione delle popolazioni locali?”.

* SIR servizio informazione religiosa

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