SCRITTORI, SOLDATI E CUCINIERI DELLA BRIGATA SASSARI RACCONTANO LA PRIMA GUERRA MONDIALE: LEGGERE CON GUSTO AL RISTORANTE SARDO LA NICCHIA DI UDINE

nella foto da sinistra: Silvia e Massimo Di Prisco e la nostra Adelasia Divona

di Maria Adelasia Divona

C’è un angolo di Sardegna ad Udine che, sebbene piccolo, riesce a scaldare il cuore (e lo stomaco) di Sardi e Sardulani (i nostri simpatizzanti Friulani): si chiama La Nicchia, ed è il ristorante del bittese Massimo Di Prisco e della sua sandanielese moglie Silvia. Massimo e Silvia di solito organizzano delle cene letterarie in cui le portate sono cadenzate da letture sulla cucina sarda, sul nostro cibo e la sua preparazione, tratte dai libri dei nostri grandi scrittori. Ieri invece lo sfondo era quello della Prima Guerra Mondiale, del cui scoppio quest’anno ricorre il centenario, e ” Leggere con Gusto” ci ha fatto ripercorrere gli episodi di goliardia e convivialità che alleviavano ai combattenti della Brigata Sassari le asprezze del conflitto in trincea e nelle retrovie. La scelta dei testi ,la lettura e la scena sono state curate dalla Compagnia Teatrale “Fronda Anomala”, composta da Elisa Pistis, Diego Coscia e Lorenzo Tolusso, attori neo-diplomati all’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine.

Massimo introduce la serata raccontando il menu e le sue influenze locali, dall’antipasto classico di pane carasau con olive, cardi sott’olio, pecorini di Gavoi e salsiccia, ai profumatissimi primi, in un viaggio gastronomico dal sud al nord dell’Isola: la fregola tostata e risottata con vongole, asparagi verdi sardi e bottarga, i culurgiones di Tertenia , e la zuppa gallurese, per poi proseguire con un croccantissimo maialetto e una chiusura con seadas e mirto. Poi dedica un pensiero a quei sardi forti, selvaggi e primitivi figli d’Italia che erano i soldati della Brigata Sassari nella Grande Guerra: nei diari degli ufficiali si parlava del cibo, mentre nelle lettere dei soldati della truppa si leggeva più spesso di lunghi digiuni. E tira fuori la sorpresa della serata: una cucina da campo della Prima Guerra Mondiale, gentile prestito del 3° Reggimento Guastatori di Udine. Ci sono anche i mestoli e le posate, le latte del concentrato di pomodoro, la gavetta e la sottogavetta, bucata ripetutamente da una baionetta per ricavarne una grattugia. E io penso ai miei amici che sono ora ad Herat, e a dei messaggi scambiati con Andrea, a cui ho chiesto “Stai mangiando a sufficienza? Perché tu mangi tanto!” e lui “La migliore mensa di tutti i tempi” e io “E lo spirito com’è?” e lui “Poco, perché qua la policy sull’alcol è severa”…segno che di questi tempi Ichnusa registrerà un calo nei consumi.

L’antipasto è preceduto da una lettura dal diario del Ten. Alfredo Graziani (quello di “Immoi che semus nos”, oggi motto della Brigata in Afghanistan) che racconta di un pranzo pantagruelico realizzato nel 1917 dal Razzetti, il cuoco del Battaglionissimo (il 151°) per far fronte alla “musoneria” del ricordo delle perdite sull’Altopiano di Asiago, in un banchetto tra ufficiali e “subalternaglia” in cui l’unico comandante è l’allegria, che fa dichiarare al Generale di turno “se non so’ matti non ce li volemo!”. I primi sono accompagnati dalle memorie tratte da “Battesimo di fuoco” di Sardus Fontana. Facciamo un passo indietro, al 1915, quando il 152° si trovava sulle trincee del confine friulano: il 16 agosto è il primo giorno senza vittime e viene organizzato un pranzo all’”Albergo delle mosche”, un rifugio che si trovava sulla terza linea. Il cuoco romano del reggimento, noto come Er Pagnotta, imbandisce le tavolate con coperte e fiaschi vuoti, e si appresta a preparare polpette fritte con le patate…ma la cucina viene individuata dagli Austriaci che la attaccano a colpi di schappel, colpendo la padella e il suo contenuto che “prende la via dell’esilio”. C’è posto anche per le donne, e in particolare per Tzia Maddalena, che a Tempio si occupava della carretta del vettovagliamento e vigilava sulla sorte dei sui ragazzi, che se la ritrovarono sulla linea di combattimento a Gradisca pronta ancora una volta a prendersi cura di loro. L’attesa del porcetto è riempita dal racconto di Fontana sui “cardinali”: spostatisi a Calcinato, vicino a Brescia, dove si addestrano 7.000 militari, Sardus diviene direttore di mensa, sottoposto a norme d’igiene da rispettare e a strane richieste in cui si scatenano le tradizioni culinarie di ciascuno. Saputo dell’arrivo di due cardinali in visita alle truppe, viene organizzato un pranzo delle feste alla presenza dei comandanti dei due reggimenti e degli ufficiali dei battaglioni…ma degli alti prelati in ritardo neanche l’ombra!, se non quella di 4 “cardinali” (maialetti da latte arrostiti allo spiedo) portati in processione da quattro camerieri, ciascuno con il proprio cartello: cardinale nr.1, cardinale nr.2…ed è così che ce li ha serviti Massimo sui mesales di sughero.

C’è tempo ancora per un ultimo racconto prima delle seadas. E’ tratto da Lussu, e la giovane attrice cagliaritana Elisa Pistis, così sarda nelle dimensioni e nei colori, e così coinvolgente nella sua gestualità, lo rende vivo e teatrale. Il Capitano racconta il rito della corvè del caffè in trincea, e si rende contro che proprio davanti a loro, nella trincea austriaca, sta accadendo la stessa cosa. È un momento straordinario di consapevolezza per lui, che inizia a riflettere su un momento di normalità quotidiana di fronte alla continua “caccia grossa fra uomini” che ha rappresentato la guerra fino a quel momento. L’ufficiale austriaco si accende la sigaretta. E’ a tiro, ma Lussu non spara, nel tentativo di allontanare da sé lo spirito della guerra. Percepisco un commento di sottofondo: “Ecco perché non vinciamo mai niente”. Banale e superficiale; la storia, e un bel film (Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia del 2005) raccontano della Tregua di Natale del 1914, primo anno di guerra, in cui i soldati tedeschi, scozzesi e francesi disobbedirono ai loro superiori e fraternizzarono con “il nemico” lungo due terzi del fronte occidentale: fu un episodio di umanità globale, in cui si raccolsero i caduti per dargli sepoltura e per festeggiare in pace la Natività, seppure nell’orrore della Grande Guerra.

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