E’ IL SIMBOLO DI UNA RINASCITA PER VILLASOR: SU CASTEDDU DI BIDDASORRISI


di Emanuela Katia Pilloni

L’isola dei Tirreni, costruttori di torri, conobbe un’altra stagione di svettanti dimore e potenti fortificazioni: i secoli bui del Medioevo risplendettero, infatti, di maestosi castra civili, dislocati negli snodi nevralgici del commercio e della difesa.

L’incastellamento. Il fenomeno dell’incastellamento, chiave di volta della storia europea fra il IX e il XII secolo, con i relativi accentramenti antropici in altura e le gerarchizzazioni demografiche, modificò prepotentemente anche il paesaggio della Sardegna con il progressivo passaggio da villaggi rurali sparsi, ad abitati chiusi e fortificati. È all’epoca della dominazione bizantina che risalgono le più antiche fortezze equiparabili ai castelli medievali, con funzione di difesa dagli assalti dei vandali: a pianta quadrata e muniti di torri, i castra bizantini – tanto quelli intra che quelli extra moenia – garantivano protezione alla popolazione del borgo. I castra situati in zone impervie e montuose, finirono per realizzare un vero e proprio cordone difensivo, delimitando aree intorno a territori circoscritti che avrebbero poi dato vita alle curatorie barbaricine, ulteriormente circoscritte nel limes territoriale bizantino da altre roccaforti. Con l’avvento dei quattro regni giudicali di Torres, Arborea, Calari e Gallura, le curatorie divennero distretti amministrativi composti da centri urbani e ville rurali assoggettate a un capoluogo in cui dimorava il curatore. La difesa dei singoli limines giudicali fu affidata ai castelli litoranei e dell’entroterra, innalzati in alture per lo più scoscese e isolate. Fino alla conquista aragonese (1324 circa) costruzioni fortificate furono dapprima autoctone (edificate, cioè, per iniziativa dei giudici locali) e in seguito coloniali, realizzate, cioè, su impulso dei dominatori pisani, genovesi e aragonesi.

Villasor. Situato a 25 chilometri a nord-ovest di Cagliari, nella fertile pianura del Campidano, il comune di Villasor si erge tra i 22 e i 29 metri sul livello del mare, su una vasta zona alluvionale formatasi nel quaternario e attraversata da diversi corsi d’acqua, per lo più a carattere torrentizio, a eccezione del Flumini Mannu. La felice posizione geografica e il clima mite, favorirono gli insediamenti umani fin dall’epoca nuragica, come testimonia l’abbondante ritrovamento di materiale litico e ceramico e soprattutto la presenza del complesso nuragico de Su Sonadori, ubicato nella periferia nord-occidentale del paese nella regione detta de S’Aqua Cotta. Poche ma significative le testimonianze bizantine e soprattutto quelle medievali, con il forno per la cottura dell’argilla. Durante l’epoca giudicale il centro fu inserito nella curatoria di Hippis (nota anche nelle varianti Parte Ipis,Gippi o Guip), che gravitava intorno al centro di Gippi susu,situato a un chilometro circa dall’attuale centro di Villasor. Nel 1326, in seguito al trattato di pace stipulato dai Catalani con gli sconfitti pisani, la curatoria di Gippi passò ai toscani che la mantennero solo per qualche decennio. Già nel 1414, infatti, la Corona d’Aragona concesse in feudo, a Giovanni Silliver, l’intera curatoria, compresa villam Sorris, che era fra quelle chesolebant esse populatas. Il feudo passò poi in mano a diversi feudatari, fino a giungere alla nobile casata aragonese degli Alagon, che ne detenne il possesso fino all’abolizione dei feudi sardi a opera di Carlo Alberto tra il 1835 e il 1839.

Il nome del paese. Il toponimo Villasor è attestato per la prima volta in una carta geografica del 1550 (la cosiddetta Sardinia Insula di Sigismondo Arquer), è indicato con il nome di Sorris e affianco al nome è raffigurato il castello. L’etimologia del toponimo Villasor (BiddaSorrisi, in campidanese) è complessa ed è ancora oggetto di diatriba fra gli esperti, anche se limitatamente alla parte terminale SOR, che per alcuni sarebbe legata al latino Horrea-granaio (in riferimento all’antica funzione in epoca romana), con successivo passaggio da Horrea a Sorreae quindi a Sorres. Meno condivisibili sono altre ipotesi, pur degne di nota, come quella avanzata dallo storico Giovanni Spano, che vede in SOR una derivazione dal fenicio TSOR(fortezza), in relazione alla presenza della “casa-fortezza” del Siviller; o quella recente che considera indoeuropea la radiceSOR, che significherebbe dunque sorella. Quest’ultima ricostruzione ha però il merito di spiegare meglio l’origine della forma campidanese del toponimo: Bidda Sorrisi.

