LA CASA DEL POETA: COME TERZA PROVA D'ESAME POETICO, IL "NOSTRO" CRISTOFORO PUDDU SCEGLIE LA LINGUA ITALIANA

Ezio Gandolfi delle Edizioni N.T.P. Pavia con Cristoforo Puddu che tiene fra le mani la sua ultima opera letteraria

di Paolo Pulina

Libro primo Cristoforo Puddu (Illorai, Sassari, 1956), nella presentazione della sua prima plaquette di poesie – in lingua sarda e in italiano – di ispirazione religiosa  (Pregadorias, edita  nel maggio 2002, a Siziano, il paese in provincia di Pavia in cui vive dal 1994), scrive che i suoi  testi «mostrano un sentimento di fede e amore profondo e forte».

Cuncordu de amore: Dae zarru cuncordu  / de amore Divinu / imberghet totu s’Universu. / Dae cuncordu amore Divinu / dae saliosu riu de gràssias / imberghet sa natura ’e s’ ómine.

In questo caso con la parola “amore” un poeta che si chiama Cristoforo è come se volesse adempiere innanzitutto alla missione cristiana che si porta iscritta nel nome  (come si sa, Cristoforo, etimologicamente, vuol dire: “colui che porta il Cristo”; con riferimento alla leggenda secondo la quale un gigante portò in spalle il Cristo, trasformatosi in fanciullo, permettendogli di attraversare il fiume). Anche Cristoforo, al di là  del  prepotente bisogno interiore del Divino,  sa che nel vivere sociale amore cristiano significa soprattutto carità. Ed ecco che una poesia dal titolo biblico (Dae Zerusalè a Zérico) in realtà è un’applicazione di quest’amore cristiano alle persone, di qualsiasi condizione sociale esse siano.

Libro secondo  Nelle poesie – esclusivamente in lingua sarda – della seconda raccolta, intitolata De Amores (Domus de Janas editore, 2004), l’amore si fa terreno, si fa plurale, assume diverse specie.

Diventano oggetto d’amore le persone care: gli antenati (“Raighinas – a sos Mannos mios”), i genitori, i coetanei  (“fedales”), gli emigrati (“omines de disterru”).   

Diventa oggetto d’amore la donna:  E nois / in su fogore de s’ispiàgia / a indurcare sas laras salidas.

Diventano oggetto d’amore: la Sardegna, l’isola natia, con le sue storie, con i suoi suoni d’altri tempi, con le sue maschere antiche, i balli tradizionali; il paese natio (“sa bidha”), con le sue località di campagna; le radici, le sorgenti dell’identità; il lavoro in generale e il lavoro particolarmente “travagliato” del pastore; il mare, il vento. 

Ma l’amore non è solo verso la lingua minoritaria sarda (ci sono tutte le altre lingue  “aundhadas, atogadas, mutzadas / contr’a donzi resone ’e tziviltade”); l’amore non si rivolge alla sola Sardegna con le sue sofferenze, si indirizza all’intera Africa, all’Armenia, a Tien An Men, alla Palestina.

Ed è vero e proprio amore quello che il poeta manifesta nei confronti del suo lavoro con le parole. Non solo perché in questo modo egli può svolgere una funzione che si definisce “parenetica”, “esortativa”; ma anche perché con i suoi versi  il poeta può dare speranza.

La poesia sarda di Cristoforo, aggiungo io, può conservare la memoria della nostra  lingua sarda.

Un bel verso di Cristoforo è già stato immortalato sotto la voce “illacanare” del Ditzionariu de sa limba e de sa cultura sarda di Mario Puddu “sos pessos illàcanan che mariposas in tancas de fiores”.

Libro terzo  Nel terzo libro di poesie di Cristoforo (Pavia, edizioni Nuova Tipografia Popolare, pagine 128,  euro 10,00, info@tipografia-popolare.it)  le tematiche dominanti delle due precedenti raccolte  ricompaiono (alcune poesie sono la traduzione nella nostra lingua nazionale di testi pubblicati in sardo in Pregadorias e in De Amores) con l’accentuazione della rivendicazione della “costante resistenziale sarda” in Lombardia forse anche (interpreto io) per significare che l’uso esclusivo dell’italiano in queste liriche non è abbandono dei nativi caratteri dell’identità paesana-regionale, che, come sappiamo, hanno nella lingua il loro primario fondamento:

Milano – dicono – / spolpa e sottomette… / A me no! / Non ti riuscirà / di rubarmi la vita / perché non ho timore delle nebbie / che nascondono l’orizzonte / e irrequieto vagabondo / mi attrae ammaliatore / il piacere del sole. (Irrequieto vagabondo)

La doppia appartenenza – in tutti i sensi – del poeta alla Sardegna e alla Lombardia è paradossalmente motivo di gratificazione dal punto di vista personale e umano (in quanto opportunità di conoscenza di destini similari): senza il rito (per incombenze non solo tristi) del periodico ritorno in Sardegna, a Illorai, come farebbe il sardo che non teme di essere “milanesizzato” ad avere  “l’àncora” costituita dai porti di partenza e di arrivo tra il “continente” e l’isola “sognata”?   

