GIUSEPPE ZUDDAS, SARDO DI MONSERRATO: E’ STATO TRA I PRIMI A CADERE IN SPAGNA PER LA LIBERTA’ DI TUTTI


di Sergio Portas

Quest’anno, in occasione del 25 aprile che segna la primavera di libertà iscritta nella nascita della repubblica che ci sovrasta, Radio Popolare di Milano (FM 107,6), una delle poche voci davvero libere nel desolante quadro rappresentato dal giornalismo italiano, siamo al 49novesimo posto del “Word Press Freedom 2014”, e prima di noi ci sono Haiti e Niger, mentre ai primi posti i soliti paesi a “corruzione fisiologica”: Finlandia, Norvegia, Danimarca (che ci sia una qualche corrispondenza?), mandava in onda tutta una serie di “Bella Ciao”, cantata in cinese o sloveno o polacco. E ogni giorno mi ripromettevo di far loro avere anche la nostra versione cantata in sardo, col coro diretto da Pino Martini Obinu, sarà per la prossima volta. Del resto a villa Scheibler, l’11 di maggio scorso in occasione della proiezione del documentario di Valeria Patanè che ripercorre alcune tappe cruciali della vita di Giuseppe Zuddas, alias “Resy”, di Monserrato, morto in Spagna nell’agosto del ’36, “Bella Ciao” l’abbiamo cantata in italiano, non fosse altro che per coinvolgere in un finale condiviso anche canoramente il pubblico presente, noi del coro comunque: al collo un fazzoletto rosso. Magari anche per far sapere a quelli di “Casa Pound” che qui a Quarto Oggiaro hanno aperto una sede, che questa volta “No Pasaràn”, come urlavano i ragazzi che accorsero, come Zuddas, nelle brigate internazionali che tentarono invano di opporsi al  colpo di stato che il generale Francisco Franco operò ai danni della repubblica spagnola democraticamente eletta. Alle ultime elezioni avevano vinto le sinistre unite, seppur di stretta misura: a loro il 48%, il 46% era andato a destra e il 6% al centro, con la legge maggioritaria al parlamento iberico la sinistra aveva una maggioranza schiacciante. E, anche se di fatto il paese era spaccato in due, si mise a mettere in atto  una serie di leggi  le più “demenziali”: tipo il voto anche per le donne, il divorzio, la laicità dello stato, tutta roba che, nella Spagna ancora ammantata di medioevo e di clericalismo, assomigliava troppo a una  vera “rivoluzione rossa”.  Come è noto né Hitler né Mussolini potevano permettere che una tale deriva europea si avverasse loro imperanti: il primo mandò a Franco armi e aviazione: e fu subito Guernica, il secondo un contingente di “volontari” che superò le 50.000 unità. L’unione Sovietica mandò armi ai governativi, la Chiesa cattolica benedisse l’ennesimo “uomo della provvidenza” che avrebbe restituito a chi di dovere l’immensa quantità di proprietà terriera confiscata dai “rossi”. Tutta una serie di ragazzi provenienti dall’intero mondo confluì in Spagna per “difendere la libertà” e tentare di sbarrare la strada al  nazi-fascismo, molti gli italiani che già avevano dovuto lasciare la patria a quell’altro “uomo della previdenza” che si era premurato di firmare con la “Santa Sede” quei patti lateranensi che tutt’ora ammorbano la laicità del nostro stato. Tra questi anche Giuseppe Zuddas. A Monserrato, lo dice il video, non lo conosce nessuno, neppure quelli che abitano nella strada che il comune ha voluto titolargli. Era un sardista, presidente della gioventù di quel partito che nel ’24 aveva stravinto le elezioni amministrative sarde. E mai si sarebbe sognato di consegnare al Duce del tempo la bandiera dei quattro mori. Lavorava come vignaiolo e, a fascismo oramai dominante, riparò in Francia, a Parigi, dove l’avrebbe ritrovato Emilio Lussu appena scappò dal confino di  Lipari con Carlo Rosselli. Due tra fondatori di Giustizia e Libertà. Assieme a Dino Giacobbe, un dorgalese plurimedagliato nella grande guerra, antifascista viscerale, a Nuoro aveva lasciato moglie e quattro figli. Una di loro, Simonetta, in questo video milanese ci ricorda di Giuseppe Zuddas, era andato a trovare la famiglia Giacobbe a Nuoro, mentre la mamma lo scrutava circospetta, lei e la sorella Maria ( sarebbe divenuta famosa scrittrice: la Maria Giacobbe di “Storia di una maestrina”, “Il mare”, “Gli arcipelaghi”, e cento altri titoli), si dicevano ridacchiando crudeli come solo sanno essere i bimbi:”Che uomo brutto!”. Ma quando lui tirò fuori una lettera a firma Emilio Lussu e portò notizie del babbo divenne immediatamente “bellissimo”! A conferma che i piccoli capiscono di politica più che credano i grandi di casa. Lui Zuddas era in verità bruttino assai, leggo da Giuseppe Fiori nel suo “Il cavaliere dei Rossomori”, Einaudi editore: “Alto, magro, dai lineamenti tormentati come se una tempesta avesse devastato il suo viso. Ha l’aria di un meticcio piovuto da lontananze australi, la pelle color oliva, capelli e sopracciglia di un nero catrame in faccia cavallina, lunga, la bocca piccola, le labbra sottili. Disponibile in ogni circostanza, sa più fare che dire. Per incarico di Lussu è stato alcune volte in Sardegna, l’ultima nel febbraio del 1933, vi si è trattenuto un mese. (pag. 273). Mai l’avrebbe rivista in vita. Una pallottola lo colpì in fronte presso Huesca, in Aragona, fine agosto del ’36, la mattina che il suo gruppo di volontari, comandava Carlo Rosselli, erano in 150, riuscirono a respingere l’attacco portato loro da 700 miliziani. Sul “Monte Pelato” resistettero per quattro ore finché arrivarono rinforzi. I volontari erano miseramente armati, specie quelli della prima ora. Il mio libro preferito sulla guerra di Spagna è l’”Omaggio alla Catalogna” di Giorge Orwell, Il Saggiatore editore, dove l’autore narra della sua esperienza di guerra in terra iberica, ferita al collo compresa. Bellissima la sua descrizione di una Barcellona proletaria con gli edifici drappeggiati di bandiere rosse e rosso-nere degli anarchici, chiese che venivano sistematicamente demolite, persino i lustrascarpe erano stati collettivizzati, nessuno diceva più “senor” e ognuno chiamava gli altri “compagno” (pag.9). In realtà io dovrei essere grande esperto della guerra di Spagna, tale Livio Portas che nel ’36 era stato congedato dall’esercito italiano col grado di sergente (incredibile dictu per un soldatino con appena la quinta elementare) viene, leggo dal suo foglio matricolare: il 21 gennaio 1938 richiamato alle armi quale volontario in servizio non isolato all’Estero nel X Btg. Complementi. Tale sbarcato a Cadice il 13 luglio 1938. Tale assegnato al 1° Reggimento Fanteria Volontari “Littoria” il 26 luglio. Insomma questo tale che avrebbe sposato il 6/5/943 la signorina Cherchi Giuseppina, guspinese come lui, e messo al mondo tre figli, ne fa fede sempre il foglio matricolare, e sarebbe quindi diventato babbo mio, nel luglio del ’38 sarebbe stato inviato “volontario” in Spagna giusto per partecipare alla battaglia dell’Ebro, quella che decise la fine della guerra, la primavera dell’anno successivo (imbarcatosi per il rimpatrio a Cadice  il 31 giugno del ’39). Mai che babbo si sia lasciato andare a ricordi di guerra, giusto che una volta a El Alamein fu passato in rassegna dal generale Rommel in persona, o che gli spagnoli scambiavano il “burro” con l’asino. All’Ebro, testa di ponte di Soros (ho delle foto mutate a seppia), può avere scambiato qualche colpo di moschetto con Dino Giacobbe, che sparava dall’altra parte. Zuddas era stato, due anni prima, uno dei primi caduti in una guerra civile di cui ancora non si sa bene quanti furono i morti. Che quando Franco ebbe pieni poteri ci furono migliaia di esecuzioni sommarie, fucilazioni senza processo alcuno. Tra i più famosi il poeta andaluso Garcia Lorca. Zuddas a Parigi lasciava una compagna Emilia Ruella, piemontese di professione stiratrice, di lei abbiamo struggenti lettere che scambia con la mamma di Giuseppe, a Monserrato. E’ sepolto nel cimitero di Vicién, nel filmato una banda di cornamuse e tamburi accompagna il sindaco del paese che pianta un pino a ricordo di quei primi sette italiani caduti in una battaglia di libertà. Qui a Milano Angelina Valisi che nel 1943 prese parte agli scioperi che fecero capire al Duce che la sua guerra era persa sopratu
tto fra gli italiani, regala la sua tessera da partigiana a un ragazzo ventenne, che la userà come il testimone di una staffetta generazionale supportata da valori che non hanno scadenza mai. Noi de “Sa oghe de su coro” cantiamo canzoni sarde per ninnare a Giuseppe Zuddas. Angela Masala, ragazza “rossa” di Pattada che canta con noi, prima aveva imbracciato la chitarra e intonato: “El ejercito dell’Ebro, rumba la rumba la rumbambà, una noche el rio pasò, ay Carmela, ay Carmela…”   

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