I "SASSARINI" E GLI ALTRI: LA CULTURA DEI SARDI A SUPPORTO DELL'ULTIMA MISSIONE IN AFGHANISTAN

nella foto Manlio Brigaglia

di Manlio Brigaglia

(Sintesi dell’intervento del prof. Manlio Brigaglia al convegno “State building, come affrontarlo? Una rilettura dell’esperienza della Sardegna tra storia, antropologia, diritto e risoluzione delle controversie a supporto dell’intervento nei teatri operativi all’estero)

Ho accettato, forse un po’ imprudentemente, il compito di mettere insieme alcune risposte alla domanda: qual è il modo migliore, per gli uomini della Brigata “Sassari”, durante la loro missione in Afghanistan, di entrare in relazione con gli abitanti del luogo? Prima di tentare una qualunque risposta c’è una premessa d’obbligo. Ed è che il mio sarà un discorso generale (forse perfino generico), che non può tenere conto, come invece dovrebbe, di situazioni specifiche che non conosco quanto vorrei. Il deficit più grave batte su due punti: da una parte la mancanza di una conoscenza specifica tanto della preparazione/formazione pregressa che introduce gli uomini (e le donne) della “Sassari” ai diversi momenti della missione e alla stessa missione in generale; dall’altra quello della necessaria trascuratezza, nel discorso che segue, di quella “fama”, se così si può dire, che la Brigata si è già acquistata nel corso delle missioni precedenti nello stesso teatro in cui opera in virtù dello straordinario contributo di aiuto e di sostegno alle popolazioni tanto urbane quanto rurali con cui si è già trovata in contatto.

Torno alla domanda iniziale: qual è il modo migliore, per gli uomini della Brigata, di entrare in relazione con gli abitanti del luogo? Un modo migliore in assoluto non c’è. C’è, semmai, una serie di approcci che, differenziandosi ogni volta a seconda delle singole persone o dei gruppi con cui si entra in contatto o con i quali si debbono istituire relazioni meno estemporanee, devono tenere in primissimo conto non il proprio atteggiamento verso l’interlocutore, ma l’atteggiamento (conosciuto, intuito o semplicemente presunto) dell’interlocutore verso di sé. In altri termini, è il suo punto di vista, e non il nostro, che deve guidare ogni tipo, o addirittura, se vogliamo, ogni momento di relazione. Le riflessioni che seguono partono dalle conoscenze che uno storico sardo può avere del rapporto che si istituisce tra una popolazione locale (indigena è un brutto termine) e un gruppo umano forestiero presente sul territorio in posizione di dominio, duramente espresso sulla base della propria cultura di partenza o molto più intelligentemente calibrato sulle esigenze e i modi stessi di sentire (si dovrebbe dire anche di pensare) della popolazione con cui si entra in rapporto. […]

Mi spiace di dover affermare che ogni straniero che mette piede in una terra non sua è sentito, prima o poi, come un nemico. Dico “prima o poi” perché ci può essere un primo periodo di relazioni sostanzialmente pacifiche, in cui le due parti sembrano “annusarsi” (mi si passi la brutta immagine) in attesa di decidere un atteggiamento più meditato (il riferimento è, nell’esempio dell’America settentrionale, ai rapporti sostanzialmente pacifici per tutto il primo secolo dopo Colombo fra indigeni da una parte e scopritori e conquistadores dall’altra, per arrivare al duro periodo della vera e propria guerra di sterminio contro gli indiani pellerossa che difendevano non solo il territorio che era loro da millenni ma anche la propria civiltà, la propria religione con i suoi riti, il loro stesso modo di vivere). La mia sconsolata conclusione, a questo punto, è che lo straniero è sempre, obiettivamente, un nemico.

