I SEGNI NEL TEMPO: LE PINTEDERE


di Emanuela Katia Pilloni

I nuraghi, silenti guardiani di un’isola di miti, non sono gli unici misteri della nostra terra. I più colossali, certamente, ma non i soli. Come se la Sardegna non possa proprio fare a meno di simboli forti. Maestosi e imponenti, o piccoli e modesti, degni di eroiche stirpi di giganti o di umili massaie, poco importa. Così anche quello che fu probabilmente un semplice stampo da cucina diventa un vessillo dell’identità e troneggia, facendo bella mostra di sé, nel logo di un noto gruppo bancario sardo. Perché mai – ci si chiederà – un instrumentum domesticum dovrebbe assurgere a emblema di un Istituto di credito? Cosa mai dovrebbe richiamare alla mente? La vicinanza alle famiglie, alla tradizione? Oppure è solo un riferimento a quel pane, che nella cultura mediterranea è simbolo stesso di prosperità e ricchezza? E non solo.

Incominciamo col ricordare che la pintadera in questione (il nome tradisce ascendenze spagnole e palesa il filone interpretativo ufficiale, che riconosce in questi oggetti strumenti di marcatura del pane e dei dolci) proviene dal nuraghe di Santu Antine a Torralba, ed è una delle circa venti pintadere ritrovate nell’isola e scoperte quasi tutte nei nuraghi complessi. Realizzata in materiale fittile, con un diametro di circa 9 cm, presenta un ornato ad angoli inscritti, separati da dorsalisegnate da punti impressi, e trova un convincente confronto con quella ritrovata nel nuraghe Is Paras a Isili. Mentre una variante al tema decorativo in un timbro dal pozzo sacro di Sa Testa di Olbia è rappresentata dalla presenza di un bordo liscio e dalle dorsali non tutte decorate. Altri esemplari (appartenenti alla tipologia con disco centrale e stretti listelli in rilievo) offrono invece i cosiddetti “disegni a foglie”, ma solo due modelli: il primo, dal villaggio di Genna Mariadi Villanovaforru, il secondo da Su Nuraxi di Barumini, mostrano rispettivamente quattro cerchielli concentrici, disposti a croce intorno a uno più grande, a separare quattro gruppi di angoli inscritti, e cerchi concentrici con foro centrale delimitati da fascia perimetrale.

È opinione comune fra gli archeologi, data la ricercatezza e la rarità dei motivi decorativi (talvolta identici seppure a grandi distanze), che questi preistorici timbri fossero legati alla sfera del sacro, e, più in particolare, servissero per la stampigliatura di tessuti o di superfici vascolari, se non addirittura impiegati in pratiche magico-profilattiche: tale valore sacrale si sarebbe palesato soprattutto attraverso un uso cerimoniale e non semplicemente domestico di marcatura del pane. Una precisa funzione rituale di benedizione, dunque, officiata dal sacerdote, come sembra potersi dedurre anche dai numerosi bronzetti di offerente che parrebbero recare pagnotte decorate proprio con l’utilizzo delle pintadere.

Il numero esiguo dei reperti, finora venuti alla luce, non permette tuttavia di tracciare un quadro definitivo sulla loro primigenia funzione. Perché questi cerchi di terracotta sembrano celare in tali simboli, il più delle volte geometrici, atavici indizi di sapienze poi andate perse. Per lo meno questo è il convincimento di molti appassionati di archeologia, che interpretano quei segni come parte integrante di un calendario nuragico in piena regola. Se Nicola de Pasquale parla senza indugio disa Arroda de Tempu, la ruota del tempo, Piero Angelo Piscedda si spinge alla conclusione che la pintadera più celebre, quella di Santu Antine (una delle poche a non possedere impugnatura posteriore e dotata solamente di un leggero andamento umbonato, che ne rende assai problematico l’utilizzo come stampo), altro non sia se non un eccellente calendario nuragico solare e lunare, in cui il foro centrale rappresenterebbe la luna, il rilievo che plasma la cavità centrale la terra e l’infossatura circolare il sole. Non è questa la sede per ripercorrere i complicati calcoli che hanno portato diversi cultori di storia a formulare ipotesi tanto affascinanti, quanto di difficile dimostrazione, sulle valenze astronomiche di questi piccoli manufatti. Ci si limiterà perciò a indicare l’esistenza, secondo queste teorie, di due tipologie fondamentali calcolatori del tempo: le pintadere lunari e solari (rispettivamente a 29 e 26 fori o incisioni), che sottenderebbero l’esistenza di un calendario nuragico formato probabilmente da mesi di 26 giorni e settimane (sic!) di 10 giorni, proprio come per gli egizi. Ma c’è anche chi si spinge oltre, tanto da riuscire a calcolare previsioni di eclissi, allineamenti di pianeti anche a distanza di millenni. Casualità, si dirà. Coincidenze, nulla di più, forse. O forse quei simboli (chevron, cerchi, spirali) nascondono un mondo magico, in cui sacro e sapere scientifico sono ancora due facce di una stessa medaglia. Un mondo dominato dalla natura, a sua volta controllata solo dal rito, da quell’ordine prescritto nei rapporti tra uomini e divino, che pur avendo mille facce, si serve di quel linguaggio universale, di cui però nel tempo si è persa, talvolta, la chiave di lettura. Ma se ancora oggi il pane nuziale viene confezionato con una congerie di simboli senza tempo. Se nei dolci tradizionali rivivono silenziosi segni di propiziazione e fertilità, mascherati da ripetitivi moduli decorativi: allora è indubbio che i riti fissano, ancorano nell’eternità, gesti carichi di significati simbolici condivisi. E tanto forti da superare le barriere più invalicabili che l’uomo abbia saputo creare: quelle culturali.

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