L’ARTE SARDA GUARDA AL FUTURO, CON UN OCCHIO AL PASSATO: INTERVISTA A NEW YORK AL DOTTOR RENATO MIRACCO

nella foto Renato Miracco

di Barbara Faedda

Renato Miracco dopo la laurea in storia dell’arte all’Università di Salerno nel 1975, ha sviluppato esperienze estere a Londra, Parigi e Amburgo. A Londra è stato anche curatore di mostre presso la Estorick Collection for Modern Italian Art e il Tate Modern. Ha curato importanti mostre anche presso il Metropolitan Museum di New York e il Reina Sofia di Madrid. Per dieci anni, dal 1997 al 2007, è stato consigliere del Ministero degli Affari Esteri ed organizzatore di mostre ed esposizioni all’estero. Negli stessi anni è stato anche presidente del comitato scientifico della Camera dei deputati, e membro del direttivo del Polo Museale del Chiostro del Bramante a Roma. È autore di oltre un centinaio di pubblicazioni, libri e cataloghi principalmente su Futurismo e Arte informale, sulle opere di Fontana, Burri, la Scuola romana, e artisti come Afro, Mirko e Morandi. Dal 2007 al 2009 è stato direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a New York, divenendo in seguito addetto culturale presso l’ambasciata italiana a Washington.

Dott. Miracco, ci racconta il suo primo impatto con l’arte della Sardegna? Sicuramente il mio “primo amore” per l’Arte sarda è avvenuto con la scoperta di Melkiorre Melis: la sua arte così regionale ma al tempo stesso internazionale è qualcosa che mi ha sempre stupito. Ricordo una sua mattonella che aveva esposto alla Mostra di Arte Decorativa del ’27 che ancora oggi conserva un modernità davvero invidiabile. Ma, sinceramente parlando, se lui è stato il “primo amore”, sicuramente poi Mario Sironi è stato l’artista sardo che ho più amato. La sua complessità espressiva, la sua caparbietà, il suo impegno per una Arte nuova sono sicuramente ancora da riscoprire. E se pur vero che gli si “critica” il suo fascismo, oggi i tempi sono maturi per andare al di là di questo e discernere l’Artista incredibile dall’improbabile politico (che fu peraltro il primo a pagarne le conseguenze).

Quali mostre ha curato su artisti sardi?  Beh, quella di Melis, e molte su Mario Sironi. Per la cronaca, insieme alla famiglia e con altri curatori, sono stato il primo a portare Sironi in Messico e in Argentina ed in varie mostre intorno al mondo. Per primo ho fatto una mostra su Sironi in Inghilterra, alla Estorick Collection, e questo più di 15 anni fa.  Posso forse considerarmi, pur non essendolo, un antesignano nella promozione dell’arte sarda ad alti livelli. Della vera Arte sarda (ma questo è altro discorso!) Poi, sempre per parlare di grandi personaggi, credo che Nivola rappresenti il mio ultimo grande progetto con artisti sardi. Il mio catalogo in inglese su di lui, la mia mostra condivisa tra l’Ambasciata italiana a Washington e la Phillips Collection di Washington, con studiosi di tutto il mondo, è stata un’altra delle mie fatiche di Sisifo. Ed anche lì ci sarebbe ancora tanto, ma tanto, da fare!! In ambito contemporaneo non voglio dimenticare Michele Cacciofera, con cui collaboro da anni e con cui ho fatto due mostre, una a New York ed una a Miami. In Michele convive una doppia identità: il suo essere sardo con il suo essere siciliano. Ma l’anima sarda, specialmente nella denuncia sociale, è molto viva nella sua espressione artistica. Ci vedremo con lui prossimamente a New York per elaborare un piano di azione che coinvolga la città di Parigi, dove lui vive, e l’America. Non voglio tralasciare neanche Maria Antonietta Mameli, artista potente, inusitata, che vive a New York, e con la quale sto parlando di un progetto per ora segreto. Cross fingers!!

Quali sono i suoi artisti sardi preferiti?  Quelli che ho curato… semplice no?! Non ho mai fatto una mostra su artisti che non rientrassero nella mia lunghezza d’onda.

Quale, secondo lei, il futuro dell’arte sarda?  Quando prima le parlavo della vera Arte sarda intendevo riferirmi non ad una promozione a tutto tondo della produzione artsitica sarda, ma alla fondazione del futuro e alla internazionalizzazione dell’Arte sarda su PILASTRi che esistono, ci sono, sono validi, e vanno estrapolati e fatti conoscere.  L’Arte sarda ha una sua specifica validità, perché si fonda su una tradizione che si combina con una riflessione geografica. I Geni che ne sono nati, basandosi sulla “essenza” dell’arte sarda, ne hanno poi espresso i segni e sono diventati internazionali combinando la loro eredità con un flusso di modernità indispensabile alla internazionalizzazione. Non so se mi spiego. Un impegno istituzionale dell’Arte sarda dovrebbe partire proprio da questo. Promuoviamo gli Artisti (con la A maiuscola) che hanno fatto della Regione una patria nota, sosteniamo chi per primo ha scelto di andare per il mondo a far conoscere un’arte che poi, fondandosi sulla tradizione, ne ha fatto la base per un’arte che PARLI a tutto il mondo, un’arte comprensibile che, da linguaggio regionale, è diventato linguaggio internazionale. Altrimenti oggigiorno non avrebbe più senso…

Perché oggi ha senso proporre l’arte sarda in America?  Le rispondo solo dicendo che l’America è per ora il centro della promozione dell’Arte… Per ora. Quindi, per favore, se volete e DOVETE fare qualcosa, fatelo subito…. L’America ancora riserva un occhio di riguardo all’Italia e alle sue tradizioni. Presto, credo, l’equilibrio si sposterà, ed è una responsabilità che grava su questa generazione. La nostra.

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