STATE BUILDING, COME AFFRONTARLO? UNA RILETTURA DELL’ESPERIENZA DELLA SARDEGNA TRA STORIA, ANTROPOLOGIA, DIRITTO E RISOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE A SUPPORTO DELL’INTERVENTO NEI TEATRI OPERATIVI ALL’ESTERO

il tavolo dei relatori all'Università di Sassari

di Maria Adelasia Divona

Sabato 21 settembre nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Sassari si è tenuto il convegno “State Building, come affrontarlo?” organizzato dall’Università degli Studi di Sassari, nell’ambito della collaborazione con l’Università di Herat, e con la partecipazione della Brigata “Sassari”. La tavola rotonda si è aperta con i saluti del Magnifico Rettore Attilio Mastino, che ha ricordato il legame della Brigata con la storia della Sardegna e il suo forte radicamento territoriale (con il 98% del personale di truppa proveniente dall’Isola), e la collaborazione ormai consolidata tra l’Esercito e l’istituzione universitaria cittadina.

Il nuovo Capo di Stato Maggiore della Brigata “Sassari”, Colonnello Raffaele Forgione ha portato i saluti del Gen. Scopigno, impegnato con moltissimi altri Sassarini nei funerali a Nuoro del M.llo Roberto Selloni. Il Col. Forgione ha sottolineato l’osmosi creatasi tra mondo accademico e mondo militare, soprattutto in considerazione dell’importanza che riveste la formazione per chi opera all’estero, quando diventa fondamentale acquisire una consapevolezza culturale del luogo in cui si interviene e un approccio di tipo antropologico si rende necessario per lavorare spalla a spalla con persone provenienti da un background culturale diverso dal nostro, anche se i sardi sono tradizionalmente portatori di cultural awareness senza bisogno di formazione.

L’idea del convegno nasce da una proposta fatta dal Gen. Scopigno in previsione della prossima partenza della Brigata per l’Afghanistan, ed è stata sviluppata dal gruppo di lavoro che ha partecipato alla tavola rotonda. Le domande di partenza che hanno alimentato la nostra riflessione sono state diverse, ma è intorno a tre interrogativi principali che ci siamo mossi. Come è possibile affrontare un intervento, operato su mandato della comunità internazionale nell’ambito della missione ISAF, in un teatro operativo estero in cui lo stato non ha più il controllo del proprio territorio, e nel quale i militari italiani sono chiamati a supportare la sicurezza a livello locale affinché possa essere garantita la legalità e la certezza del diritto? Come comportarsi in un contesto in cui coesistono difficilmente un sistema giuridico formale che ha una genesi recente, al fianco di sistemi giuridici di tipo consuetudinario, religioso e tribale fortemente radicati nella cultura delle popolazioni locali e che risultano spesso in contrasto con i diritti e il concetto di giustizia di cui noi siamo portatori? E, in preparazione della missione, quale lezione è possibile apprendere dalla storia della Sardegna, che ciclicamente ha visto i Sardi confrontarsi con culture e sistemi giuridici altri rispetto a quelli autoctoni?

A me è toccato l’onore di introdurre i lavori e inquadrare il contesto in cui si è poi sviluppata la riflessione con gli altri relatori. Le attività di state building, inteso come attività di ricostruzione dello stato in senso lato, sono il presupposto per il raggiungimento della sicurezza e dello sviluppo nelle società che escono da un conflitto e mirano al consolidamento di istituzioni legittime e autonome. Ma per attuarlo è necessario mettere in sicurezza l’ambiente, stabilizzare le strutture di governo e fornire servizi di base, senza dimenticare che la stabilità è frutto della legittimazione della popolazione, prima ancora che della comunità internazionale. Legittimazione che deve essere sia centrale che locale, dal momento che l’idealtipo weberiano di stato occidentale basato su centralismo, burocrazia e monopolio legittimo dell’uso della forza troppo spesso dimentica la dimensione locale: questo risulta particolarmente vero in una realtà come quella afghana, in cui la legittimazione raramente in passato è stata centralizzata e in cui l’attuale governo è considerato corrotto e incapace di garantire la sicurezza. L’idea di un governo centralizzato potrebbe dunque essere fallimentare, in considerazione dei canali preferenziali da cui tradizionalmente è pervenuta la legittimazione: la religione, le etnie, i clan e le tribù. Prioritaria rispetto all’agenda teorica dello state building risulta la garanzia della sicurezza, per la quale è richiesto il supporto dei nostri contingenti nell’ambito della missione ISAF, e la garanzia della certezza del diritto. Mancando questi presupposti, un approccio che mette al centro la popolazione con l’obiettivo della ricostruzione statale non trova le fondamenta per essere messo in pratica.

Alla riflessione sulla contrapposizione tra centralismo e governo locale, e alla conseguente esistenza di una pluralità di ordinamenti che convivono su uno stesso territorio, si è collegato Paolo Fois, ordinario di diritto internazionale all’Università di Sassari, che ha parlato di protezione e valorizzazione delle culture tradizionali e degli ordinamenti locali. L’Afghanistan è rimasto sempre sullo sfondo, ma l’orizzonte era abbastanza chiaro, soprattutto quando Fois ha parlato di risoluzione dei conflitti con mezzi pacifici nel rispetto delle culture tradizionali per salvaguardare il valore della diversità. La protezione della diversità culturale nasce dall’esigenza di mantenere il principio di non assimilazione a garanzia di una pluralità di culture cui corrisponde una pluralità di ordinamenti: la tutela dei diritti collettivi, che fanno da corollario al principio di non assimilazione, necessita dunque del rispetto della diversità culturale e del riconoscimento dell’autonomia di un popolo sul piano politico.

