SERATA FOLKLORISTICA ORGANIZZATA A PARABIAGO DAL CIRCOLO "SU NURAGHE" CON L'ESIBIZIONE DE "SA OGHE DE SU CORO" E DEL GRUPPO "NARAMI"


di Sergio Portas

A Parabiago ci vado sempre con quel retro pensiero tormentante (più nel cuore che nella testa) del: ” chissà che ne sarebbe stata della mia vita se non mi fossi innamorato di una ragazza del posto e non ci fossimo fatti sposare in comune da un amico di suo babbo che era allora nella giunta”. Secoli fa, era il ’79. Un mantra che si mischia con le canzoni che abbiamo cantato nella locale biblioteca, sponsor il circolo sardo di Parabiago e Canegrate. Cantate in coro da quelli de “Sa oghe de su coro”, che Pino Martini Obinu prende letteralmente per mano (verrebbe da dire per la gola ma sa di grassazione) e, spremendo un qualche litro di sudore anche grazie ai faretti che mandavano luce nello spettro del caldo infrarosso , porta a una performance ricca di sfumature degne di sottoscrittura. E l’impasto delle voci, con la prevalenza lirica delle femminili mercé il numero delle donne rispetto a quello dei maschi (ma abbiamo bassi formidabili che attendono in panchina), e le “new entry” del repertorio consolidato: “Libertade” e “Miniera” e anche “Monti di Mola” che dopo quattro anni di prove comincia ad uscire a memoria dalle ugule, coi suoi “bom, bom” alternati e aspirati quel tanto che basta. A farne una cosa strana e piacevole e stimolante e divertente. Spettacolo assolutamente originale, questo è commento che rubo a molti del pubblico presente, con alcune canzoni che sarebbero piaciute a Gramsci (da un amico ancora comunista che sa quanto abbia caro il pensatore di Ales), un misto di classiche dai temi tradizionalmente amorosi, ma anche di allegre e sfacciate che mettono pepe sotto le gonne delle ballerine e fanno risuonare i tacchi sull’impiantito come macchine Olivetti di antica generazione. Con le chitarre a dare il tempo, che questi cantanti si mutano in suonatori di vaglia, a formare col Maestro una sonata ancora più ricca, dove trunfa e tamburo e sonetto sono ingredienti saporosi di un minestrone di note incredibilmente ben temprate, dall’equilibrio misteriosamente realizzato. Pubblico generoso, che grida “Bravi! E Biiiisss!” Con la sala piena e la fortuna di una buona rispondenza di suoni che ci fa dimenticare i momenti di panico alla scoperta che i microfoni lavorano male (e il tecnico preposto è ammalato). Il tetto in legno deve entrarci in qualcosa nell’equazione di ottenere buona acustica. Spettacolo nello spettacolo, quelli del gruppo Narami ci fanno l’onore di ballare a “ballu tundu” e a “ballu torrau” quando il ritmo diventa troppo sardo, e pure noi sul palco non riusciamo  a tenere a freno le gambe che se ne vorrebbero scappare in platea a seguire le parole d’ordine: “tumba su ballu per deu, tumba e lassalu andare…”. E non è escluso che capiti davvero, prima o poi. Anche Maria Francesca Pitzalis , che presiede il circolo sardo che ci ospita, dice che è la varietà della proposta canora ad averla colpita, sentendola per la prima volta in occasione de “Sa die de sa Sardigna” in quel di Pavia, e ad averla convinta che valeva la pena di riproporla ai soci e ai parabiaghesi tutti. E’ di Isili Maria Francesca, qui a Parabigo con tutti i suoi  fratelli, erano in otto se ho ben capito, e isilesi sono parecchi dei soci del circolo. Andateci col trenino a scartamento ridotto che parte da Cagliari e poi prendete il “trenino verde “ che va a Sorgono tagliando il Sarcidano (ma c’è anche una pista ciclabile che porta a Villacidro). Di solito il treno si ferma nei pressi del nuraghe “Is Paras” le cui pietre del colore del latte di vacca (nello stemma del paese: una mucca d’oro in campo verde) sono un unicum in Sardegna. Io per il solito ci arrivo dalla Marmilla di Gesturi e la strada mi porta direttamente sulla diga de “Is Barrocus” (ci sono delle statue di Luciano Muscu, isilese che ha studio nel naviglio di Porta Ticinese) il bacino artificiale con un isolotto grande appena a contenere la chiesetta di San Sebastiano, ristrutturata per barcaioli devoti, a memoria di un paese che fu. Qui al circolo sardo di Parabiago c’è gente che ancora sa parlare in “arromanisca”, dialetto dei ramai venditori ambulanti di origine zingara. Una lingua- mondo che va scomparendo, tirando la volata, temo, al campidanese tutto. Ma, davvero il caso di dirlo, speriamo  non sia ancora detta l’ultima parola. Dopo il concerto pomeridiano, a sera è festa manna. Vino di Dolianova a supportare malloreddus e maialetto, formaggio e dolci, e caffè e mirto a gogò. Cantiamo, a richiesta, persino “Bella ciao” in sardo e romanze in dialetto pugliese, col nostro Tatai che da il là a queste canzoni d’amore dei lavoratori i campi delle pianure del suo paese. E rifacciamo, in piccolo, il repertorio del pomeriggio, in onore dei cuochi che hanno sgobbato tutto il giorno anche per noi. Si mangia sentendo le storie di emigrazione che dicono di bimbi undicenni a guardia del gregge, coi cani che, loro sì, sapevano tenerlo unito, e facevano da coperta nelle notti di buio assoluto. Della nebbia di Busto Arsizio, che dovevi fendere per portare il pane fresco al mattino, sulla gerla della bicicletta. Così diversa e così uguale a quella che si scorgeva all’alba dalla barca da pesca di babbo, nel mare di Cagliari. Le nostre canzoni fanno emergere ricordi mai sopiti. Nostalgie che riportano a tempi sin difficili da riportare a memoria. Troppo aspri da spiegare a  voce ai figli e nipoti nati qui. Le canzoni del coro parlano lingua universale e mirano dritte a sentimenti che non hanno età, cantarle in armonia è già di per sé premio sufficiente a qualunque esibizione: se venite a cantare con noi (o a sentirci) giuro che anche il vostro di cuore comincerà a battere a ritmo di ballo sardo.

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