FEDERICA MOSSONE E L’AMORE MELODICO A 47 CORDE: VITA DA ARPISTA A LONDRA

nella foto Federica Mossone

di Martina Marras *

Un abito da sera meraviglioso e l’arpa abbracciata con le gambe. Federica Mossone è pronta per suonare. Cagliaritana di nascita, londinese d’adozione e per amore: novella sposa di un musicista inglese, ha compiuto 31 anni il mese e scorso. Parliamo su Skype e il suo telefono squilla spesso: ha un’esibizione questa sera, la voce tradisce l’emozione. Sette anni fa Federica ha lasciato la sua piccola Isola per raggiungerne un’altra, dove ora si sente a casa: nemmeno un briciolo di accento sardo, anzi, una cadenza da vera inglese anche quando parla la sua lingua. Mi racconta con un invidiabile entusiasmo di quando ventidue anni fa,“tanto tanto tempo fa”, ha iniziato a suonare. Il suo grande sogno è quello di entrare a far parte di un’orchestra stabile e suonare solo opera e balletto. Federica si è esibita in diversi Paesi d’Europa: Inghilterra, Portogallo, Spagna, Francia. Addirittura in Israele. Quasi mai nella sua terra. «In Italia ho suonato ben poco. Ho provato anche a proporre dei progetti a Cagliari, ma non è mai stato possibile realizzare niente di concreto, tanto che ormai ho quasi perso le speranze», spiega. «Mi piacerebbe moltissimo suonare nella mia città, ma quando penso alle troppe occasioni sprecate, provo anche tanta rabbia».  Londra, invece, è un’ottima città per fare il musicista freelance. Federica non riesce ad immaginarsi da nessuna altra parte. «È pieno di musicisti amatori, di persone che fanno musica per piacere e non per lavoro. Ci sono davvero tante persone che amano la musica e vanno ai concerti. Qua è comunissimo che le orchestre freelance vengano affittate per serate finanziate da privati, disposti a spendere centinaia di migliaia di sterline per promuovere la musica. Ed è molto raro fare un concerto per poco pubblico». Una vita di studi e sacrifici divisa, in realtà, fra due grandissimi amori, tra loro quasi in conflitto: la musica e la filosofia. Quello per l’arpa, Federica, lo definisce un fortunato errore di gioventù. «Da bambina ero appassionatissima di cartoni animati Disney – racconta – e poi amavo tantissimo i gatti. Quando ho visto per la prima volta Gli Aristogatti, al cinema con papà, sono rimasta completamente affascinata dalla gattina che suonava l’arpa. In quel momento ho deciso che se mai avessi frequentato il conservatorio, sarebbe stato per imparare a suonare quello strumento». E così è stato, con grande stupore di mamma e papà. «Mi chiedevano continuamente dove avessi visto l’arpa e come mi fosse venuta questa fissazione. Ma io ero una bambina molto testarda: o quello o niente. Alla fine si arresero, accantonarono l’idea di avere una figlia pianista e mi assecondarono». Quando frequentava il liceo i professori la sgridavano per il troppo tempo dedicato al suo strumento. «Erano sempre tutti contenti dei successi, ma poi sembrava che le cose veramente importanti fossero altre. La mia insegnante di musica mi diceva invece che dovevo mettere l’arpa al primo posto e fortunatamente ho dato retta a lei». All’Università Federica ha assecondato la sua seconda grande passione, ma fra i testi di Aristotele, il richiamo naturale erano le 47 corde del suo amato strumento. «Mi sarebbe piaciuto moltissimo proseguire il percorso accademico, facendo un dottorato magari. Mentre stavo terminando gli studi ho frequentato anche l’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Facevo la spola tra Cagliari e la capitale. Ero giovane e pensavo che si potesse vivere e divertirsi con il solismo». Otto ore di studio al giorno, con tendiniti annesse. E mentre combattuta sul da farsi rifletteva per il suo futuro, alla fine Federica decise la destinazione: Londra. «Sono partita per fare un master, e con grande sorpresa e disappunto di tutti, non in filosofia, ma in musica». 

C’è una nota divertente, in questa storia: senza la laurea, Federica non avrebbe potuto accedere al master. Il diploma al conservatorio testava il livello d’arpa, ma il titolo necessario era comunque la laurea. «Doveva andare proprio così», dice ridacchiando. «All’inizio ero un po’ spaesata – racconta – non avevo mai studiato inglese e avevo qualche difficoltà a comunicare. Il primo anno di master non è stato troppo semplice. Il secondo è stato quello in cui ho capito di voler restare. Inizialmente mi lasciavo condizionare dalla famiglia e dalle amicizie sarde, tutti erano convinti che sarei tornata indietro».  Poi ha conosciuto suo marito. Come in un film romantico, hanno suonato insieme sullo stesso palco. Galeotte furono le note della Bohème di Puccini. «Mio marito dice sempre: ‘speriamo di non finire come i protagonisti, sennò è un disastro’». 
Ora, Federica e il suo compagno suonano insieme in due compagnie d’opera, ma non troppo spesso. «Se non abbiamo date con le nostre compagnie passiamo anche dei mesi senza incrociarci», racconta. A volte sembra di stare in una fiaba, soprattutto quando si suona nei suggestivi castelli della Gran Bretagna. «È una vita che amo, che mi da immensa soddisfazione. Ma è anche una vita di sacrifici. Tante soddisfazioni, ma anche qualche lato negativo. Primo fra tutti: è una vita passata in macchina. Si macinano chilometri in continuazione: Inghilterra, Scozia, Galles e Isole relative. Se è necessario attraversare la Manica lo fai, da sola, con il tuo strumento». Federica ammette di non averla mai né sognata, né progettata, questa vita. «È arrivata e io mi sono adeguata, forse perché inconsciamente era quello che volevo. A volte mi domando se non sarebbe bello avere un lavoro normale, con degli orari stabili e qualche certezza in più, ma questo vorrebbe dire suonare quasi mai: non credo sopravvivrei». La stanchezza pesa e i ritmi non regolari appesantiscono. «Non possiamo mai essere stanchi. Chi paga il biglietto vuole una perfomance impeccabile e possibilmente con il sorriso sulle labbra. Devi sembrare sempre al top». È una vita solitaria, fatta di lunghi viaggi silenziosi, spesso nel cuore della notte. «Il rovescio della medaglia è che hai molta indipendenza. Ma devo ancora capire se questo è un lato positivo». Uno degli aspetti più belli del lavoro di Federica sono, senza dubbio, i vestiti. «Quando suono in orchestra vesto per forza di nero, quando mi esibisco come solista o in gruppi cameristici è bene evitare il nero e puntare sul colore. Ho tantissimi abiti da sera, rigorosamente lunghi. Quando si va sul palco c’è sempre tanto stress, ma se mi metto un bel vestito, parto con il piede giusto». L’arpa è come Londra per Federica «non potrei immaginare la mia vita altrove e non potrei suonare nient’altro». È un richiamo quasi viscerale. «Ho un rapporto sano con il mio strumento – precisa – ma il fatto che per suonarla devi abbracciarla, l’arpa diventa un tutt’uno con chi la suona. Ha qualcosa di molto fisico. Quando non la suono mi manca». È questo il motivo per cui sette anni fa ha deciso di fare l’arpista. «Ogni giorno penso al dottorato in filosofia che non ho fatto, ma in fondo so che un libro di filosofia posso prenderlo in mano quando voglio, mentre quello che non avrei potuto non fare sarebbe non suonare. Mi mancherebbe troppo a livello fisico».  La recente luna di miele ha separato Federica dal suo strumento per tre settimane e riprendere a pieno ritmo non è stato facile. «I primi giorni sono faticosi, le dita sanguinano. È uno strumento molto pesante da suonare. L’arpa poggia su una spalla, altrimenti su un ginocchio. Quando usi entrambe le gambe per i pedali, l’unico punto d’appoggio è l’osso sacro. Si rischiano molti problemi alla schiena, al collo, lavorare in certi casi è una tortura. Infatti faccio molta attività fisica, se posso quattro volte alla settimana, per rinforzare la muscolatura. Bisogna avere l’energia per suonare lo strumento e per muoverlo serve molta forza». Non solo reggerne il peso durante l’esibizione, ma anche caricare l’arpa in macchina, scaricarla, portarla sulle scale. «In Italia siamo sempre pronti ad aiutare, qua ognuno fa per se, nemmeno ci si pensa che l’altro abbia bisogno di aiuto. Quando suono con mio marito ovviamente mi da una mano, ma devo saper muovere il mio strumento. Se una persona di passaggio mi offre aiuto sto più in ansia di quando faccio da me: so quanto costa lo strumento e su quali punti fare forza, quindi alla fine è meglio farsi coraggio e affrontare la fatica». A vedere uno strumento tanto imponente, eppure così melodico non si può che rimanere ammaliati. Ma il dono della musica è un regalo per pochi? «In realtà credo che tutti possano imparare a suonare uno strumento, almeno a livello base. Chi dice ‘non ci riesco’ semplicemente non ha provato». Nel tempo ‘libero’ Federica si dedica alle lezioni private e assicura che prendere confidenza con le note non è poi troppo complicato. «Qua a Londra è abbastanza usuale che persone anziane, senza nessun background musicale, decidano di avvicinarsi a uno strumento durante la pensione. È molto bello perché si affidano completamente a te, a quello che hai da insegnare. Eppure lo scambio è costante: è questo quello che mi piace».  Il futuro di Federica sarà segnato dal suono armonico della sua compagna di vita e se le chiedete cosa spera di fare che ancora non ha fatto vi risponderà con le parole migliori che possiate aspettarvi: niente. «Ho avuto la possibilità di sperimentare e di decidere cosa fare nella mia vita. Ora certamente vorrei entrare stabilmente in un’orchestra, ma è difficile perché i posti sono pochi», spiega. «C’è una cosa che mi piacerebbe fare nuovamente. Vorrei riprendere in mano un progetto che avevo portato avanti qualche anno fa, negli ospedali del sud di Londra: vorrei avere l’opportunità di portare nuovamente la musica in corsia. Il mio strumento presenta qualche piccola difficoltà logistica, essendo molto ingombrante. Ma se lo staff ospedaliero collabora è davvero un’esperienza umanamente impagabile».

* La Donna Sarda

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