TIZIANA CAULI, CITTADINA DEL MONDO: GIORNALISTA FREELANCE CON LA VALIGIA SEMPRE PRONTA

Tiziana Cauli

di Eleonora Bullegas *

Ha fatto e disfatto valigie. Continua a inseguire e a coltivare, con ambizione, perseveranza e grande forza di volontà, sogni e speranze. Ha studiato tanto. Nel corso degli anni di soddisfazioni se n’è presa parecchie. Tiziana Cauli, trentacinquenne giornalista freelance cagliaritana, da quando si è laureata vive praticamente in giro per il mondo. Da oltre un anno si è fermata a Beirut, in Libano, che lei stessa definisce “una città libera, stimolante e socialmente viva. È un crogiolo di culture”. Ha una laurea in Scienze politiche e un dottorato in “Storia e istituzioni dell’Africa”, con tesi sulla libertà di stampa in Sud Africa.  Se le chiedi dov’è la sua casa, risponde senza neppure un filo d’esitazione: “la mia casa è e sarà sempre Cagliari”. 

Tiziana aveva 19 anni e frequentava ancora l’Università quando ha iniziato a collaborare per Week, inserto del Bazar. Poco dopo, ha cominciato a scrivere per L’Unione Sarda. Nel 2002 si è laureata e ha iniziato un dottorato di ricerca. «Nel 2003 sono andata per la prima volta in Sud Africa e ci sono rimasta poco più di due mesi. Poi», racconta, «ci sono ritornata anche una seconda volta. Nel frattempo ho superato l’esame per entrare alla scuola di giornalismo di Milano e mi hanno dato anche la borsa di studio della Regione. Ho mantenuto anche il dottorato, perché era senza borsa. Nei due anni in cui studiavo a Milano, quando potevo, rientravo a Cagliari per organizzarmi con la mia tutor».  Nel momento in cui è arrivata la possibilità di effettuare uno stage con la scuola di giornalismo, ha chiesto di poterlo fare proprio in Sud Africa. «Ho preso subito contatti con la sede della Reuters a Johannesburg e sono andata lì. Con loro ho fatto uno stage di tre mesi e un mese con Ap, l’Associated press. Nel mentre continuavo a fare ricerca per la mia tesi di dottorato. Poi, sono rientrata a Milano, ho fatto un altro stage verso dicembre-gennaio con Reuters. Al termine dell’anno accademico della scuola sono partita a Parigi, dove ho fatto l’ultimo stage di tre mesi sempre con Reuters. Lì mi hanno offerto un contrattino per lavorare con loro alla tv. Finito lo stage, sono ritornata in Italia, ho preso il dottorato a dicembre 2005». Dopo il corso preparatorio all’esame di Stato per diventare giornalista professionista, ha superato l’esame nel 2006. «Nel frattempo vivevo a Parigi. Andavo e venivo in Italia. A fine giugno 2006 il contratto con Reuters è scaduto e non era più possibile rinnovarlo». Dopo una breve parentesi a Cagliari, la giornalista freelance decide di trasferirsi a Roma. «In quel periodo c’era una tv sul satellite che si chiamava Planet e che aveva un programma che si chiamava Earth Life. Ora non esiste più. Ci lavorava un’amica. Mi aveva detto che avevano bisogno di qualcun altro. Ho fatto un colloquio e mi hanno presa. Ho iniziato a lavorare per questo programma, ma ad aprile 2007, l’emittente ha chiuso i battenti».  La tutor che l’ha seguita per il dottorato in Scienze politiche, le ha proposto a quel punto un post dottorato nel dipartimento. Tiziana Cauli ha fatto domanda per il rientro del Master and Back. Nel 2007, per circa un anno e mezzo, ha fatto così il post dottorato.  