Ho detto “obiettivamente” là dove forse sarebbe suonato meglio un “soggettivamente”: ma l’ho detto perché questa percezione, spontanea e quasi automatica, è frutto delle esperienze personali di ciascun abitante locale, oltretutto incline per la tradizione che discende dalla vita per clan e di tipo sostanzialmente nomadico, dove chiunque “venga da fuori” (come dice un proverbio sardo) è nemico, e comunque uomo di cui non fidarsi. Come tale lo segnala, perfino (se non soprattutto) nelle missioni militari di pace, il suo stesso abbigliamento, quella divisa che anche in villaggi sperduti può essere riconosciuta da singoli se non da gruppi come quella che si vede indosso ai “nemici” nei film americani o bollywoodiani. E anche quando, facendosi portatore di una lezione di una vita diversa, più equa e più equilibrata, offerta nei modi più umani e con la dimostrazione di una larga disponibilità al dialogo, offre di sé testimonianza e, se così possiamo dire, spettacolo immediatamente percepibile come un impegno di tolleranza e di amicizia, sempre la risposta dell’altra parte ha altissime probabilità di essere una reazione ostile. E quando c’è, alle sue spalle, un messaggio ideologico o religioso fortemente radicato, una propaganda che non è detto debba essere sempre veritiera, un nucleo organizzato di insurgents fortemente padroni del loro territorio e dei gruppi che lo abitano, il passo dalla resistenza in forma di guerra (di liberazione) nazionale è facile, se non proprio automatico.

Magari non espressa in questi stessi termini, una consapevolezza come questa è ora senso comune non soltanto fra gli eserciti conquistatori ma anche nelle stesse missioni di pace o comunque di mediazione: la storia della guerra in Vietnam insegna non solo che contro la guerriglia, in un territorio che non si possiede né si conosce metro per metro, non si può vincere, ma che in nessun momento è possibile contare su una parte di popolazione numericamente rappresentativa che faccia proprie le legittime ragioni d’intervento degli interventori. […]

[Per quanto attiene ai Sardi, si possono individuare] cinque elementi che alla lunga diventeranno distintivi dell’identikit “storico”: la schiatta R?m, cioè euro-bizantina; berberizzante per quel tanto di sentore d’Africa o comunque di Mediterraneo che si porta appresso; la diffidenza, che può anche essere fuga: comunque separazione voluta da ogni altro “consorzio” umano; la virtù del “proposito”, che oggi traduciamo, quando siamo ottimisti, in “testardaggine”; il valore e l’abitudine di non “lasciare mai l’arme”: i bronzetti guerrieri non erano fantasie ma ritratti di una realtà. Nella storia emergono episodi, forse soltanto aneddoti, che portano traccia di quest’animo guerresco: come quello dei soldati del tercio sardo che ai tempi della guerra del Duca d’Alba nei Paesi Bassi tornano indietro per radere a terra col fuoco un villaggio dei cui abitanti vogliono vendicarsi. Nelle guerre del Risorgimento l’aggettivo “sardo” induce in confusione, perché “sardo” è ora aggettivo di “Regno di Sardegna”, ma già nelle guerre piemontesi del Settecento c’erano sardi che si facevano valere: Il valore dei sardi in guerra di Medardo Riccio è una raccolta abbastanza impressionante di questi episodi e dei nomi dei loro protagonisti.

Poi è la stessa Guerra Mondiale, e meglio l’accorta strategia degli Alti Comandi che, “inventando” nella “Sassari” e nei modi del suo arruolamento a partire dal novembre 1915 una inedita formazione all-Sardinia, fanno delle doti naturali di un popolo (una “tribù”, diceva Camillo Bellieni) una temutissima macchina da guerra di trincea, e gli inviati speciali creano il “mito” di una brigata così sarda che il suo nucleo è fatto dei sardi immaginati dai lettori “continentali” più “sardi” di tutti (a monte ci sono la scuola di Lombroso e i libri di Alfredo Niceforo e Giulio Bechi), quelli di “Orune e Bitti chin zente orgolesa, / issos chi giuchin su pilu in su coro”: gli eredi più diretti dei sardi di El Idrissi, “popolo di valore che non lascia mai l’arme”.