Se immagino un’àncora su cui riconoscermi / convivono in me uguali Porto Torres e Genova / come due porti della stessa onda di genesi – / simboli forti dove ripartire le gioie i dolori / e le numerose ferite coagulate dal vento salato / che naviga con ogni vela con ogni arrivederci / a contrassegnare un vocabolario di sentimenti / nel calendario migrante di consumati giorni. (Porti)

E come farebbe a godere della esperienza sensoriale piacevolmente regressiva che danno le “onde ansanti”? 

E veleggiamo ribelli / e schiavi dell’idea di orizzonti / che regalano isola e porto / mentre onde ansanti / ci cullano con il tempo (Marinai).

E qui arriva la parola-chiave: MARE, che ricorre frequentemente in questi versi.

Il mare è sfida; i marinai sono combattenti ammirati dal poeta. Ma il mare è ancipite, ha un doppio aspetto: spaventosa immensità quando si agita, è anche, quando è calmo, metaforico contenitore di azzurro “inchiostro” per il poeta che ama scrivere (che ama e che quindi scrive):

Ho rubato per te / un raggio di sole / e l’ho immerso / nel calamaio del mare / per scriverti una poesia / con gli stessi colori / della mia Sardegna. (Ho rubato per te)

Ma il mare, salato per natura, è anche sensorialmente dolce:

E noi / nel caldo della spiaggia / ad addolcire le labbra salate. (Nel caldo della spiaggia)

Sempre in maniera biforme, l’ “assalto  del mare mosso” si tramuta in “fragilità tenera d’onda”:  

Ricordo imprevista visione / di quando ti muovi ancheggiante / e il tuo corpo s’anima di sensualità – / sembri un mare mosso / che parte all’assalto dei miei sensi. / La tua fragilità tenera d’onda / apprezzo e mi turba straripante.  (Ricordo imprevista visione)

Nella composizione che dà il titolo a questa silloge, “La casa del poeta”, l’autore ha scritto:

Nel focolare ardono lettere di fuoco / e riposano al tepore vagabondi sogni / prima di librarsi tra varchi e sentieri / per tracimare impetuosi come onde d’amore. (La casa del poeta)

Qualche trasformazione le materiali “onde d’amore”  di cui viene dato  esplicito conto  nell’ultima parte di questa raccolta devono averla operata  nel sentimento del poeta.  Lui ci dice che però non vuole impegnare illimitatamente il futuro della sua “casa”. Quando uscirà la prossima sua produzione in versi vedremo come si sarà posizionato il poeta nella dialettica casa-amore.

 

SCHEDA BIOGRAFICA

Cristoforo Puddu è nato a Illorai (Sassari) il 25 aprile 1956 e dal 1994 vive e lavora in Lombardia. Da sempre cultore di poesia, pubblica i suoi versi in riviste e giornali. Finora ha dato alle stampe due raccolte: nel 2002 la silloge bilingue Pregadorias (Editziones Iscuvudè); nel 2004 De Amores (Domus de Janas editore), liriche in lingua sarda, variante logudorese. Iscritto dal 2006 all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti, della Lombardia,  collabora con alcuni periodici delle Diocesi sarde (Nuovo Cammino; L’Ortobene; Gallura&Anglona), proponendo resoconti su eventi culturali e in particolare su iniziative del mondo dell’emigrazione sarda organizzata. Attualmente collabora attivamente a diversi blog (emigratisardi.com; luigiladu.it; patatu.it), a Tottus in Pari (blog e giornale on line diretto da Massimiliano Perlato); a Il Messaggero on line (il giornale dei Sardi nel Mondo, diretto da Gianni De Candia); al settimanale d’informazione Gazzetta del Sulcis-Iglesiente diretto da Massimo Carta. Nel 2011 ha pubblicato Sai Light in Australia (La Luce di Sai in Australia): narrazione biografica dell’infanzia e giovinezza in Gocèano e storia di fede solidale e di emigrazione in Oceania della illoraese Teresa Gessa, residente a Sydney dagli inizi anni ’60. Per la monumentale opera del Dizionario Storico-Geografico dei Comuni della Sardegna, edito da Carlo Delfino, ha redatto la scheda relativa a Illorai. La sua lirica T’apo a cantare, armonizzata con musica originale dal M° G. Antonio Mellai, è stata pubblicata nel CD Notte ’e luna del Coro di Paulilatino “San Teodoro”. La sua terza raccolta di versi La casa del poeta (in italiano) è uscita nel settembre 2013 (Pavia, Nuova Tipografia Popolare).

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