LE ELEZIONI EUROPEE IN SARDEGNA: UNA RIFLESSIONE SULL’ETICA DEL (NON) VOTO


di Maria Adelasia Divona

Ho votato per la prima volta alle elezioni politiche del 1994. Andai al seggio con mio padre e mia madre, che non tentarono preventivamente di influenzare la mia scelta, e che dopo si limitarono a chiedermi per chi avessi votato. Fu un passaggio alla vita adulta non traumatico: non ebbi problemi di coscienza, e votai il partito che allora mi rappresentava di più. Il travaglio elettorale, invece, mi colpì per la prima volta nel 2004 e da allora, ad ogni scadenza, non mi ha mai abbandonata. Ho votato in mille condizioni: col naso tappato, a denti stretti, con il mal di pancia, in bianco e anche usando una sbarra diagonale, quella che ha annullato la mia scheda elettorale e che credo userò ancora alle prossime elezioni al parlamento europeo, sempre che non decida di lanciarmi in una dichiarazione da mettere a verbale in cui affermerò che rifiuto la scheda perché alla mia terra non è concessa rappresentanza in Europa. L’idea di non recarmi al seggio non mi ha mai sfiorata, complici anni e anni di lotte per l’ottenimento del suffragio femminile, e l’art. 48 della Costituzione che sancisce che l’esercizio del voto è un dovere civico.

Ho compiuto insomma il mio dovere di cittadina, sempre e comunque, considerando l’astensionismo un atto di disimpegno grave di fronte a quel dovere civico che ci impone la nostra norma fondamentale. Solo recentemente ho cominciato a valutare l’ipotesi che l’astensionismo possa rappresentare una scelta etica per quanti non vogliano contribuire a rendere la società più ingiusta di quel che già è. D’altro canto, sempre l’art. 48 chiarisce che il voto è libero, il che secondo me, da semplice cittadina, implica anche la libertà di non esercitare il proprio diritto di voto, sebbene la Corte Costituzionale abbia sottolineato con sent. n. 173 del 2005 che “non partecipare alla votazione costituisce una forma di esercizio del diritto di voto significante solo sul piano socio-politico”.

In realtà, genericamente parlando, siamo tutti astenuti: sia quelli che non si recano al seggio per incertezza, indifferenza, sfiducia o protesta, sia io che ci vado “in bianco” o per annullare la scheda. Tuttavia, fino a tempi recenti, se a un gesto come il mio è stato attribuito il valore di una presa di posizione politica consapevole, la stessa considerazione non ha riguardato quanti hanno rinunciato ad esercitare il proprio diritto/dovere, che anzi sono stati tacciati di scarsa cultura civica e socio-politica, e considerati innocui perché ininfluenti ai fini del dibattito politico e degli equilibri di potere. Ma la recente esperienza alle elezioni regionali in Sardegna, in cui l’astensione ha toccato il 48%, insegna che così non è più: l’incremento dell’astensionismo ha acquisito di fatto una dimensione politica, perché configurato come astensionismo intenzionale ai fini di una protesta operata da cittadini consapevoli.

Con l’approssimarsi delle elezioni per il parlamento europeo, i movimenti sardi espressione del territorio che evocano l’autodeterminazione e restano lontani dai partiti nazionali stanno promuovendo lo sciopero del voto. Per intenderci: Sardi, il 25 maggio andate al mare! E la ragione è presto detta. Il collegio unico Sicilia-Sardegna non consentirà ad alcun parlamentare sardo di sedere a Strasburgo, a causa di un rapporto di popolazione di quasi 5 a 1 tra le due isole maggiori, e che quindi vedrà eletti solo parlamentari siciliani. A nulla sono valse le richieste di modifica della legge elettorale operate a più riprese dai parlamentari sardi presenti a Roma, affinché anche alla Sardegna venisse garantita la rappresentanza in Europa in virtù della sua condizione di insularità e della specialità culturale e linguistica, quest’ultima peraltro riconosciuta a livello costituzionale. Ha scritto Nicolò Migheli su Tottus in Pari del 14 aprile scorso: “L’Italia per legge riconosce i Sardi come minoranza linguistica, ma non è conseguente con il diritto comunitario. Malta con 418.366 abitanti ha sei parlamentari, Cipro con 1.129.000 sempre sei, così Estonia con 1.339.000 e il Lussemburgo con 531.441”. Insomma, per l’Europa non esistiamo, e certo non solo da quando il parlamento italiano ha adottato la L. 10/2009 che modificava la precedente in merito all’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia: tra il 1979 e il 1994 la Sardegna ha espresso in totale nel collegio delle isole 9 rappresentanti su 30 eletti; tra il 1999 e il 2009 0 su 19 (al netto di un paio di subentri sul filo di lana in finale di legislatura).

