LA CASA MIGLIORE PER I GIGANTI DI MONT’E PRAMA? SI, ERA IL BETILE DI ZAHA HAHID


di Vito Biolchini

Scoperti nel 1974, esposti al pubblico fugacemente nel 2011, i Giganti di Mont’e Prama hanno vissuto un week end leggendario tra Cagliari e Cabras. Qualcosa di misterioso e potente ha colpito la fantasia dei sardi, accorsi in massa per ammirare queste statue risalenti a 2800 anni fa. Che cosa cerchiamo nei Giganti? Verso dove volgiamo lo sguardo una volta che saliamo sulle loro spalle? Cos’hanno da raccontarci questi blocchi di pietra calcarea scolpita finemente? E noi cosa vogliamo sentirci dire? Nonostante gli sforzi degli allestitori, gli spazi del museo archeologico di Cagliari non sono apparsi all’altezza della situazione: non a caso i Giganti che fra qualche anno resteranno in città (giusto quattro statue su ventotto, perché il grosso della collezione tornerà a Cabras) saranno ospitati nelle più ampie sale del vecchio museo, in piazza Indipendenza, ora in fase di ristrutturazione. Gli spazi angusti della Cittadella non hanno esaltato la monumentalità delle opere, anche se bisogna riconoscere che è stato fatto il massimo per creare un percorso credibile all’interno delle sale occupate dalla collezione permanente. Ai Giganti però ci si poteva avvicinare moltissimo tanto da poterli toccare con mano e guardarli negli occhi, riuscendo ad ammirare soprattutto la stupefacente modernità di alcuni particolari: non solo colossi dunque, ma anche opere d’arte. La prima grande sorpresa è quindi questa: da sempre avevamo ammirato la monumentalità dei nuraghi ma non pensavamo che il popolo che li aveva costruiti avesse espresso nel corso della sua vicenda storica una sua forma d’arte così raffinata. Certo, il professor Lilliu studiò e ci raccontò la grande statuaria nuragica, ma un conto sono i libri un altro l’immaginario collettivo: e per i sardi i nuragici restano ancora un popolo misterioso, quasi primitivo. Forse la (ri)scoperta dei Giganti di Mont’e Prama muterà questa percezione, aprendo probabilmente ad un modo nuovo dei sardi di guardare al loro passato. Non solo monumenti dunque ma opere d’arte capaci di emozionare a distanza di quasi tremila anni. Per questo, davanti ai Giganti, ho pensato che veramente la loro casa migliore, più degna, più adatta, sarebbe stata veramente il Betile progettato da Zaha Hadid. In quel museo-opera d’arte, consacrato a “Museo dell’arte nuragica e contemporanea del Mediterraneo” che Renato Soru e la sua giunta volevano realizzare a Cagliari in riva al mare di Sant’Elia, i Giganti di Mont’e Prama sarebbero stati esaltati per quello che sono: magnifiche opere d’arte capaci di parlare all’uomo del terzo millennio, e di stabilire con lui un rapporto profondo. Se l’arte è un linguaggio che può mettere in contatto donne e uomini nati a distanza di millenni tra loro, statue del genere hanno bisogno di un contesto adeguato (cioè straordinario) per emergere in tutta la loro maestosità e potenza. Il Betile era quel contesto. L’intuizione era felice: e il risultato sarebbe stato semplicemente stupefacente. Senza entrare nelle polemiche nate dalla decisione di dislocare la collezione tra Cagliari e Cabras, io penso che i Giganti non possano state chiusi in un museo qualunque. Il Betile non era un museo, ma un’opera d’arte vivente. Se negli anni in cui si ragionava sull’opportunità di realizzarlo i sardi avessero già conosciuto i Giganti, probabilmente la storia avrebbe preso un’altra piega. Ma otto anni fa, quando si iniziò a parlare della possibilità di realizzare a Cagliari un nuovo museo che contenesse le statue scoperte a Cabras, solo gli archeologi sapevano chi erano i Giganti di Mont’e Prama.

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