PADRE ANTONINO MELIS, IL MISSIONARIO CHE CERCA PAROLE IN AFRICA

Padre Antonino Melis

di Benedetta Pintus

Tonino è un uomo che cerca parole. Le cerca nel “buco del culo del mondo”, dice lui. Ogni tanto va a recuperarle al mercato del villaggio, per poi portarle a casa nel suo vecchio registratore a cassetta. Altri giorni se ne fa regalare qualcuna da un capo tribù o un indovino, dopo aver guidato il suo pick up per chilometri fino a qualche capanna polverosa. Tonino di cognome fa Melis. E’ nato a Tuili, all’ombra del nuraghe di Santu Marcu, tra i cavallini della Giara. Da più di trent’anni vive sulle rive del fiume Logone, al confine tra il Camerun e il Ciad, tra le capanne di terra e paglia della popolazione masa. Suo nonno Gonario faceva il pastore di pecore. Tonino è un pastore di anime, missionario saveriano. E poi biologo, antropologo, linguista. Nel 2006 ha pubblicato un dizionario masa-francese e dal suo lavoro di studioso, durato vent’anni, sono nati un film e un libro, “L’uomo che cerca parole”, pubblicato dalla Emi e realizzato dallo sceneggiatore Mario Ghiretti e dal regista Gigi Dall’Aglio. Entrambi di Parma, dove si trova la casa madre dei saveriani e dove Tonino ha studiato teologia. “Tu Melis sei selvatico”, gli diceva il suo professore di liturgia.  E forse aveva ragione. Sarà per questo che si trova a suo agio fra i masa, popolo di allevatori e agricoltori di sorgo, che lo rispettano come fosse uno di loro. Perché Melis prima di entrare chiede il permesso. Da buon sardo, parla poco, giusto il necessario. Le parole, per lui, sono preziose. Che siano in dialetto campidanese, in masa, in italiano o in francese. Vanno scelte con cura, selezionate. Non lasciate disperdere con la sabbia sollevata dal vento del Sahara. “Stai attento alla polvere quando usi il modem che ti ha prestato l’università!”, lo prega via radio il suo amico Mario da Oristano, prima che i “maledetti” russi si intromettano nelle frequenze e interrompano la loro conversazione. “Su pruinisu pruini – brontola Tonino – qui non siamo mica a Sassari!”, sbotta. E non siamo neanche a Capo Teulada o a Santa Margherita Ligure. Né a Tours, in Francia, dove Tonino si è laureato. Siamo a Djougoumta. Nel buco del culo del mondo, appunto.  Ma non per questo Melis rinuncerebbe mai al pecorino e al pane carasau, che arrivano sottovuoto, via posta. Nei villaggi ha portato il poster dell’Italia campione del mondo e i film di Bud Spencer. Nella sua stanza gli scudi di paglia africani convivono con le maschere dei mammuthones e i dizionari sardi con i libri francesi. Sugli scaffali, tra appunti, foto e quaderni conservati alla rinfusa ci sono anche un fucile da caccia e un cappello militare. Sul pavimento gira un ventilatore rotto e fuori dalla porta sono allineate le sue infradito di plastica impolverate, un paio diverso per ogni occasione. A fare ordine tra tanto caos c’è solo una grande lavagna, su cui il missionario traccia diligentemente con il gessetto bianco le parole che incontra lungo il suo cammino. Un percorso a ostacoli iniziato più di vent’anni fa. A volte di parole ne ha trovate troppe. Come quelle per definire il colore marrone, tante quante le sfumature del manto delle vacche. Oppure quelle usate per l’ombrello, chiamato “ali di pipistrello”, “ali aperte”, “dieci ali”. E per il cocomero: “zucca verde”, “grande cetriolo”. A Djougoumta ci sono venti villaggi e ognuno ha la sua variante. Il linguaggio non è codificato e i masa storpiano, modificano, adattano, inventano. Districarsi tra i neologismi e i dubbi linguistici non è facile. “Un mese di lavoro tra i masa è come cinque anni in Italia”, spiega Tonino ai colleghi che dall’Italia gli mettono fretta. Non vuole lasciare niente al caso. E’ sardo, dunque ostinato. Anche nel cercare parole che nel mondo masa non esistono. Come “verde”, un colore che nella savana non c’è. O “superfluo”, concetto che i masa non riescono a capire. “Nel riso erano spuntati dei vermi – racconta uno studente a Tonino – e mia madre ha cucinato anche quelli. Erano buoni”. Tonino non si arrende, ma a volte si ferma. Le notti in cui la malinconia prende il soppravvento sale sul tetto di lamiera di casa sua e parla con il cielo. “In Africa le stelle sono più stelle”. E sembrano ascoltarlo. “Sono il primo Melis che non fa figli – confessa loro – che fa il prete, che parla africano, che scrive un libro. Il primo che sta cercando il superfluo. Il primo che ha scritto un vocabolario”. Grazie a questo Melis, “un anarchico d’altri tempi”, oggi centomila persone di un remoto paese africano non sono più analfabete.

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