IL MIO VIAGGIO DI RITORNO: "LA SARDEGNA E' UN'ALTRA COSA", UN LIBRO DA RISCRIVERE AD OGNI INCONTRO

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di Claudia Sarritzu

E pensare che nel Sulcis i turisti scambiano le colline rosse con i Canyon e si mettono in posa con l’insolito sfondo. E pensare che quelle colline non sono Canyon, sono veleno che viene distribuito dal vento, biossido di alluminio, zinco, piombo, spazzolato sulle case come il pane grattugiato sulle cotolette. Cade indisturbato sulle persone, sui sogni di un popolo schiavo del potere di alcuni che hanno trasformato i diritti, in quella regione periferica del mondo, in favori. E pensare che basterebbe una colata di resina, per conservare quello scenario surreale e terribile, monumento ai caduti delle miniere, senza continuare a uccidere chi resiste nel Sulcis e non scappa via. Per la Sopraintendenza quelle colline rosse sono un monumento alla storia, ha ragione, in un certo senso servono a capire cosa è stato il Sulcis, ma se non le si rende innocue continueranno ad ammalare, continueranno a non farci immaginare un domani per quella costa. Anche questa è una bonifica, ossia un modo, l’unico, per rimettere in moto il futuro di quella Terra come di tutta la Sardegna. Il mio viaggio è iniziato nel 2007, avevo 21 anni, è andato di pari passo con le storie della crisi sarda. Oggi la crisi è diventata una metastasi che sta uccidendo la mia Isola e un libro, il mio, La Sardegna è un’altra cosa, edito da uno dei pochi sani editori rimasti in Sardegna (Ethos). Io oggi percorro la strada al contrario, presentando il mio racconto di storie coraggiose. Raccolgo le macerie, quello che è rimasto, rincontro i personaggi, mi scontro con la loro stanchezza, che prima era grinta, coraggio, speranza, oggi è desolazione. Incontro le amministrazioni comunali esauste, impoverite, umiliate. Incontro i sindaci dei piccoli comuni, quelli che hanno anche meno di 1000 abitanti, che scontano le colpe di un consiglio regionale sotto inchiesta per peculato. E loro, i puliti e sani del sistema, che invece prendono meno di mille euro al mese per amministrare il loro Paese, vengono marchiati a fuoco con l’appellativo di “politico”, pronunciato con la bocca storta, disgustata, di chi ormai considera questa parola un sinonimo di “ladro”. E in questo viaggio al contrario, mi accorgo che alla fine hanno vinto i ladri, perché hanno distribuito le loro responsabilità con quelle degli onesti. Hanno reso tutti uguali agli occhi di chi è arrabbiato e affamato di giustizia. E questa è la cosa che più mi fa imbestialire. La politica era e deve restare una parola bella, e invece l’hanno sporcata e rubata, sì hanno rubato anche quella, a noi giovani, assieme al futuro. Depredano anche le soluzioni (questi signori tristi, direbbe la mia amica Valeria Gentile) oltre che i soldi pubblici, i condannati che siedono in Parlamento e nei consigli regionali. Rubano la dignità di un popolo. Mi scontro con le rughe di chi vive con la macchina della burocrazia alle costole, che stritola ogni soluzione, che abbatte ogni investimento di crescita, che rende tutto pietra, tutto immobile fisso come una statua da decenni. Siamo diventati schiavi delle regole che ci siamo costruiti e ogni dibattito incontro questa disperazione, gli occhi pazzi di chi non sa più cosa fare per dare tregua alla sua cittadinanza. Il mio viaggio di ritorno è fatto di mani alzate, di persone che si incontrano per la prima volta anche se fanno parte della stessa comunità. È un orgoglio, devo ammetterlo, perché dimostro che a 27 anni si può fare politica anche scrivendo libri, facendo conoscere la storia e parlandone con i protagonisti. Politica non perché io mi voglia candidare a qualcosa. Politica nel senso letterale e antico del termine, mi impegno socialmente, mi occupo della cosa pubblica sensibilizzando anche chi è stufo di una cronaca spesso incomprensibile e che non riesce a far emergere le responsabilità. O politico è chi vota a un congresso? Chi penalizza un giovane capace perché ha paura di perdere la poltrona, chi diventa schiavo di un capo bastone per assicurarsi un posticino al sole? E mentre la politica è ostaggio delle inchieste, io giro la Sardegna e la incontro in queste presentazioni, dove parlo poco e ascolto tanto. Se dovessi spiegare questo libro direi che è un libro vivo, che riscrivo a ogni evento, che non ha mai ragione perché non mette un punto ma ne mette due e accoglie le idee migliori. Che interroga il domani, che ha come relatori ufficiali non i professori in cattedra ma le persone normali che come unico strumento per cambiare le cose hanno il voto. Ecco dopo ogni presentazione sono certa che voteremo con più coscienza e consapevoli che un voto vale di più di un posto di lavoro promesso dal politico di turno. Che se continuiamo a farci ricattare o a essere invidiosi di chi è più capace di noi, la Sardegna non guarirà mai.

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