Nello stesso anno decide di inoltrare anche una domanda all’ordine dei giornalisti di Milano che in quel momento proponeva una borsa per giovani giornalisti italiani freelance da mandare in Kenya. «Sono partita a dicembre di quell’anno con altri due colleghi freelance per scrivere dei pezzi per Tabloid, il giornale dell’Ordine di Milano. Saltuariamente collaboravo Reuters e con Misna (Missionary international service news agency, agenzia di stampa internazionale on-line, ndr), mi occupavo della pagina in inglese. Nel 2008, in Sardegna, per Reuters, ho seguito Berlusconi che in quel periodo era sempre nella sua villa a Olbia. Dopo, mi è arrivata una proposta di un lavoro a Barcellona per la sede europea di un’impresa sociale, la Devex. Loro fanno diversi servizi, tra quello quello di informazione, per le Ong, per le agenzie dell’Onu e per tutto il settore umanitario. Mi hanno presa per scrivere e per fare la corrispondente dal loro ufficio europeo che ha sede a Barcellona. Sono rimasta con loro per quasi due anni, ma dal punto di vista contrattuale quel lavoro non era il massimo».  Nel frattempo, racconta che le è stato offerto un impiego a Londra. «A fine luglio 2010 ho fatto le valigie, anche se a malincuore. Sarei voluta restare a Barcellona, ma non c’erano più le condizioni per rimanere. Il lavoro in Inghilterra era molto buono e ho accettato. Ad agosto 2010 scrivevo anche dei blog per una piattaforma europea sullo sviluppo internazionale e mi hanno mandata, insieme ad altri nove blogger, in Malesia per scrivere dei pezzi su alcuni progetti e per partecipare ad una conferenza. A Londra, invece, ho lavorato per tre anni per una rivistaBusiness to Business. Ho avuto l’opportunità di crescere professionalmente. Coprivo tutto il Sud Europa, la Francia e il Belgio, e viaggiavo abbastanza. Purtroppo, però, Londra non mi piaceva e sono andata via a maggio 2013. Avevo un contratto a tempo indeterminato e mi sono dimessa. Sono ritornata a casa, in Sardegna, per quasi un mese».  A giugno 2013 è partita per Beirut. «Ho fatto un mese e mezzo intensivo di arabo all’Università e poi ho iniziato a cercare delle collaborazioni. All’inizio erano saltuarie ed è stato molto difficile. Poi ho iniziato a collaborare con l’Executive, una rivista economica che da loro definiscono come l’Economist del Medio Oriente. Mi hanno poi offerto di insegnare, da freelance, un corso in Pubbliche relazioni all’Università a Beirut. Alla fine, mentre pensavo di rifare le valigie, è arrivata una proposta migliore da un’organizzazione americana che in Medio Oriente si occupa di rifugiati prevalentemente siriani. Ho accettato volentieri perché, alla fine, ho la possibilità di fare un lavoro che è il mio. Vado nei campi profughi, parlo con le persone, scrivo reportage sulle loro storie e scatto foto. Mi piace e credo sia abbastanza vicino a quello che ho sempre fatto». Di Beirut l’ha colpita la varietà di culture.  «Non è una città fondamentalista, né conservatrice, per cui si può vivere come in altre città europee. È un luogo vivo socialmente, anche se è chiaro che in certi quartieri, che sono mussulmani sunniti e conservatori, non è il caso di passeggiare, ad esempio, in minigonna, perché ci si sentirebbe a disagio. Chi sta fuori dal Libano si preoccupa perché circolano continuamente notizie su attentati, come se ad ogni angolo della strada ci fosse uno pronto a farsi esplodere. La verità è che ogni città ha i suoi pericoli. A me, fa molta più paura il traffico selvaggio che le esplosioni che, oggettivamente, a Beirut non sono una minaccia incombente». La guerra civile è terminata da oltre un ventennio, ma nell’aria si percepisce ancora tensione. «La gente non si spara per strada, ma si devono fare i conti con atteggiamenti che a noi sembrano incomprensibili. A Beirut non credo, comunque, di rimanere ancora per molti anni, anche se non mi sono data un tempo specifico per restarci. So però che non voglio che il Libano diventi la mia casa. Se penso a dove potrei vivere per sempre, con la possibilità di poter rientrare a Cagliari spesso, forse l’unico posto, tra tutti quelli dove ho vissuto finora, è Barcellona. Ma la mia casa è e resterà per sempre in Sardegna».

* La donna sarda

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