LE TOMBE DEI GIGANTI: SA DOMU’ E S’ORCU


di Emanuela Katia Pilloni

Megalitiche. Degne di giganti. Così nell’immaginario del popolo sardo apparvero quelle enormi costruzioni di pietra che costellavano le campagne dell’Isola. Maestose nelle dimensioni, palesemente esposte allo sguardo ed all’ammirazione di tutti. A differenza delle cupe e nascoste domus de janas, prenuragiche dimore dei defunti per gli studiosi e magiche dimore delle fate per gli antichi. Eppure proprio da quegli ipogei scavati nella roccia, nello stadio più tardo della loro evoluzione, si sarebbero sviluppate le tombe dei giganti.

Da case di fate a tombe per giganti. Nel Bronzo antico quando fiorì, con la cultura di Bonnanaro, la prima fase della civiltà nuragica, l’uso delle sepolture ipogeiche si diradò – limitato alle aree del Sassarese e del Goceano – lasciando definitivamente posto, nel resto della Sardegna, alle tombe entro sepolture megalitiche, che pure ne sono state una derivazione. Le domus de janas modificate (caratterizzate da una facciata, con stele ricurva sopra l’uscio d’ingresso e, in taluni casi, a guisa di coronamento nel punto di origine della copertura, tre piccoli incavi ferenti betilini di pietra) furono il prodromo di questa nuova stagione sepolcrale, che per circa 800 anni avrebbe funto da modello indiscusso in campo funerario.

Tipologia dolmenica-ortostatica. La più antica tipologia delle tombe dei giganti sembra afferibile all’alleè couverte (viale coperto): un lungo vano rettangolare – spesso interrato – circoscritto e sormontato da lastroni lapidei, con facciata rettilinea, ricoperto da un tumulo di terra e pietre, dove i defunti trovavano una sepoltura collettiva. A differenza però delle alleè couverte, che hanno rappresentato l’altra tipologia di sepolcri megalitici della prima età del bronzo, le tombe dei giganti presentano un prospetto a esedra concava (protome taurina?), realizzato mediante lastroni infitti verticalmente, con altezza progressivamente maggiore dalle ali verso il centro, dove svetta la stele monolitica o bilitica, dotata di porticina d’ingresso che immette nel lungo dromos coperto, a sezione ovale. Il vano interno – detto a naveta per via della forma che ricorda una barca rovesciata – è strutturato a filari di pietre che raggiungono una lunghezza complessiva che va dai 20 ai 30 metri per un’altezza compresa tra i 2 e i 3 metri. Il tipo dolmenico-ortostatico fu la tipologia di tomba dei giganti più frequente fino al Bronzo medio (1500-1200 a.C.), soprattutto nella Sardegna centro-settentrionale.

Tombe a struttura nuragica. Quasi coeve alla tipologia dolmenica, le tombe a struttura nuragica si diffusero soprattutto nella Sardegna centro-meridionale a corollario della grande stagione dei nuraghi monotorre, di cui furono degne coprotagoniste fino al Bronzo recente e finale (1200 – 900 a. C.). Rimasta la caratteristica sagoma a testa di toro, scomparsi il tumulo di terra (lasciando così in bella vista i filari litici e la curva dell’abside) e la stele dell’esedra, la porta d’ingresso di immissione alla buia camera sepolcrale, viene ricavata direttamente nel muro. Tra i più significativi esempi di questa tipologia funeraria, si annoverano certamente Sa dome’ e s’orcu di Siddi e Sa grutta de Santu Giuanni a Gonnosfanadiga.

Funzione. Pensare alle tombe dei giganti nei termini di semplici architetture sepolcrali è ossimoro non solo lessicale. Monumenti di culto dei defunti, teatri eterni delle ierogamie sessuali tra le quinte dei betili conico-fallici e le mammelle, essi sono piuttosto inno estatico alla vita dopo la morte. E non solo per i personaggi di prestigio della comunità, in cui forse si possono scorgere gli eroi divinizzati delle antiche fonti greche, ferenti salute, nell’anima e nel corpo, ai malati incubati. Stirpi di guerrieri o di gruppi dirigenti, che rappresentavano – riassumendole – le virtutes più celebrate presso i vivi, vi trovavano riposo eterno ricevendo linfa vitale per il mondo ultraterreno dai numerosi semata (segni) che attengono al sacro. Se, infatti, i betili tronconici e conico-fallici con mammelle figurano la copula divina, altri monoliti con incavi scolpiti simboleggianti gli occhi (sempre in numero dispari, da tre a cinque) alludono piuttosto a figure di guardiani dell’oltretomba: l’Argo panoplatès – ovvero dai molti occhi – assimilabile alla “dea degli occhi”neolitica? O forse vicini al mostruoso essere dai quattro occhi e dalle quattro braccia, con due spade e due scudi incarnato nelle statuine bronzee del santuario di Albini, presso Teti?

Nessuna risposta dalla muta civiltà nuragica, che più che alla parola scritta ha preferito affidarsi alla grandezza della pietra per eternare il ricordo dei propri cari. Eppure quelle pietre silenti nel loro disporsi a guisa di protome taurina o di ventre di donna sussurrano di culti di rinascita in onore della Dea Madre e del dio Toro, più che di morte. Solo la “sorda” fantasia delle più tarde epoche storiche, non vi colse più questo messaggio vivifico e ne fece luoghi di tetri banchetti di giganti. La tomba collettiva delle popolazioni nuragiche, ossario nel quale depositare le spoglie dei defunti dopo la scarnificazione, divenne così la terribile domu ‘e s’orcu, luogo anch’esso di morte ma senza speranza di rinascita.

2 risposte a “LE TOMBE DEI GIGANTI: SA DOMU’ E S’ORCU”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *