GRAZIA DELEDDA E IL SUO CARTEGGIO D'AMORE


di Virginia Saba *

Quasi rincresce veder gocciolare il pudore di Grazietta dalle lettere destinate al suo primo, ultimo, strano amore. Dove in realtà di “suo” non c’era niente. Questo Stanislao Manca, biondo alto e grassoccio, giornalista in carriera a Roma con l’eredità della sua ricca famiglia di duchi dell’Asinara, seppe sempre mantenere la distanza da lei. Almeno, così fece, dopo averla illusa parlandole del linguaggio degli innamorati, fino ad irritarsi nel ricevere quelle amorevoli attenzioni da parte del futuro Premio Nobel sardo di cui però amava la scrittura. Così diede vita, trascinato dal gioco e dal vanto, a quell’amore non corrisposto che segnerà per sempre la scrittrice. Tra il 1881 e il 1909 lui le regalò e tolse la vena poetica, assassino di parole e divino ispiratore. Pertanto, se mai dovessero capitarvi tra le mani le lettere di Grazia Deledda, quell’Amore Lontano edito nel 2010 da Feltrinelli, custoditele e che non siano preda di cuori insensibili perché trasudano di pause di negoziazione con se stessi, in cui la dignità gioca al limite e la tenerezza prende il comando della vicenda. Tre incontri e tanta fantasia, almeno per lei. Non lo stesso per lui che dopo aver accettato la corrispondenza letteraria, una volta avutala davanti, scappò a gambe levate. Non si astenne neanche dal dirle che era una nana, ferendo la già consapevole “bruttina” Grazietta, che così si era autoaggettivata in una delle tante lettere a Stanislao. Di paragone lei stessa gli metteva le ingenue collegiali con la treccia cadente sulle spalle e le ballerine di Roma. E «io sento tutta l’umiliazione della vostra indifferenza, eppure vi scrivo e ne trovo piacere!», scriveva. Se una donna rifiutata, oggi, è una velocista di oblio e cambiamento di orizzonti, allora era la prova vivente di una pesante vergogna da tenere nascosta il più possibile. «Se lo sapesse mia madre piangerebbe su di me, i miei fratelli e sorelle mi disprezzerebbero», scrive preoccupata. E invece Grazietta, quella che si firmava “la tua piccola Grazia”, talvolta giustificava il suo distante amore con ammirevoli slanci di “donna moderna”, dichiarandosi attiva in riviste all’avanguardia e che mai rinnegherebbe a se stessa tutto l’amore che prova e che ha provato. E tantomeno si arrese. Le lettere andarono avanti per anni nonostante Stanis, così lo chiamava, spesso non rispondeva. La frase “addio per sempre” è presente in ogni lettera, come a minacciare un distacco per provocare la reazione dell’amato e talvolta, Grazietta vinse perchè Stanis tornava. Era poi gelosa, di quella «bellissima ricchissima signorina che passa tutto l’anno a Napoli», e così per prospettargli a Nuoro una gioiosa vita insieme la dipingeva, in quei lussuosi salotti «infelice che non mi vorrei al suo posto». La lodava, «bionda, giovanissima e ama gli occhi azzurri, volete che vi metta in corrispondenza con lei?», gli proponeva fingendo spudoratamente di non amarlo. E subito dopo, consapevole di queste tattiche meschine, Grazia si sentiva profondamente sciocca, «voi riderete di me, ma a me non importa nulla». C’è poi il tentativo di mascherare il sentimento con l’amicizia, ma Stanis non ci casca e sparisce. Lei si sorprende stizzita, poi regge la parte fino a confessare e a farsi male: «perché non l’avete compreso…no, non l’hai compreso, oh, Stanis, non l’hai compreso che ti amo, sempre, …che ti amo tanto, tanto da morirne?». Deledda chiuderà il carteggio con Stanislao, definendola una menzogna. Lei ci è caduta per inesperienza, ora è cresciuta, si sente pura e savia. Avvisa, è serena, si sposerà. Si firma “la sempre piccola vostra”.

La luce rimarrà accesa. Per sempre. 

* La Donna Sarda

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