ECCO COME CAGLIARI SPERA DI DIVENTARE CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA DEL 2019 … MA LA CULTURA NON C’ENTRA NIENTE

Cagliari nella foto di Bruno Murru

di Vito Bianchini

“È questa sarebbe la capitale europea della cultura?”. Negli ultimi mesi ogni pezzo di cronaca che vuole mettere in evidenza i limiti della città di Cagliari propone questo refrain, che si tratti di un materasso abbandonato in mezzo alla strada o di un serio problema di amministrazione cittadina. È un buon segno: vuol dire che l’opinione pubblica crede nella possibilità che la nomina a capitale europea della cultura nel 2019 possa veramente aiutare la città a fare il salto di qualità tanto atteso. È chiaro che poi quando si parla di politiche culturali il refrain diventa un vero e proprio tormentone. Peraltro non potrebbe essere altrimenti, viste le disavventure che continuano a contrassegnare l’agire dell’amministrazione Zedda in questo ambito. Si chiede l’uomo della strada: “Com’è possibile che Cagliari diventi capitale della cultura quando la sua massima istituzione culturale, il Teatro Lirico, è percorsa da incredibili tensioni, spesso alimentate dallo stesso sindaco, e che ne impediscono lo sviluppo? Quando la gestione degli spazi per lo spettacolo segue logiche inverosimili, come il caso dell’Arena Grandi Eventi di Sant’Elia dimostra? Quando i soldi per le associazioni sono pochi e mal distribuiti? Quando tutta la politica degli spazi per le associazioni e i gruppi è naufragata (la Casa delle Associazioni? Occupata dai senzatetto…)? Quando la politica cittadina ha preferito rafforzare i vecchi potentati che da sempre gestiscono il sistema cittadino dell’arte  anziché spazzarli via? Com’è possibile che Cagliari diventi capitale della cultura quando l’amministrazione ha perfino difficoltà a dare il via libera alla tradizionale rassegna di cinema all’aperto in una struttura comunale? E dei monumenti? Vogliamo parlare dei monumenti?”. No, non parliamone: se il criterio di scelta fosse veramente la cultura, Cagliari avrebbe poche probabilità di spuntarla. Peccato (o per fortuna) che non è così: la designazione della capitale europea della cultura con la cultura, a seguire la strategia perseguita da questa amministrazione, con la cultura che dà ogni giorno risposte ai cittadini, ai gruppi e alle associazioni culturali ha veramente ben poco da fare. Ha invece a che fare con la capacità della città di “vendersi” come prodotto innovativo e di mostrare potenzialità inespresse che Cagliari indubbiamente ha. E’ chiaro poi che la politica ha un peso nella scelta della città vincitrice. E se parliamo di politica, Cagliari può contare su quattro sponsor di prima grandezza. Il primo è Antonello Cabras. Se non fosse stato per l’impegno assunto nella candidatura dalla Fondazione Banco di Sardegna, Cagliari non avrebbe superato nemmeno il primo sbarramento. Il suo presidente ha impresso un cambio di passo deciso alla gestione della Fondazione e ha abbracciato con convinzione la causa, mettendo in campo tutto il sistema di relazioni nazionali e internazionali di cui è depositario. Se Cagliari vincerà, gran parte del merito sarà ascrivibile alla credibilità di Antonello Cabras e della Fondazione da lui diretta. Poi c’è Massimo Zedda. Che i cagliaritani si siano un po’ stufati del loro sindaco non è un segreto, ma a Roma i ragionamenti che si fanno sono altri. Zedda ha ottimi rapporti soprattutto con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed anche con il presidente del Consiglio MatteoRenzi, rapporti che ora in questa partita, fondamentale per il centrosinistra a Cagliari, torneranno sicuramente utili. Poi c’è Francesca Barracciu. Lo disse da subito che avrebbe aiutato Cagliari a vincere, e sicuramente farà tutto quanto è nel suo potere da sotto segretario alla cultura per far prevalere la candidatura isolana. Poi c’è Renato Soru, ora europarlamentare del Pd ma ancora icona di un certo tipo di sardità che piace tanto oltretirreno e c he è funzionale a quel sistema di slittamenti di senso che sta facendo della candidatura cagliaritana qualcosa di altro da quello che dovrebbe essere. Gli operatori culturali assistono sconcertati a questa profusione di retorica da parte dei politici che raccontano una realtà cittadina che non esiste. Avere letto su Repubblica.it come il direttore artistico di Cagliari 2019 Massimo Mancini parla del quartiere di Sant’Elia? “Le azioni svolte nelle periferie mostrano i loro frutti e c’è una forte valore di riscatto: il lavoro dei quartieri periferici porta risultati spiazzanti, molto favorevoli. Sant’Elia, un quartiere complesso tra i tredici cagliaritani, di fatto oggi è diventato protagonista. Si stanno innescando dei meccanismi virtuosi. Oserei dire che qui c’è la condivisione dell’agire comune, in una sorta di passaggio virtuoso che dal bene comune porta all’azione”. È evidente che siamo di fronte al tentativo di scambiare il punto di arrivo con il punto di partenza, giacché se c’è un quartiere in cui la cultura a Cagliari è assente, quello è proprio Sant’Elia. Ma perché parlare ora di cultura quando è invece di altro che si parla? Perché l’amministrazione sostiene la candidatura parlando di lavori pubblici (“C’è un piano opere pubbliche di 343 milioni di euro” dice a Repubblica.it l’assessore Enrica Puggioni)? E come non evidenziare che, grazie a numerosi e continui slittamenti di senso, si è passati ad affermare non un senso di cultura generalmente inteso (cioè a quelle attività riconducibili in senso stretto all’arte, allo spettacolo o legate alla tutela e alla fruizione dei beni culturali) ma un ambito onnicomprensivo legato soprattutto al concetto scivolosissimo di “innovazione”? Piano piano ci siamo così allontanati dal concetto centrale, e non può essere certamente un caso. Perché mai come in questa stagione, la politica cagliaritana è stata nemica della cultura: mai. Ma la vita è fatta di paradossi, ed è per questo che se Cagliari dovesse essere scelta quale capitale europea della cultura, non sarei per niente sorpreso. Non sarei sorpreso e sarei anzi felice, perché sarebbe comunque una bella occasione da sfruttare da parte della città e da parte degli operatori culturali, finora sostanzialmente esclusi da un progetto che non va oltre il marketing e l’autoreferenzialità. Eppoi il 2019 è lontano, in cinque anni in città potrebbero cambiare tante cose: si spera in meglio, ovviamente.

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