L’AFGHANISTAN E LA BRIGATA SASSARI: INTERVISTA ESCLUSIVA AL GENERALE MANLIO SCOPIGNO CHE RACCONTA LA MISSIONE DEI “DIMONIOS” AD HERAT

Il generale Scopigno con la scorta

di Maria Adelasia Divona

Herat, capitale della provincia più occidentale dell’Afghanistan. Da 3 mesi è la casa dei Sassarini in missione. Le uniche notizie che abbiamo di loro sono quelle che filtrano dai comunicati stampa ufficiali del Ten. Col. Marco Mele, Capo della Pubblica Informazione e Portavoce del Regional Command West. In questo periodo abbiamo appreso dei progetti militari a favore della popolazione, delle operazioni congiunte dei militari italiani e afghani, della sicurezza garantita durante le elezioni, dei risultati conseguiti dalle attività operative e di addestramento svolte dalle nostre forze armate. Come promesso, Tottus in Pari ha costantemente dedicato uno spazio ai nostri “emigrati speciali”, e ha chiesto la disponibilità per una intervista a distanza al Gen. Manlio Scopigno, 41° Comandante della Brigata Sassari e a capo della missione ISAF nell’ovest dell’Afghanistan.

Comandante, sono passati 3 mesi da quando la Brigata Sassari è arrivata in Afghanistan e lei ha assunto la guida del Regional Command West. Ci racconta la sua prima impressione all’arrivo?

Il comando della regione occidentale del Paese è una macchina complessa ed articolata. Mi sono chiesto: “Come riuscirò a gestire tutto questo?”. Ho guardato subito agli obiettivi da realizzare, cercando di indirizzare le figure chiave del mio staff dalle quali ho avuto immediati riscontri nella direzione auspicata. Qui si ha a che fare con personale di comprovata esperienza, motivato ed entusiasta, con alle spalle un bagaglio di esperienze professionali di primissimo piano maturate nel corso di numerose missioni all’estero. E’ la conferma dell’enorme salto di qualità compiuto negli ultimi dieci anni dalle Forze Armate italiane.

Prima di partire, lei ha ripetutamente illustrato alla stampa gli obiettivi della missione: riportare in Patria i materiali utilizzati in questi anni, proseguire le attività del Provincial Reconstruction Team, continuare a garantire la sicurezza fornendo supporto alle forze afghane. E’ possibile tracciare un bilancio a metà percorso?

Sul comodino della mia stanza è poggiato un libro di poesie di Constantinos Kavafis. Una di esse, intitolata “Itaca”, richiama alla mente “Itaca 2”, il nome  che è stato dato alla complessa operazione di rientro in Patria dei nostri materiali. Affronto questa missione con lo spirito insito nei versi di quella poesia, dove si legge:- “Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze”. In questo senso, Itaca non è solo il rientro graduale da una missione, ma il frutto di anni di sacrificio e di dedizione delle Forze Armate italiane alla causa della missione in Afghanistan. Un esempio su tutti: i 1.288 progetti realizzati dal Provincial Reconstruction Team (PRT), la componente civile e militare del contingente italiano di ISAF, nei settori della salute, dell’istruzione, dell’agricoltura, dei lavori pubblici e della giustizia a favore della popolazione della provincia di Herat con un investimento pari a circa 46 milioni e mezzo di euro stanziati dal Ministero della Difesa. Ogni iniziativa in tal senso è stata sempre indirizzata a sostegno del processo di ricostruzione del Paese, all’incentivazione dello sviluppo economico, dell’occupazione locale e ad infondere fiducia verso le istituzioni politiche presenti nel territorio.

Particolarmente significativi sono stati i risultati ottenuti nel campo della scolarizzazione che è aumentata del 40% (gli studenti e le studentesse sono circa 130.000) e quelli relativi al miglioramento della condizione della donna; le donne diplomate nel 2014 sono il 50% e quelle laureate il 38%, molte infrastrutture sono state progettate e realizzate per garantire alle donne afghane punti di aggregazione e formazione, di crescita culturale. Stiamo aiutando ad assistere le forze afgane nella loro crescita e nella gestione della sicurezza che è nelle loro mani.

Qual è l’attività che in questi mesi le ha dato maggiore soddisfazione?

Lo straordinario successo delle operazioni di voto nella prima fase delle elezioni presidenziali e l’altissima  percentuale dei votanti, molti dei quali donne, che hanno potuto esprimere liberamente la loro scelta grazie alla cornice di sicurezza fornita dalle forze afgane supportate dalle forze internazionali di ISAF. E’ la prova del fallimento dei militanti talebani nello sferrare finora attacchi di alto profilo per minare la fiducia della popolazione verso un futuro di pace e di prosperità.

Quali sfide culturali si pongono nella relazione con i partner afghani nella quotidianità delle operazioni?

