“SA MUSCA MACEDDA” E I VILLAGGI ABBANDONATI: LE MOTIVAZIONI, ANCHE NELLA FANTASIA POPOLARE, DELL’ABBANDONO DEL MONDO RURALE SARDO


di Emanuela Katia Pilloni

La peste, le incursioni piratesche: queste, nella fantasia popolare, le cause principali dell’abbandono dei centri rurali nel medioevo o nell’età moderna. E in effetti se, fra il XIV e il XV secolo, l’Europa fu teatro di un generale riassetto demografico lo si dovette anche – benché in misura relativa – alla peste nera del 1348. Guerre, carestie e inurbamento determinarono la scomparsa di migliaia di abitati extraurbani in tutta l’Europa, con dinamiche talora molto differenti che andavano dal trasferimento dei superstiti verso i centri maggiori limitrofi, fino alla nascita di frequenti casi di insediamento sparso.

Gli studi. Gli anni Sessanta del secolo scorso furono latori di un’innovativa convergenza disciplinare nella problematica dei villaggi abbandonati che consacrò, a livello internazionale, lo sviluppo di un settore archeologico che in quegli anni muoveva i primi passi: l’archeologia medievale. Nel corso del primo convegno tenutosi a Monaco nel 1965, durante il quale vennero esposti saggi sul fenomeno degli abbandoni medievali di molti paesi europei (Francia e Inghilterra su tutti), l’Italia fece pervenire un’unica monografia a opera di due studiosi stranieri, John Day e Cristiane Klapish-Zube, in cui oltre ai casi di Liguria e Toscana, trovava ampio spazio la Sardegna. Se l’elevatissimo numero di centri rurali scomparsi nell’isola era stato oggetto di interesse fra gli eruditi già a partire dal XVI secolo grazie al Fara (con un importante proseguo nel XVII ad opera del Vico e dell’Aleo), sarà soprattutto il XVIII secolo a dare senso compiuto a tali ricerche con le opere del La Marmora e del Casalis. Il quadro della ricerca si arricchì nel corso del Novecento con la pubblicazione dei registri monastici medievali, i Condaghi, che fornirono ampio materiale di riferimento per la stesura delle prime mappe tematiche isolane del Day negli anni Sessanta e di Terrosu Asole in quelli Settanta.

Il caso isolano. In base alle fonti fiscali pisane e ai dati statistici aragonesi – secondo i quali solamente 352 dei circa 805 villaggi noti attorno al 1320 erano ancora in vita nel 1485 – l’apice dello spopolamento delle campagne in Sardegna si raggiunse tra il XIV e il XV secolo: nell’arco di circa 160 anni ben 453 sedi rurali vennero abbandonate. La conferma archeologica dell’assunto storico che vede nell’inurbamento uno dei fattori determinanti di questo processo, proviene dagli scavi del villaggio di Geridu, situato a pochi chilometri da Sorso. Il centro, già noto da fonti ligure e toscane del XII secolo, era incluso nella Curatoria di Romangia e subì la fatale concorrenza dei possedimenti dei Malaspina e dei Doria e della città di Sassari, rispetto ai quali si trovava in posizione mediana. L’emorragia degli abitanti fu lenta ma inesorabile: il villaggio, dalla seconda metà del secolo XIV, venne colpito da un graduale e continuo spopolamento, sino alla sua integrale scomparsa nei primi decenni del XVI secolo. Le indagini archeologiche, condotte in maniera sistematica dal 1995, stanno ricostruendo un quadro completo della vita del centro: aspetti topografici, materiali da costruzione e arredi interni, pratiche alimentari e stili di vita degli abitanti. L’archeologia, dunque, sta squarciando il velo di mistero intorno al cosiddetto “sistema domus”, attestato nelle fonti giudicali con notevole ricchezza di definizioni: ecclesiae, domusdomestiascurtes e più raramente villae. Ci si sta lentamente rimpossessando del ruolo principe che i centri abitati svolsero in seno alla società medievale sarda, rilevanza a lungo ignorata nella ricostruzione storica di quell’epoca.

Sa musca macedda. Sulla base di un inventario del Regno sardo, commissionato da Pietro IV d’Aragona nel 1358, è stato calcolato un calo della popolazione isolana di circa il 50%, in gran parte legato alla terribile pestilenza che colpì l’isola alla metà del XIV secolo. Nell’immaginario popolare, delatrice del funesto morbo fu la sanguinaria musca macedda (maghedda, mahkedda rispettivamente in logudorese e nuorese) presente in tutte le tradizioni isolane. Grande come una pecora o la testa di un bue, dotata di un lunghissimo e affilato pungiglione, sa musca macedda è protagonista di molte leggende legate a tesori favolosi. Di due forzieri, di norma nascosti nei sotterranei di antichi castelli, uno custodiva un’immensa fortuna, l’altro uno sciame delle terribili creature: novello vaso di Pandora, se aperto, avrebbe portato allo sterminio delle genti del villaggio e degli abitanti dei sette paesi limitrofi. Come nel mito della principessa Locana, che temendo che i servi si impossessassero delle ricchezze in sua assenza, li ammonì di non aprire mai i due forzieri che aveva lasciato in loro custodia, dal momento che uno conteneva tutti i suoi averi, mentre l’altro uno sciame delle terribili mosche. Increduli e diffidenti, i domestici forzarono il primo baule, liberando il malefico insetto che seminò la morte per tutta la regione. San Sperate compreso.

San Sperate. Tzia Adelina Casti, classe 1922, ricorda che da bambina le veniva proibito di recarsi in su cuccuru de Santu Sebastiau, per la presenza di un grande cumulo che racchiudeva le mosche superstiti al rogo che fu appiccato nella chiesa per debellare la pestilenza. Altri testimoni anziani sostengono, addirittura, che la Croce Santa collocata nell’omonima piazza, a ricordo delle vittime dell’alluvione del 1892, fosse stata impiantata sopra una fossa che racchiudeva uno sciame di mosche responsabile di una terribile epidemia, le cui vittime sarebbero state sepolte in fosse comuni o nei pressi dell’antica chiesa di Santa Suia. E infatti Santa Suia fu probabilmente una delle sei ville rustiche ricordate dalle fonti medievali e ubicate nell’agro di San Sperate, assieme a San Sperate stessa, Siponti (Santa Barbara), Atzedi (Piscinortu Est), Seminis (Sant’Alleni), Orticedri-Santa Suia (Piscinortu Ovest) e Sa Nuxedda. Carestie, epidemie, eccessiva pressione fiscale, decretarono la scomparsa di tutti questi villaggi a eccezione del centro vincente, San Sperate, che finì per assorbire una parte della popolazione superstite dei viciabbandonati. Ma, per la gente del posto, le chiese diroccate, i lacerti murari, le sepolture affioranti, non erano il frutto di un processo di trasformazione storica della realtà insediativa isolana. Una sola era la responsabile di quella distruzione: una creatura fantastica che seminava il terrore col suo inaudito ronzare, che teneva lontani i bambini dai luoghi più pericolosi e incatenava gli anziani in racconti di orrore e morte. Sa musca macedda divenne figura del male e di ciò che la ragione umana non comprende, contro la quale l’unico rimedio era la prigione fatta di terra: su cuccuru, come a San Sebastiano.

E di cuccurusu, infatti, è piena la Sardegna…

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