COSIMO TAVERA, IL MANOVALE PARTITO DA ITTIRI: GLI OTTANT'ANNI DI UN "GIOVANE SARDO", SIMBOLO DELL'EMIGRAZIONE SARDA IN ARGENTINA

Cosimo Tavera con la figlia Marga

di Antonio Mannu – Progetto Migrazioni

Questa pagina, già pubblicata sul quotidiano La Nuova Sardegna, nasce dal progetto: “Migrazioni – In viaggio verso i migranti di Sardegna”, un lavoro collettivo di ricerca sulla migrazione sarda. “Migrazioni” è sostenuto dalla Fondazione Banco di Sardegna, dalla Provincia di Sassari, dalla Camera di Commercio Italiana negli Emirati Arabi e dalla Visual E di Sassari. Al progetto è dedicato un sitoweb: www.deisardinelmondo.it

«Questo circolo è nato negli Anni 20, per volontà dei sardi scappati dall’Italia fascista. Erano quasi tutti anarchici. Ne ho conosciuto di quei sardi di allora». Incontriamo Cosimo Tavera a Buenos Aires, nella sede dell’Associacion Italiana Sardi Uniti Buenos Aires. Non è semplice capire cosa sia questo luogo per la comunità dei sardi d’Argentina.

Qui ci si incontra, si parla anche in sardo, si conservano memorie, ricordi, simboli e stereotipi che evocano l’isola. E’ difficile comprendere se non si è partiti a poco più di 20 anni, se non ci si è dedicati a tenere vivo questo luogo di socialità che, anche nel giorno della nostra visita, accoglie i sardi di Buenos Aires. E’ bello essere qui, tra questa comunità che ti riceve e ringrazia per l’attenzione.

Dice il signor Tavera: «Quello che fate è interessante e prezioso, venite ad ascoltare le nostre storie, a rinnovare un legame. Senza una connessione con la Sardegna la nostra attività, la nostra storia, perdono significato. Devono sapere che ci siamo e abbiamo bisogno, non di soldi ma di idee, proposte, entusiasmo, organizzazione, competenze. Sennò torniamo indietro, torniamo all’abbandono».

Cosimo Tavera è nato a Ittiri il 16 ottobre del 1924. E’ emigrato in Argentina nel ’49 con un contratto biennale con l’impresa edile Casiraghi.

«La nave all’epoca ci metteva circa 25 giorni, io ce ne ho messo 23: partito il 3 marzo, sbarcato il 25. Al mio arrivo il cantiere di Casiraghi non era pronto, alloggiavo nell’Hotel des inmigrantes e c’era gente di tutto il mondo. Hanno chiesto se qualcuno voleva lavorare per il governo, mi sono offerto e mi hanno mandato alla ciudad Evita. Quando mi hanno visto lavorare hanno capito che il mestiere lo conoscevo e mi hanno messo nella squadra che costruiva la chiesa. Dopo alcuni giorni ho cominciato con Casiraghi, nella città di Caseros, in provincia di Buenos Aires. Sono stato con loro due anni, come da contratto».

Poi Cosimo si licenzia e decide di mettersi in proprio. I titolari dell’impresa lo avvisano: l’Argentina è difficile, non è semplice farsi largo. Lui risponde: «Se mi va male mi va male. A casa siamo in sei, cinque sposati ed io che son celibe. Se va male torro a domo. Invece mi è andata bene, ho fatto un lavoro in Patagonia che è durato sei anni, ho costruito un intero paese, Florentino Ameghino si chiama. Ho fatto le villette, tracciato le strade, edificato la chiesa. Un paese completo». Cosimo torna per la prima volta in Sardegna nel’62, dopo tredici anni di Argentina. «Sono andato in Italia per vedere ed ho visto. Era cambiata e son rimasto perplesso quando ho visitato un cantiere di mio fratello, all’avanguardia rispetto all’Argentina. Ma io non mi potevo lamentare. Avevo dato vita anche a una fabbrica di insaccati, Sarda Società Anonima Commerciale e Industriale. Ancora esiste e sighe trabagliande».

Cosimo Tavera, a lungo presidente dell’associacion Sardi Uniti, oggi guidata dal giovane Cesar Meridda, racconta che in un non ben definito cussu tempus c’erano oltre 40000 sardi in Argentina, 16000 a Buenos Aires. «Ci riunivamo tutti i mesi in una casa di campagna, qui si chiama casa chinta. Lo abbiamo fatto sino agli anni ’70. Ballavamo, qualcuno giocava a morra, qualcuno cantava a muttos».

Tornare a casa a quel tempo era difficile, pochi potevano. Cosimo parla del suo primo ritorno. «Mi aveva preso la nostalgia de sos bezzos. Sono andato in apparecchio, costava tanto e chi aveva moglie e figli che poteva fare? C’è gente che è tornata con la famiglia, ma non sempre gli è andata bene. Qui forse avrebbero avuto più opportunità, o magari no, chi lo sa?» , perché la vita in Argentina non era semplice, anche a causa della situazione politica. «Il periodo dopo il colpo di stato di Ongania è stato il peggiore. Nel ’69 ha dato un colpo tremendo. Sono stati assassinati tanti studenti, le Università erano invase dai militari. Non c’era libertà, la gente aveva paura. Più avanti, sotto il successivo regime militare, c’è stato il tempo dei desaparacidos, ed è toccato anche a dei sardi». Cosimo Tavera ricorda la storia di Mario Marras e Martino Mastinu, nati a Tresnuraghes e arrivati in Argentina da bambini. Ricorda i Chisu, oroseini di origine.

Gli chiediamo del periodo peronista, in particolare del primo decennio post bellico. Risponde che si stava bene, l’Argentina era ricca e non aveva vissuto la tragedia della guerra. «Ma era una dittatura, quando c’è una situazione così personalista non c’è vera democrazia». Sulla questione di Juanne Pira, il Peron mamoiadino, Tavera è sferzante. Dice che in Argentina ci sono stati diversi Juanne Pira ma Peron non aveva nulla a che fare con loro. Racconta invece di aver conosciuto l’orunese Peppe Zidda, che cucinò per Peron.

Cosimo durante il nostro incontro ha sempre parlato in limba. «Sento la nostalgia, l’ ho sentita tutta la vita. Come vi posso dire». Per Cosimo un sardo in genere è una persona dignitosa, la cui parola vale come un contratto scritto. Ed è naturalmente ospitale. «Anche qui lo sono, quando incontrano un sardo poi, gli viene come una frenesia. Non sono tutti così, però una buona maggioranza sì. Purtroppo di sardi ormai ne sono rimasti pochi».

Per sardi Cosimo intende, come tutti qui, i nati nell’isola. Come il suo omonimo Tavera, ittirese anche lui, che vive in Patagonia e con il quale si sente ogni giorno. «Mi chiama ogni giorno, onzi die! Po faeddare in saldu. E’ così. Anche lui non ha dimenticato».

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