Il castello. La Casa Forte degli Alagon – al secolo Castello Siviller – sorge nella parte centrale dell’abitato, benché all’epoca della sua costruzione insistesse lungo la strada reale, alla periferia del paese. Edificato su richiesta di Giovanni di Sivilleris nel 1415, può essere annoverato fra più significativi rappresentanti dell’architettura civile e militare in Sardegna. Poiché il castrum doveva sorgere sulle rovine dell’antica chiesa parrocchiale di Santa Maria, fu necessaria l’autorizzazione dell’arcivescovo di Cagliari, Pietro III Spinola: la salvaguardia dell’area dalle incursioni dei ribelli arborensi (superstiti della guerra tra gli Arborea e gli Aragona), era rivelante anche per la diocesi caralitana e per la Corona, che si garantiva un baluardo difensivo per la vicina Sanluri e un sicuro controllo dello snodo viario che conduceva all’Arborea. Verosimilmente la casa signorile sorse nel luogo in cui era già presente una torre di controllo doganale, che sembra potersi riconoscere nella struttura turrita posta nel lato settentrionale.

La struttura. La fisionomia del castello è quella tipica delle fortificazioni medievali, con mura dotate di merlature di tipo guelfo, finestre a cortina (a sostituzione delle più antiche feritoie del tutto obliterate) e ampia corte interna, con l’ingresso ubicato nell’attuale via Baronale. L’odierna planimetria a U non sembra ricalcare la pianta originale della struttura che verosimilmente presentava un’altra ala speculare: l’antica forma a quadrilatero è ancora ricostruibile sulla base dei lacerti di muro e fondazioni ancora affioranti dell’antico quarto lato, andato distrutto tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Di forma trapezoidale, la casa-forte si presenta con la base maggiore costituita da un basso muro di collegamento; la base minore e i due lati obliqui sono invece composti da un corpo di fabbrica unico su due piani, copertura a due falde su capriate lignee e coppi in cotto. Il primo piano del castello – l’unico dotato di prospetto bastionato – si articola in tre grandi saloni collegati tra loro da aperture con arco a tutto sesto. Al piano terra, in un ambiente con volta a botte, è possibile ancora oggi osservare graffiti sui muri a opera dei detenuti del carcere che era ospitato nel castello, ancora nel 1770, come si evince da una relazione di quell’anno «(…) il carcere poi, che esiste altresì nel medesimo palazzo, è conveniente e sicuro, è stato ultimamente riparato, vi manca solamente la separazione per i prigionieri contestati da quelli contestandi».

La casata. Uno stemma di forma circolare, realizzato in pietra cantone, sormontato dalla corona del marchesato insiste – benché decentrato – sull’arco del portale principale: sei palle (arma della famiglia dei Da Silva), giustapposte a un albero sradicato (simbolo del Giudicato di Arborea), i pali (blasone del regno di Aragona) e una torre alata rappresentante la famiglia Alagon. Lo scudo gentilizio non è però di facile lettura a causa delle cattive condizioni di conservazione, né di chiara attribuzione gentilizia. Probabile la sua appartenenza alla casata degli Alagon Arborea De Silva, generata in seguito alla fusione, avvenuta agli inizi del XVIII secolo, tra il casato degli Alagon e quello dei De Silva.

Il recupero e la patrimonializzazione. Con l’abolizione del feudalesimo, l’edificio ebbe sorti alterne: caserma, sede scolastica e infine rimessa agricola dopo il definitivo abbandono. Nel 1991 la fortezza è stata annessa al patrimonio comunale e, dopo attento restauro, è divenuta sede della biblioteca, mentre uno degli antichi locali di sgombero è stato adibito ad aula consiliare.

Il simbolo. Emblemi di un periodo storico senza eguali nella storia dell’isola, i castelli medievali assunsero valenze locali profonde e allegoriche. Come a Biddasorrisi, dove su casteddu è ancor oggi “simbolo della rinascita del paese perché, prima della sua costruzione, Villasor fosse uno dei tanti paesi della decadente curatoria di Gippi”.

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