L’ARTE DEL RICAMO A TEULADA, UNA RISORSA POCO UTILIZZATA: DA PEPPINA A MARIA, UN TESORO DA NON PERDERE

IV Fiera Campionaria della Sardegna - Ricamatrici Teuladine

di Enrico Cambedda

”Quando la regina vide per la prima volta la grande tovaglia ricamata, dono di una popolana, condannata al carcere a vita per aver ucciso il marito con la complicità del proprio amante, restò ammirata dall’originalità del lavoro, dal simbolismo immaginifico delle figure, dall’eleganza delle forme, dalla particolare tecnica su trama e graziò la sventurata”. La tradizione popolare ha ammantato di poesia un fatto di cronaca, accaduto nel 1850,  facendo risalire a questo episodio l’origine del ricamo teuladino. Da allora il ”punt’e nù” (punto nodo) è diventato il simbolo del lavoro paziente delle donne  di Teulada. L’abilità delle loro mani, la fantasia, l’inventiva hanno trasformato un’occupazione di tipo quotidiano in una forma artistica, sopravvissuta sino ai nostri giorni. Esecuzione perfetta senza eccessive arditezze tecniche. Gli attuali prodotti: tovaglie, centri tavola, arazzi, asciugamani, federe, possono essere definiti ricami d’arte. In passato servivano per impreziosire il colletto ed i polsini delle camicie da uomo e da donna, quelle del costume tradizionale. Col tempo si presentò la necessità, come già accennato, di una messa a punto più moderna per rispondere ai gusti ormai mutati delle famiglie. Sempre presente, tuttavia, il senso dell’identità locale ed artigianale, con grande coerenza iconografica come la tradizione imponeva. Il punt ‘e nù è caratterizzato da una proposta decorativa che utilizza un punto base , su trama, costituito da un vero e proprio nodo. Perfetta geometria delle forme e visibilità del disegno solo al dritto. Con i nodi si formano poi dentedas o lisus. Questi vanno a formare, a loro volta, gruxitas, dentedas e cerexias sino a realizzare le figure più importanti che sono: rosas e cadiras, arenadas. C’è poi il riempimento a pramas e pillonis, mendula e corus, pillonis e cumpingius. Di norma si usa la tela sarda, quella grezza, di lino,  tessuta al telaio tradizionale. Il filo è una sorta di cordoncino bianco. Oggi, tuttavia, si usa anche la tela moderna, più delicata e per quanto riguarda il colore del ricamo si continua a preferire il bianco ma ormai non si disdegnano, per esigenze di mercato, anche altri colori. Da bambino andavo a coglierne il fascino da Zia Peppina Zedda, forse l’interprete più autentica di questa antica e nobile arte. Era sempre circondata da un folto gruppo di allieve, spesso rimbrottate bonariamente o incoraggiate a rispettare l’eleganza, la pulizia e la precisione delle forme. Sotto la sua guida paziente quei ricami, che giorno dopo giorno prendevano forma, assumevano l’espressione di una bellezza compiuta e senza tempo. Restavo incantato, un sentimento che ancora oggi mi accompagna negli anni non più verdi, dalla ricchezza e finezza di esecuzione. L’importanza di quell’espressione artistica non sfuggì nei primi anni cinquanta ad alcune persone lungimiranti che riuscirono ad ottenere dei corsi regionali di formazione professionale. Il primo nel 1954, altri nel 1956 e negli anni seguenti. Decine di ragazze seguirono i corsi di Zia Peppina Zedda trascinate dalla sua grande passione e dall’arte perfetta . Fra queste c’era una ragazzina, Maria Cambedda, la più attenta e curiosa, il cui sogno era proprio quello di diventare una grande ricamatrice. Zia Peppina Zedda si accorse subito delle sue qualità e della predisposizione innata al ricamo. Diventò la migliore di tutte e riuscì, in breve tempo, a trasformare il mondo dei suoi sogni in un’appagante realtà. Maria  oggi ricama ancora e serve le sue clienti che la chiamano da tutta Italia. Si tratta di una clientela selezionata ed i lavori a punt’e nù sono destinati solo ad un mercato di nicchia medio alto. Gli ordini arrivano ma non tutti possono essere evasi. Manca il tempo. Spesso per realizzare una tovaglia occorrono diversi mesi. Nonostante a Teulada siano in molte a conoscere la tecnica del ricamo, solo tre o quattro lavorano regolarmente. Non esiste una bottega artigiana, non ci sono spazi espositivi; i manufatti non sono commercializzati nei negozi. Le ricamatrici lavorano solo in casa. Questa forma straordinaria di artigianato artistico, nonostante le sue grandi potenzialità, non incide sull’economia locale. Al di là di sporadiche partecipazioni a mostre o fiere, anche internazionali, il ricamo è conosciuto solo grazie al passa parola dei clienti o ai redazionali di qualche pubblicazione specializzata. C’è dunque l’esigenza di adottare alcune importanti soluzioni. La prima è quella di reinterpretare con creatività e fantasia le produzioni secondo le mutate esigenze dei clienti, proponendo, ad esempio, anche dei manufatti meno importanti e dal costo accessibile ad una clientela medio bassa. La seconda è quella di organizzare dei nuovi corsi per preparare quelle professionalità oggi carenti. La terza, ma è la più importante, preservare il ricamo a  punt’e nù con l’adozione di un marchio che ne tuteli l’originalità e la provenienza geografica e creare un’associazione che curi la produzione, l’esposizione e la commercializzazione dei lavori. L’obiettivo deve essere, insomma, quello di cancellare una situazione sconsolante, malgrado le fiere, le mostre ed i concorsi, creata dal dilettantismo imprenditoriale e dall’atavica mancanza di organizzazione e di coraggio nell’affrontare il rischio d’impresa. In altre parole, non ci sarà soluzione senza una messa a punto moderna nella produzione dei ricami, al fine di richiamare l’identità artigianale e locale in un contesto più ampio che tenga conto anche delle moderne esigenze di mercato.


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