SCORAGGIATI E DISOCCUPATI! RAPPORTO CRENOS: SARDEGNA SEMPRE PIU’ IN DIFFICOLTA’ ECONOMICA FRA LE 272 REGIONI D’EUROPA


di Maddalena Brunetti *

L’economia della Sardegna continua a scivolare verso gli ultimi posti in Europa. Sull’Isola la crisi ha colpito duramente: calano i consumi e gli investimenti, mentre aumentano drammaticamente i disoccupati – arrivati al 17,5 per cento – e gli scoraggiati – pari al 19,5 per cento. Inoltre la Regione, incapace di sfruttare al meglio le potenzialità del territorio e delle risorse umane a disposizione, resta bloccata e può sperare in una ripresa solo a partire dal 2015. È un quadro impietoso quello tracciato dal ventunesimo rapporto del Crenos, il centro ricerche economiche Nord Sud costituito dalle due università di Cagliari e Sassari e che indica qualche speranza solo nel settore agro-alimentare e nel turismo. Il rapporto prende in esame il sistema economico, il mercato del lavoro, il turismo, i servizi pubblici e i fattori di competitività e sviluppo dell’Isola analizzando percentuali e classifiche. E i numeri parlano chiaro: la Sardegna si posiziona al 190esimo posto, tra le 272 regioni che compongono l’Unione europea (allargata a 28 nazioni), per il suo Pil pro capite pari a 75 per cento di quello medio europeo. Nel 2012 i consumi sono calati del 3,6 per cento rispetto all’anno precedente così come degli investimenti crollati del 40 per cento negli ultimi cinque anni. Sono troppe le imprese che chiudono bottega tanto che delle 151 mila attive nel 2008, ne restano in piedi sono 146 mila. I disoccupati invece sono diventati 117 mila, lievitati negli anni a causa delle 50 mila persone che – dal 2007 al 2012 – hanno perso il loro posto di lavoro. A questi si aggiungono anche le truppe degli scoraggiati saliti a 130 mila che si traducono in un esercito di 247 mila potenziali lavoratori sardi senza un’occupazione.

Istruzione La crisi ha penalizzato maggiormente gli uomini in possesso di titoli di studio medio-bassi – il cui tasso di disoccupazione è salito dal 7,6 per cento del 2007 al 21,1 per cento del 2013 – ma la Sardegna continua ad avere il poco invidiabile primato in Italia per dispersione scolastica, con solo il 14 per cento di laureati. Anche per questo il rettore dell’università di Cagliari, Giovanni Melis ha evidenziato: «Il rapporto Crenos 2014 conferma l’importanza della laurea sul mercato del lavoro: i laureati, infatti, trovano un’occupazione in minor tempo rispetto ai non laureati. Il mercato del lavoro dà ancora valore all’istruzione universitaria come investimento per il futuro ». Una performance positiva arriva invece dal settore alimentare, considerato strategico per l’economia regionale e che si dimostra capace di cogliere tutte le opportunità rappresentate dai mercati esteri, diventando il terzo settore sia per il valore delle esportazioni – più 10 per cento rispetto al 2012 – sia per il saldo della bilancia commerciale.

