“SENTIERI” DIMENTICATI IN SARDEGNA: SITI INQUINATI, TASSI DI MORTALITA’ FUORI SCALA E ZERO BONIFICHE


di Piero Loi *

Poco importa se a Porto Torres i veleni di fabbrica mietono più vittime che altrove, lo studio Sentieri condotto dall’Istituto superiore di Sanità nei territori a rischio inquinamento rimane lettera morta. “Si discute di San Raffaele per settimane – attacca Massimo Dadea, medico ed ex assessore della giunta Soru – lasciando cadere nel vuoto i preoccupanti dati emersi nell’ultimo aggiornamento dello studio Sentieri”. Per Dadea, “si tratta in altre parole di invertire la rotta e superare la distorsione ‘ospedalocentrica’ della politica sanitaria regionale”. Come? “Puntando sui presidi sanitari territoriali ovvero le strutture in cima alla lista dei tagli, per le quali oggi si spende pochissimo. E particolare attenzione occorre dare a chi risiede in prossimità dei siti industriali, laddove cioè si sviluppano le patologie più gravi”, precisa l’ex assessore. A fare le spese del mancato trasferimento in sanità pubblica delle indicazioni delle indagini epidemiologiche è un sardo su tre, nella penisola un cittadino ogni sei. Il problema nasce a monte. “Nel nuovo ‘Piano prevenzione’ presentato dal Ministero della Salute non vi è alcun accenno alla necessità di avviare interventi di prevenzione primaria nei siti inquinati”, spiega il presidente dell’Isde – Medici per l’Ambiente Sardegna Vincenzo Migaleddu. In pratica, le indicazioni dello studio Sentieri non sono state recepite. Per questo motivo, l’associazione Isde – Medici per l’ambiente e un gruppo di studio della Federazione nazionale degli ordini dei Medici hanno scritto al Ministero della Salute e all’assessore alla Sanità Luigi Arru. “La tendenza è infatti la stessa anche a livello regionale”, aggiunge Dadea, che si domanda “come sia possibile approvare e finanziare nuove centrali a carbone in un sito d’interesse nazionale come quello del Sulcis -Iglesiente – Guspinese. Piuttosto, occorre bonificare subito e dedicare nuove indagini epidemiologiche a Sarroch e alla Saras”. Insomma, ad essere lasciati da soli sono proprio i più deboli, gli esposti che continuano a subire gli effetti di un inquinamento ambientale noto, prevenibile e non prevenuto. Proprio a Porto Torres, l’ultima edizione dello studio Sentieri ha fatto registrare percentuali da epidemia specie nel caso del tumore al polmone, che tra le donne del sassarese fa registrare una mortalità superiore del 49% alla media regionale. E non mancano i tumori alla vescica, il linfoma di Hodgkin e le malattie cerebrovascolari. Non va meglio nel Sulcis, territorio non ricompreso nell’ultima indagine epidemiologica condotta dall’Istituto Superiore di Sanità perché privo di un registro tumori. Ci sono però i dati della Asl 7 su i pazienti tumorali che vengono esentati dal pagamento del ticket. Ebbene, i pazienti oncologici assistiti a Carbonia sono saliti dai 1825 del 2006 ai 3044 di oggi. Si tratta di dati indicativi, non sottoposti alle verifiche necessarie per approdare a conclusioni sulla correlazione tra inquinamento ambientale e patologie, ma aiutano a farsi un’idea del fenomeno. In ogni caso, appare evidente che il nuovo Piano prevenzione calpesta il diritto alla salute di chi abita nei siti di interesse nazionale, “dove al contrario occorre promuovere azioni volte ad individuare e rimuovere le cause di nocività e malattia di origine ambientale, umana e animale”, aggiunge Migaleddu. “Non si tratta, in altri termini, di certificare il latte al piombo con un’ordinanza, ma di affrontare in maniera organica i nodi delle ricadute ambientali, sanitarie e occupazionali di una monocultura industriale fortemente energivora”, continua il presidente Isde-Sardegna. Che fare dunque? Per Dadea “occorre innanzitutto varare un nuovo Piano sanitario che punti sui presidi locali per agevolare l’attività di diagnosi precoce e di terapia degli stessi ospedali. Sono sicuro che Arru ha buone idee – conclude Dadea – ma le resistenze all’interno della stessa maggioranza sono forti”.

* Sardinia Post

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