Nella condotta dei programmi di addestramento, di consulenza e di assistenza, occorre sempre filtrare le attività secondo codici comportamentali che non appartengono alla cultura del mondo occidentale ne’, tantomeno, agli eserciti di cui sono espressione. La professionalità dei nostri consiglieri militari è proprio questa: non basta essere bravi e seguire un metodo. Occorre, piuttosto, essere empatici. E l’empatia non è solo una capacità innata, ma la si deve costruire giorno dopo giorno attraverso lo studio e la conoscenza culturale del terreno, meglio nota come “human terrain”. Le faccio un esempio. Noi diamo per scontato che dopo ogni attività operativa ci si riunisca per esporre le “lezioni apprese”, un momento utile a capire dove ci possono essere possibilità di miglioramento o evitare di cadere in errore. Nella cultura afgana, essenzialmente fatalista, l’errore è riconducibile più ad una volontà divina che al fattore umano. Ciò significa che non si dà valore alle lezioni apprese. Allora occorre veicolare il messaggio più idoneo e attinente alla cultura locale per affrontare la problematica. Un buon metodo consiste nell’organizzare una serie di incontri durante i quali i comandanti afgani descrivono la bontà dei risultati ottenuti dopo aver modificato alcuni loro comportamenti operativi.

Quali impressioni e quali richieste ha registrato da parte degli afghani della provincia di Herat? Ci chiedono di restare o di andarcene?

Le istituzioni afghane chiedono di non essere lasciate sole in un momento così delicato e cruciale per il futuro del paese. Soprattutto ora che le truppe della coalizione si accingono a diminuire la loro presenza sul terreno anche se le forze di sicurezza afghane possono contare sul sostegno di ISAF  in termini di addestramento, di supporto logistico, operativo e di intelligence. Riguardo alla popolazione, non ho percepito segnali di insofferenza o di ostilità quanto, piuttosto, di grande riconoscenza per la bontà del nostro operato.

Tra tutti i notabili afghani che ha incontrato in questo periodo, chi l’ha colpita di più e perché?

Ritengo che l’incontro più toccante sia avvenuto con Abdul Ali Barikzai, fondatore del Peer – E – Herat Foundation, una organizzazione non governativa di Herat che si occupa di sviluppare progetti di educazione per adulti e giovani disabili. Barikzai è un uomo forte in un corpo fragile che grazie alla sua tenacia è riuscito a mettere in piedi un’importante associazione a livello provinciale in grado di coinvolgere le fasce più vulnerabili della popolazione, ovvero i bambini, le donne e gli uomini diversamente abili. Un uomo carismatico e solare che, nonostante la sua condizione di permanente inabilità lo costringa a vivere su una sedia a rotelle, si impegna per gli altri con progetti di coinvolgimento sociale quali, ad esempio, l’ organizzazione di mostre e la vendita di quadri, tutti dipinti dagli utenti disabili che come lui non si arrendono alla loro condizione. Abdul Ali Barikzai ha sconfitto la sua disabilità dipingendo con la bocca e creando una sinergia con la moglie davvero sorprendente.

Com’è il rapporto del Comandante con i suoi Sassarini in questa nuova esperienza comune? Ha scoperto qualcosa di nuovo dei Sardi da quando siete in teatro operativo?

Per chi Sardo non è, esiste una figura di riferimento che aiuta a comprendere i valori della Sardegna: la moglie di Emilio Lussu, Joyce. Lei aveva chiaro il concetto di Patria e sposando Lussu aveva riconosciuto la Sardegna come sua Patria, divenendone “innesto” per amore di una persona. Nella vita non ci sono solo radici, ma anche innesti. Io vivo di questa linfa vitale, che mi sostiene ovunque vada con i miei Sassarini.

Per concludere, tra le cose che ha visto qual è l’immagine più bella che le è rimasta impressa in questi primi tre mesi?

La storia di detenzione e di speranza che ho vissuto negli occhi incuriositi di alcuni bambini,  figli delle donne detenute nel carcere femminile di Herat. Nel carcere è permesso alle madri tenere i bambini con loro fino ai sei anni di età. Nella struttura, anch’essa realizzata dai militari italiani, possono studiare, giocare, stare con i loro coetanei.  Per l’eternità di un attimo mi è sembrato di cogliere lo sguardo gioioso dei miei figli.

7 risposte a “L’AFGHANISTAN E LA BRIGATA SASSARI: INTERVISTA ESCLUSIVA AL GENERALE MANLIO SCOPIGNO CHE RACCONTA LA MISSIONE DEI “DIMONIOS” AD HERAT”

  1. Un grande generale , non poteva che guidare una grande BRIGATA.!!! E una grande BRIGATA , “la mia brigata” non poteva non essere comandata da Manlio!!

  2. Al Gen. SCOPIGNO va il mio più vivo apprezzamento per ciò che sta facendo e per la bella foto che ha autorizzato nel pubblicarla. Ancora i miei complimenti a tutti voi della SASSARI. Sempre Forza Paris!!!!!!!

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