NEL VOLUME “LA SARDEGNA E IL TURISMO” SANDRO RUJU HA RIUNITO SEI TESTIMONIANZE “D’AUTORE” SULLE ORIGINI E SUI CARATTERI DELL’INDUSTRIA DELLE VACANZE NELL’ISOLA


di Paolo Pulina

Sandro Ruju studia da molti anni la realtà economica, sociale e politica della Sardegna contemporanea. Ha pubblicato diverse monografie sulla storia dell’industria isolana (dalle concerie ai sugherifici, dalle miniere alla petrolchimica) utilizzando anche le fonti orali. È tra i soci fondatori della Società  Italiana di Storia del Lavoro (nel 2012 ha curato con Cecilia Dau Novelli il primo volume del “Dizionario storico degli imprenditori in Sardegna”, Cagliari, Aipsa, pagine 204).

Costante è stato nel tempo il suo interesse riguardo alle problematiche del turismo in Sardegna, anche in rapporto al fatto che Ruju ha insegnato per  quasi 40 anni negli Istituti alberghieri della provincia di Sassari.

Risale a metà degli anni Ottanta la ricerca “Dalla scuola al lavoro: due inchieste sugli sbocchi occupativi e sulle esperienze di lavoro nel settore turistico dei diplomati e degli studenti degli Istituti alberghieri della Sardegna a partire dagli anni 70”.

In tempo utile perché potesse essere conosciuto dai turisti che hanno soggiornato in Sardegna nell’estate 2014, sempre per i tipi della Edes di Sassari, Ruju ha curato il volume “La Sardegna e il turismo: sei testimoni raccontano l’industria delle vacanze”; pagine 210.Nel 1997 Ruju è stato il curatore del volume  (postumo)  di Gian Adolfo Solinas, “Un’ isola di vacanze: per una storia critica del turismo in Sardegna”; prefazione di Umberto Giordano (Sassari, Edes).

Nel libro Ruju ha raccolto, sul rapporto indicato nel titolo, le interviste a Bruno Asili (direttore del Centro di Programmazione regionale), a Manlio Brigaglia (storico e giornalista), a Umberto Giordano (direttore dell’Ente provinciale del turismo di Sassari), ad Antonio Mundula (presidente degli albergatori di Cagliari), a Pasqua Salis Palimodde (dell’albergo-ristorante “Su Gologone”) e a Gianfranco Tresoldi (manager, già direttore del “Pontinental” di Platamona).

Le interviste sono precedute dalla prefazione della studiosa Vera Zamagni (dell’Università di Bologna) e dall’introduzione di Ruju, e sono corredate da quattro inserti fotografici (di oltre trenta pagine) di grande interesse storico-documentario.

I sei intervistati rievocano i loro ricordi, le loro esperienze professionali e naturalmente danno il loro giudizio competente di “addetti ai lavori” rispetto alle origini e alle fasi di organizzazione di una vera e propria “industria” turistica in Sardegna, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento.

Il turismo di massa ha introdotto in Sardegna mutamenti profondi a livello economico, sociale e culturale. Le testimonianze “d’autore” presenti nel libro inquadrano storicamente il tracciato delle scelte man mano compiute da chi aveva in mano le “chiavi” dello sviluppo turistico dell’isola. Sui risultati raggiunti dal predominante “verso” marino-balneare delle opzioni turistiche in Sardegna certo oggi possono esprimersi anche i semplici fruitori dei servizi e delle strutture  di accoglienza dei turisti (compresi  gli emigrati sardi che solo d’estate possono utilizzare le abitazioni  non lontane dal mare faticosamente costruitesi con i risparmi di decenni di lavoro fuori dell’isola natìa)  e le valutazioni potrebbero essere,  a giusta ragione,  impietosamente negative ma libri come questo di Sandro Ruju aiutano ad acquisire una coscienza storico-critica dell’industria che ha segnato il passato recente  e continuerà a improntare di sé il futuro dell’isola.

Recensendo il libro sull’ “Unione Sarda” Celestino Tabasso ha commentato: “È un volume che offre elementi di riflessione a chi il turismo – per lavoro o per ruolo istituzionale – deve cercare di rilanciarlo, ma anche ai tanti che lo hanno letto di volta in volta come alternativa alle ciminiere, come minaccia per il paesaggio, come scommessa mancata o invece ancora tutta da giocare in termini più redditizi e stimolanti del canonico sole-mare. Ruju, storico dell’industria e del mondo del lavoro, abbina le sue competenze scientifiche a una abilità da conversatore-intervistatore insolita in un ricercatore”. Sottoscrivo le parole di Tabasso.

Aggiungo tre note personali.1) Accompagnato dalla rappresentanza femminile della mia famiglia di pastori ploaghesi, a metà degli anni Cinquanta, soggiornai un’estate ad Alghero, raggiunta da Sassari con un trenino che percorreva a passo d’uomo un ponte paurosamente instabile, perché il dottore aveva ordinato per me  la cura benefica del mare. L’alloggio era un camerone disadorno ma le donne presenti vi ricreavano la vita quotidiana della casa lontana dal mare. Alghero, fin d’allora “attrezzata” per turisti poveri, non poteva non rimanermi sempre  nel cuore. 

2) Quando pubblicò il volumetto “Dove va la Gallura” (Sassari, Gallizzi, 1964, pagine 104), il nostro prof. d’Italiano al liceo “Azuni” di Sassari, Manlio Brigaglia,  ne regalò copia a me, a Sandro Ruju e ad altri della stessa classe. Giustamente Sandro richiama l’opuscolo (che a noi fece intravvedere in presa diretta le prospettive create dagli investimenti targati Aga Khan)  nella sua intervista a Brigaglia, i cui racconti di vita vissuta sono sempre affascinanti, quasi  spettacolari episodi di film in cui trovano posto stupendi “cammei” riservati ai protagonisti, grandi e piccoli,  delle vicende “affabulate”. 3) Sandro Ruju ed io fummo mandati proprio da Brigaglia, a conclusione dell’esame di maturità, nell’estate del 1967,  a fare uno stage presso l’ufficio stampa del Consorzio per lo sviluppo della Costa Smeralda. Il responsabile, accompagnando i giornalisti che venivano a conoscere e ad illustrare il fenomeno “Costa Smeralda” (tra questi l’inviato speciale de “Il Giorno” Marco Mascardi, i corrispondenti dell’ “Unione Sarda” e de “La Nuova Sardegna” da Olbia), ci fece visitare gli alberghi che già allora potevano permettersi solo  i magnati e anche la villa di Margaret d’Inghilterra. 

Non era posto per noi due pivelli. Vergognosamente abbandonammo il campo. Ruju non ha voluto inserire questo ricordo personale nel libro. Lo faccio io. La nostalgia per l’occasione mancata è controbilanciata ancora oggi dalla rabbia nell’aver visto allora  i nostri  “ballerini” sardi in costume esibirsi, sotto un sole cocente,  nella piazza di Porto Cervo  come  rappresentanti “nativi” di un’isola “colonizzata”.

La situazione è cambiata in questi ultimi cinquant’anni? Agli specialisti l’ardua sentenza. Magari in un prossimo libro, sempre a più voci, curato da Sandro Ruju.

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