Credo che l’educazione dei “sassarini” di oggi non prescinda dal racconto della storia ma anche dello stesso mito della Brigata. […] [E dunque], c’è qualcosa, nella cultura dei sardi, che possa essere messa a frutto in questo difficile lavoro che è stato affidato ai “sassarini”? Riferirò subito una riflessione che ho sentito da sardi, come dire?, specificamente informati degli eventi e dei problemi di questa missione, uomini che in Afghanistan ci sono stati e molte cose hanno visto da vicino. Gli uomini della “Sassari”, dicono, hanno un grande vantaggio di partenza, in questo lavoro: un vantaggio di partenza, preciso, che in realtà si è consolidato proprio nelle fasi precedenti di ogni futuro contatto. È una riflessione che chiama in campo il confronto fra il tipo di rapporto degli uomini dell’ISAF con la popolazione locale come lo praticano gli americani e quello che invece istituiscono i nostri. Per gli americani, dice questa riflessione, quello che tiene insieme un popolo, anzi una nazione, è la “cittadinanza”: chi non è cittadino (americano, nel caso specifico) è un “alieno”, un Altro. Questo sottolinea, anzi concretizza un senso (una consapevolezza naturale, si direbbe) della differenza, che da una parte ostacola un rapporto di pace (di peace-building) già a livello individuale, ma ancora più a livello di gruppi, di clan, di tribù, di insiemi anche indifferenziati di afgani, nella direzione soldati americani-uomini afgani, e insieme nella direzione inversa è sentito, comunque sia, come una presa di distanza che ingenera diffidenza e rende più difficile ogni forma di dialogo. I sardi, invece, che hanno storicamente minore confidenza del ruolo delle istituzioni (e, insomma, le “sentono” di meno) si confrontano con gli afgani, come dire?, da pari a pari, in qualche misura nel riconoscimento di una comune (anche se non uguale) essenza di umanità nelle due parti interlocutrici.

È stato anche osservato, a questo proposito, che proprio la dedizione (mi pare la parola giusta) che gli uomini della missione italiana mettono nelle opere di sostegno, aiuto, messa in sicurezza delle zone e dei gruppi con cui sono a contatto li fa apparire, agli occhi della popolazione locale, più simili ad “agenti” (nel senso di portatori) di sicurezza che a soldati, portatori – comunque – della forza delle armi. In questa specificità del loro rapporto i militari sardi risolvono anche una pericolosa contraddizione che potrebbe accompagnarli: la contraddizione fra la fama di macchina da guerra che la Brigata si è costruita in passato (siamo sicuri che il testo del suo inno, se tradotto in afgano, tranquillizzerebbe l’afgano che lo ascolta?) e la “bontà” (chiamiamola così, magari fra virgolette: una bontà ”formata”, frutto della stessa preparazione professionale) di cui dobbiamo convincere gli interlocutori. C’è una considerazione ovvia, ma che forse sfugge quando si ha da toccare questo problema: i “sassarini” di oggi non sono più (verrebbe fatto di dire: non hanno più niente a che fare con) i “sassarini” delle Frasche e dei Tre Monti: non soltanto, come dire?, antropologicamente e quasi geneticamente, perché non si raddoppia la popolazione (di un’isola, in particolare) in cinquant’anni senza moltiplicare le ibridazioni, ma anche culturalmente, con riferimento tanto alla maggiore e totalmente diversa formazione (lì la pedagogia “impropria” dei nonni e dell’ovile, qui la scuola moderna, “occidentale”), quanto alla partecipazione di un modo di pensare, di lavorare e di vivere che è comune all’intero mondo moderno. Quella del mito è dunque una Brigata di guerrieri naturali, questa di oggi è una formazione di volontari professionisti, che prima che la tecnica della guerra conoscono le leggi della disciplina interna e del rispetto verso le altre culture. Verrebbe fatto di chiamarli, se non fosse eccessivo, “professionisti della pace” più ancora che operatori della sicurezza internazionale.

Spero che molti di questi elementi che ho evocato definiscano la “specificità” della “Sassari” e anche, se vogliamo, certifichino la stima – mi viene da dire l’affetto – di cui hanno sempre goduto là dove il caos del mondo contemporaneo li ha chiamati a dire insieme parole di forza e di saggezza.

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