STUDIARE SOTTO LA TORRE DI PISA: LE ESPERIENZE DI UN GIOVANE SARDO IN TOSCANA


di Roberto Zuddas

Quando ho deciso, una volta finito il biennio di Ingegneria Chimica di Cagliari, di trasferirmi in una nuova città -Pisa- e ad un nuovo indirizzo di studi, l’ho fatto con una incoscienza che non penso avrei avuto più avanti nella mia vita. La portata di questa scelta rimane per me, a tutt’oggi, incalcolabile. Ho provato tante volte a pensare dove sarei adesso se non avessi lasciato la Sardegna a vent’anni, ma sono solo riuscito a fare un confronto tra la vita che vivo e quella che vivono i miei amici che non hanno fatto questa scelta; una sorta di paragone fine a se stesso, un elenco di cose che ho e che non ho più. Assolutamente irrilevante. La verità è che ogni esperienza fuori dall’isola rimane, per ognuno di noi che ha intrapreso questa strada, unica e imparagonabile con le altre. Non mi sento di dire che si tratti di esperienza positiva in assoluto, dipende moltissimo da come viene vissuta. La vita da studente fuori sede è un contrasto di luci e ombre: la consapevolezza di essere da solo si mescola all’ebbrezza della libertà, dell’indipendenza; perdere gli amici storici – o, perlomeno, dopo un anno fuori, restare solamente con quelli veri – è bilanciato dal contatto con persone di tutta Italia, ciascuna con il proprio bagaglio culturale e la propria storia di “migrante”. Abbracci una realtà più ampia di quella che avevi in terra sarda, perché hai la possibilità di confrontare due culture diverse – spesso inconciliabili – e di prendere il meglio di entrambe e tralasciare il resto. Stringi legami, anche forti, con persone che molto probabilmente, una volta terminato il percorso di studi, rivedrai al massimo una volta l’anno. Queste luci e ombre sono all’ordine del giorno per tutti quelli che hanno deciso di cambiare il luogo dove vivere, ampliando la propria gamma di scelte ma anche la possibilità di farne di sbagliate.  Naturalmente Pisa e Cagliari mi hanno offerto suggestioni diverse, che proverò brevemente ad illustrare. Il Biennio di Ingegneria di Cagliari mi è sempre sembrato una caserma, un edificio basso e solido, con tanta gente che circola per i corridoi larghi, verso la prossima aula e la prossima lezione. Mi rimane una sensazione di familiarità (sebbene ci abbia senza dubbio passato in proporzione meno tempo), vuoi perché andavo a lezione direttamente da casa mia, vuoi perché ogni luogo di Cagliari sarà sempre così per me. Noi di Chimica seguivamo le lezioni insieme agli Elettrici e ai Meccanici, in una grande aula da trecento posti. Ai tempi pensavo all’università come ad una porzione piccola della mia giornata, un prolungamento della vita da liceale. Ma una volta arrivato a Pisa, la vita universitaria è diventata il leit motif della mia vita negli anni seguenti. Sveglia, colazione e via a lezione. Dopo lezione, a mensa con colleghi ed amici. Poi in aula studio. Poi a fare due tiri al CUS. Pisa è la sua università, si identifica perfettamente in essa. In una città dove ci sono 6 studenti ogni 10 abitanti, la giornata è scandita dai ritmi delle lezioni, i mesi dagli esami sostenuti. Mentre per Cagliari l’università è un accessorio per una città a sé stante, non potrei immaginare Pisa senza la sua università. Naturalmente anche piazza dei miracoli la caratterizza e la rende unica, ma queste due realtà – universitaria e turistica- sono i due volti di una città piccola che deve le sue fortune a due luoghi che attirano solo per breve tempo. I turisti stranieri rimangono per un pomeriggio e se ne vanno con la famigerata foto in cui cercano di sostenere la torre pendente. Gli studenti fuori sede rimangono per un lustro e se ne vanno con un volume stampato con lettere dorate in copertina. La temporaneità del soggiorno diventa sempre più evidente anno dopo anno, fino a culminare nella triste accettazione di potersi portare dietro solo il ricordo di tanti anni. Ma questo è il prezzo da pagare. In tutti questi anni lontano, ho visto la mia terra come se fosse coperta da un velo. Una vita ovattata, dai ritmi lenti e dalla serenità persistente, pervasa da immatura leggerezza, inconsapevole del resto del mondo. Ovviamente, su questa suggestione influisce la lontananza e i ritorni solamente durante le vacanze, ma non è questo il punto. Banalmente, si apprezzano di più le cose che vengono a mancare. Posso dire con certezza che ho cominciato veramente ad apprezzare le bellezze e le contraddizioni di Sandalyon da quando non ci vivo più. Perché siamo un popolo dai tratti nitidi, facilmente riconoscibili e diversi dalle caratteristiche dei non sardi. Una volta capito questo, la nostalgia e l’orgoglio affiorano necessariamente. Il desiderio di manifestare a tutti questa distinzione è forte, per tutti noi emigrati.

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