Atteso l’intervento del Prof. Manlio Brigaglia sul tema “I Sardi e gli altri”, ovvero come l’esperienza storica di cui siamo portatori, che ci ha visto in relazione continua con forestieri in posizione di dominio sul nostro territorio, può aiutare i nostri Sassarini a individuare il giusto approccio culturale da adottare nella prossima missione. Facendo partire il suo excursus dalla “cultura di San Michele” risalente a tremila anni avanti Cristo, Brigaglia ha ripercorso alcune tappe salienti della storia di Sardegna per ricostruire l’atteggiamento dei Sardi nei confronti degli “istranzos istituzionali” che si sono avvicendati, riportando aneddoti, miti ed episodi significativi nel corso dei secoli. Alla domanda se ci sia qualcosa nella cultura di sardi che può essere messo a frutto nella missione dei Sassarini, il professore risponde così: se da un lato la presa di distanza e il rimarcare le differenze degli americani ingenerano diffidenza e rendono difficoltoso il dialogo tra popolazioni diverse, dall’altro i sardi, che hanno meno confidenza con il ruolo delle istituzioni, si confrontano con gli afghani da pari a pari “nel riconoscimento di una comune (anche se non uguale) essenza di umanità”.

La seconda parte della tavola rotonda è stata introdotta dal Dr. Simone Sassu, già autore di un pregevole saggio di antropologia giuridica dal titolo “La rasgioni in Gallura. La risoluzione dei conflitti nella cultura degli stazzi”. Sassu ha affrontato il tema della regolazione delle controversie in aree in cui si registra la compresenza di una pluralità di ordinamenti giuridici: laddove si contrappongono ordinamenti giuridici codificati che si riflettono nello Stato e istituti di tipo consuetudinario che hanno origine nella tradizione locale, le pratiche giuridiche formali si scontrano spesso con le prassi della comunità locale, che non riconosce una coerenza del sistema ufficiale con le forme di regolazione proprie della comunità. È il caso ad esempio del “codice della vendetta” in Barbagia e dell’istituto della rasgioni in Gallura.

Di Gallura al tempo degli stazzi, ha parlato il Ten. Col. Pasquale Orecchioni che ha usato la metodologia dello Human Terrain System per approfondire con un caso di studio la conoscenza culturale di quell’area della Sardegna nord orientale nel XIX secolo. L’HTS è un modello di ricerca di derivazione antropologica che i militari utilizzano per prepararsi ad affrontare i teatri operativi in una prospettiva culturale, al fine di relazionarsi al meglio con la popolazione locale. Lo scopo è quello di conoscere il modus vivendi dei locali considerandone ogni variabile rilevante per la relazione umana: quella politica, quella della sicurezza, quella economica e sociale, quella infrastrutturale e quella culturale.

Al Ten. Andrea Soggiu, consulente legale della Brigata, è spettato l’intervento conclusivo che ha riportato l’uditorio sul tema del diritto e del potenziale conflitto tra pluralità di ordinamenti. In Afghanistan corti locali, consigli di maggiorenti, ed autorità tradizionali giocano un ruolo centrale nella risoluzione delle controversie: le loro relazioni con le istituzioni giudiziarie sono in molti casi problematiche, specialmente quando non sono formalmente riconosciuti. Ciononostante, il ruolo tradizionalmente affidato alle Shura e alle Jirga, assemblee di anziani o maggiorenti che giudicano sulla base della nozione di Eslaah, cioè risoluzione pacifica, una volta per tutte, di un problema nel rispetto della Sharia e del benessere della comunità, è percepito come legittimo dalla popolazione locale, ed è per questo che le più recenti strategie a supporto del rafforzamento del principio di legalità e dell’accesso alla giustizia in quel paese includono oggi le istituzioni di giustizia informale quali importanti attori.

E tuttavia, la risoluzione delle controversie da parte delle Shura e delle Jirga, che mantengono comunque un collegamento (anche se non legalmente riconosciuto) con le corti formali di primo livello, agendo spesso sul confine tra diritto civile e diritto penale, mette a rischio la tutela dei diritti delle donne e dell’infanzia, ovvero la parte più debole della popolazione. Si consideri ad esempio come si compie il rispetto della tradizione in fenomeni come quello della violenza domestica, che sfocia sempre più frequentemente negli sfregi permanenti con l’acido, della lapidazione delle donne considerate adultere, dei matrimoni con le spose bambine. In questi casi, per noi occidentali, allo sforzo della comprensione antropologica si sostituisce la richiesta, forte e chiara, del rispetto dei diritti umani.

Ma non sta ai nostri militari tutelare i diritti umani, né tantomeno entrare nel merito del sistema giuridico afghano: essi sono chiamati a fare assistenza alle forze di sicurezza e a garantire la sicurezza di quanti, legislatori, giudici, avvocati, si impegnano in quel paese affinché la certezza del diritto, che tutt’ora rappresenta un nodo critico nella legittimazione del governo e nella ricostruzione dello stato, diventi una realtà anche in Afghanistan. Con la nostra riflessione abbiamo quindi voluto proporre una lettura del quadro che dovranno affrontare coloro che a partire dal prossimo febbraio prenderanno parte alla missione ISAF, augurandoci che aumenti la consapevolezza del teatro operativo in cui nostri si troveranno ad operare.

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