Il sistema economico Nel 2012 il Pil della Sardegna è sceso di 3,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente, registrando – con i suoi 28.738 milioni di euro – il valore più basso negli ultimi 12 anni. Di contro la spesa delle famiglie è calata a 11.700 euro (superiore rispetto al dato del Mezzogiorno pari a 10.500 euro ma inferiore rispetto a quello del Centro Nord di 14.000 euro). In picchiata gli investimenti crollati del 39,5 per cento dal 2007 al 2011. Inoltre stando ai dati Istat, l’export sardo nel 2013 ha registrato un meno 11,6 per cento, passando da oltre 6 miliari e 800 milioni a 5 miliardi e 392 milioni. Oltre ai risultati positivi del settore alimentare, anche quello dei prodotti in metallo ha avuto un attivo per oltre 22 milioni di euro. Analisi a sé merita la spesa pubblica che, nel 2011, è stata pari a 20.745 milioni di euro. Di questi l’88 per cento è stato utilizzato per la spesa corrente (ossia il costo della macchina amministrativa oltre all’erogazione, la gestione e il funzionamento dei servizi) mentre solo 12 per cento è stato investito per la spesa in conto capitale  (la componente destinata all’accumulazione di capitale produttivo). Quest’ultima, nell’arco di dieci anni, ha subito un calo del 23 per cento, di molto superiore alla media nazionale ferma al meno 6 per cento. Infine i dati del Crenos delineano una struttura produttiva formata da una “molteplicità di micro-imprese, con una scarsa dinamicità e pesantemente ridimensionate nella loro numerosità dalla fase recessiva. La composizione settoriale conferma la vocazione agricola e turistica dell’isola mentre non premia i settori del terziario a maggiore valore aggiunto. I dati sulla ricchezza prodotta mettono in luce la scarsa incidenza a livello regionale del settore industriale”.

Il mercato del lavoro  In Sardegna ci sono meno disoccupati donne che uomini – 17,9 per cento contro 17 per cento – con il tasso di disoccupazione femminile rimasto ai valori del 2004 in controtendenza a quello nazionali in netta crescita. Fra il 2007 e il 2013, soprattutto a causa del forte incremento di disoccupazione maschile, il divario tra i due sessi si è ridotto anche se il dato va “preso con cautela”, come avverte il Rapporto, poiché “la concomitante e rilevante diminuzione del tasso di attività per le donne nel 2013 (meno 3,5 per cento contro il meno 1,8 per cento degli uomini) potrebbe nascondere un’accelerazione del fenomeno dello scoraggiamento nel mercato del lavoro femminile. La crisi economica ha colpito di più i lavoratori meno istruiti per i quali la disoccupazione è cresciuta, dal 2007, di 11,5 punti percentuali, mentre per i più istruiti l’aumento è stato del 2,9 per cento. Nel 2013 il tasso di disoccupazione regionale per chi ha un diploma di terza media è stato del 21,5 per cento, mentre è sceso al 9,7 per cento quello per i laureati e per chi ha nel curriculum un master o un dottorato. Analizzando i diversi segmenti produttivi, si evidenzia che nel terziario – che rappresenta il 75 per cento dell’occupazione totale – sono andati in fumo 44 mila posti di lavoro (meno 10,1 per cento) mentre, a sorpresa lo scorso anno, l’occupazione nell’industria è cresciuta del 12 per cento con circa 7 mila posti di lavoro in più. Nel dettaglio però si riscontrano tassi in forte ribasso per le industrie di prodotti elettronici, altri macchinari e apparecchiature così come per quelle metallurgiche e del legno. Il settore delle costruzioni – che ha il 7 per cento dell’occupazione sarda – presenta un decremento annuo medio del 4,7 per cento (di molto superiore alla media nazionale pari a meno 1,4 per cento). Infine, l’unico comparto industriale che ha avuto una variazione in positivo dell’occupazione è quello della fornitura dell’acqua e del trattamento dei rifiuti con un più tre per cento. Più stabile invece il settore dei servizi  con il maggior numero degli occupati nell’informazione e comunicazione e nel settore della ristorazione e degli alloggi. Dunque con riferimento al breve periodo il comparto manifatturiero è l’unico che nel 2013 ha  davanti un segno più sul fronte occupati mentre – per quanto riguarda il medio periodo – negli ultimi 5 anni registrano il maggior incremento di lavoratori i settori dell’information technology, del turismo e della fornitura d’acqua e smaltimento rifiuti. Infine, la razionalizzazione del settore pubblico ha avuto effetti decisamente blandi sul piano occupazionale con tagli solo nella scuola e stabilizzazioni principalmente in Regione e altri enti territoriali.