Ma la discriminazione democratica è l’unica che ci tiene fuori dall’Europa? A ben vedere no: soffriamo sulla nostra pelle di emigrati la discriminazione nella mobilità, rimanendo vittime di una falsa continuità territoriale aerea che per tre mesi l’anno differenzia tra residenti e non residenti, e una falsa continuità marittima in cui vige una discriminazione tariffaria, in spregio di un onere di servizio pubblico delle compagnie di trasporto che serve non solo a garantire il diritto alla libera circolazione di persone e merci sul territorio europeo, ma anche a ridurre il gap di sviluppo a cui siamo costretti per la nostra condizione di insularità, e creando, di fatto, una ulteriore discriminazione di tipo economico. A queste tre discriminazioni se ne aggiungono delle altre non meno rilevanti: una discriminazione infrastrutturale che a livello di pianificazione europea non ha contemplato l’Isola in nessuno dei 4 cosiddetti “corridoi europei” (Adriatico-Baltico, Mediterraneo, Helsinki-La Valletta, Genova-Rotterdam), così da motivarne la conseguente esclusione anche dal piano infrastrutturale nazionale; una discriminazione energetica, riguardo la quale la Commissione europea riconosce che l’energia in Sardegna costa troppo per una serie di fattori inerenti alla forte concentrazione del mercato, alla presenza di operatori dominanti che impongono i prezzi, all’assenza di produzione di energie alternative e di interconnessione, ma rispetto a cui l’Europa non è intervenuta per la definizione di un onere di servizio pubblico energetico (sempre per via della condizione di insularità); ed infine, una discriminazione agricola conseguente alla mancata uniformità a livello regionale dei pagamenti comunitari, con una distribuzione delle risorse per la Sardegna nell’ambito del Piano di Sviluppo Rurale 2014-2020 che ha registrato un calo, a fronte di un incremento complessivo di cui hanno beneficiato regioni come Emilia Romagna e Lombardia.

Alla luce di queste considerazioni, che fare del proprio voto? Votare, come detto, è un dovere civico, ma la partecipazione politica, eticamente parlando, non è l’unica virtù civica. Come sostiene il filosofo politico americano Jason Brennan (The Ethics of Voting, 2011) non esiste una obbligazione morale a recarsi alle urne, sebbene esista una ferrea obbligazione morale nel decidere su basi solide come esprimere il proprio voto: elettrici ed elettori devono votare per la promozione del bene comune basandosi sulla conoscenza delle politiche che i candidati in lizza promuoveranno a supporto del bene comune. Se ritengono che dai candidati, dai programmi e dal risultato elettorale (per noi già scontato) non deriverà una promozione del bene comune hanno il dovere morale di astenersi, perché non ogni azione di voto è eticamente accettabile. Quando la decisione di astensione dal voto origina da una riflessione su dati fattuali che non supportano la realizzazione di un contesto migliore di quello in cui si sta vivendo, allora l’astensione smette di essere un atto di disimpegno dal proprio dovere civico per diventare un atto di protesta in cui si afferma la propria virtù civica attraverso una scelta etica tesa ad evitare l’aumento dell’ingiustizia. Aspettiamo, tra meno di un mese, di vedere quale sarà la scelta etica dei Sardi.

2 risposte a “LE ELEZIONI EUROPEE IN SARDEGNA: UNA RIFLESSIONE SULL’ETICA DEL (NON) VOTO”

  1. Se ritengono che dai candidati, dai programmi e dal risultato elettorale (per noi già scontato) non deriverà una promozione del bene comune hanno il dovere morale di astenersi, perché non ogni azione di voto è eticamente accettabile. Quando la decisione di astensione dal voto origina da una riflessione su dati fattuali che non supportano la realizzazione di un contesto migliore di quello in cui si sta vivendo, allora l’astensione smette di essere un atto di disimpegno dal proprio dovere civico per diventare un atto di protesta in cui si afferma la propria virtù civica attraverso una scelta etica tesa ad evitare l’aumento dell’ingiustizia. Aspettiamo, tra meno di un mese, di vedere quale sarà la scelta etica dei Sardi.

  2. Troppo complicato. L’astensione consapevole dal voto e’ un atto legittimo di mugugno, politicamente misurabile in tempi di analisi statistiche e sociologiche dei comportamenti politici. Se qualcuno volesse dedurne che il diritto di voto e’ obsoleto e pensasse di abrogarlo, però, allora in piazza, a difenderlo anche con le armi. Buona notte, Nicolò.

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