IL VINO E LA SARDEGNA: IL FORTE LEGAME CON UN POPOLO


di Lino Dore

Il legame tra vino e Sardegna è stretto e di lunga data, infatti, posizione geografica, suoli, idrografia,conformazione orogenetica e clima costituirono fin da subito ambiente ideale per la vitivinicoltura sindall’epoca nuragica, periodo al quale, recenti reperti archeologici, fanno risalire le prime tracce di vinificazione. La più antica testimonianza in Sardegna risale al IX secolo a.C., quando un torchio per le vinacce venne alla luce nella capanna 46 del villaggio nuragico di Monte Zara, nelle campagne di Monastir presso Cagliari, ritenuto il più antico laboratorio di vinificazione della Sardegna. Presente quasi ovunque, la vite è sempre stata protagonista nel panorama dell’isola, in prossimità del mare nelle pianure, come nelle colline delle zone più interne, dove la sua coltivazione è ancora legata ad antiche e magiche tradizioni. Un ruolo importante, quasi fondamentale è attribuito alla Sardegna nella domesticazione della vite selvatica, infatti si ritiene che la “vitis vinifera”, al pari dell’olivo, fosse in Sardegna una pianta selvatica indigena già largamente utilizzata per la produzione del vino e che i popoli succedutisi nell’isola si siano limitati ad introdurre quelle pratiche agronomiche ancora sconosciute ai sardi, insegnando loro l’arte dell’innesto e le tecniche per la conservazione del vino, utilizzando i vitigni del Cannonau e Nuragus, originari dell’isola e ritenuti i più antichi del bacino mediterraneo. Una serie di fattori indicano nei Fenici i veri iniziatori della viticoltura sarda e a loro si deve l’introduzione nell’Isola di antichi vitigni tuttora coltivati, confermando che la viticoltura era praticata ben prima di allora soprattutto nella parte sud occidentale dell’isola, anche se il ritrovamento di tombe a forma di botte in regioni anche molto distanti tra loro quali Cagliari, Pirri, Samugheo, Busachi, Anela, Bolotana, Lei e Macomer, porta a concludere che la viticoltura era diffusa praticamente in tutto il territorio della Regione. Non tutti gli studiosi sono concordi sulle dimensioni della diffusione della coltivazione della vite nell’Isola e le difficoltà nei collegamenti tra zone costiere e interne, fecero si che la diffusione dei vitigni, almeno in principio, si concentrasse in maniera quasi esclusiva lungo i litorali. In Sardegna lo scenario rurale incontaminato e un’antica, genuina tradizione di qualità sono considerati punti di forza della coltivazione viticola che ha sempre svolto un ruolo importante nella sua economia agricola. La reale produzione vinicola era destinata alle esigenze familiari e anche le dimensioni delle vigne rispecchiavano tale vocazione, con impianti ad alberello di modeste dimensioni, molto frammentati, un sistema di coltivazione tipico delle zone aride a clima caldo, fortemente influenzato dalla vicinanza del mare e predilezione per le uve nere, per lungo tempo distintive della produzione isolana, con un prodotto che subiva l’influenza delle colture a basso fusto e a bassa resa, che complice il clima particolarmente arido e le elementari nozioni tecniche a disposizione, davano un vino tipicamente grezzo, particolarmente alcolico e di spiccato aroma, adatto oltre che al consumo domestico o al massimo locale, a tagliare e rinvigorire il vino di altre regioni. Tale immaginario collettivo è durato sino al secolo scorso, quando l’impianto di nuove, innovative ed estese colture, l’introduzione di nuovi vitigni, l’abbandono, per fortuna non totale, della coltivazione tradizionale ad alberello a favore della più remunerative a spalliera e tendone, unite alla nascita di una numerosa, radicata ed attiva catena di cantine sociali, hanno contribuito oltre a diversificare ed ampliare la qualità della produzione, a proiettare la stessa nel mercato continentale come naturale sbocco per un prodotto troppo tempo circoscritto a quello interno locale, ma ormai maturo per esportare colori, sapori ed aromi al di la del Tirreno ed oltre.

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