Il turismo Se nel 2012 la Sardegna ha perso il 2,4 per cento di turismo internazionale, l’anno successivo – almeno stando ai dati parziali – ha registrato una crescita significativa, con un aumento degli arrivi pari al 18,3 per cento. Negli ultimi 10 anni, si è verificata una maggiore internazionalizzazione della domanda rispetto alle regioni concorrenti (Calabria, Corsica, Puglia e Sicilia) e, sebbene la Sardegna attragga una quota di stranieri inferiore alla media nazionale (41 per cento contro 47 per cento), i viaggiatori che arriva da fuori confine cresce più velocemente rispetto a quelli che preferiscono i competitor. L’incremento del turismo estero favorisce la destagionalizzazione, garantisce più introiti visto che lo straniero spende in media 94 euro contro i 61 dell’italiano e funziona da traino per le esportazioni dei prodotti locali. E il proprio il turismo sostenibile è stato indicato dall’assessore regionale al Bilancio, l’economista Raffaele Paci come una delle principali opportunità per l’economia della Sardegna che «sarebbe utile supportare con un programma coordinato di investimenti»  sia materiali (mobilità interna e strutture ricettive) che immateriali (formazione di operatori turistici e promozione del marchio Sardegna fuori dall’Isola).

I servizi pubblici Dal 2010 la spesa pro capite sarda è cresciuta dell’1,1 per cento, rallentando rispetto al più 3,6 per cento medio degli ultimi 5 anni. I dati evidenziano che le amministrazioni sarde hanno una spesa pro capite per l’istruzione superiore al Mezzogiorno (209 euro contro 181) ma inferiore alla media nazionale (229 euro) mentre il finanziamento delle iniziative culturali ha un valore pro capite di 57 euro contro i 25 delle regioni del Sud e i 41 della media nazionale. A penalizzare l’Isola ci sono però i numeri sul trasporto locale con un grado di utilizzo dei mezzi pubblici, e in particolare del trasporto ferroviario, di gran lunga inferiore rispetto alla media nazionale. Ottimi invece i risultati della raccolta differenziata che si attesta al 50 per cento del totale dei rifiuti, ben 10 punti al di sopra della media nazionale. Va  analizzata a parte la Sanità che ingoia una buona parte del bilancio regionale: nel 2012 il servizio sanitario regionale ha speso circa 1.768 euro per abitante, ben 81 euro in più della media italiana, con un incremento dell’8,7 per cento tra il 2008 e il 20012. Nonostante questo i dati suggeriscono che la rilevante spesa non si traduce in alta qualità del servizio, visto che l’isola ha un tasso di attrazione pari all’1,9 per cento.

Fattori di competitivita’ e sviluppo Prendendo in esame istituzioni, infrastrutture, istruzione e innovazione, la Sardegna si colloca al 222esimo posto su 262 regioni europee e al sedicesimo posto tra quelle italiane, guadagnando però quattro posizioni rispetto al 2010. L’Isola si comporta in modo accettabile per la spesa in ricerca e sviluppo (salendo al 189esimo posto in Europa). Riguardo alle istituzioni, la regione – come il resto d’Italia – evidenzia un drammatico ritardo in termini di trasparenza amministrativa e efficienza dei servizi essenziali. Mentre sul fronte infrastrutture, precipita al 231esimo posto, stroncata principalmente dalla drammatica situazione della sua rete ferroviaria con qualche segno positivo che arriva solo dall’efficienza degli aeroporti. Tutto a tinte fosche è poi il quadro sull’istruzione: la Sardegna è alla ultime posizioni per numero di laureati e tra le 12 regioni europee con il più alto tasso di dispersione scolastica, con oltre il 25 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni che ha la sola licenza media. «La qualità dell’istruzione è fondamentale – ha commentato il direttore della fondazione Giovanni Agnelli, Andrea Gavosto aggiungendo. – In Sardegna c’è una situazione molto particolare, perché dalla seconda elementare la valutazione della qualità dell’istruzione registra livelli superiori al resto d’Italia, ma la situazione precipita a partire dalla prima media, mostrando un vero e proprio declino. Solo una scuola di qualità può garantire una crescita economica consistente e preparare a sfide in settori strategici come il turismo».

* Sardi News

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