LA SAGGEZZA DI TZIU MICHEI: A CABRAS, LA LEGGENDA VIVENTE DELLA CORSA DI SAN SALVATORE


di Michela Murgia

Quando ero giovane correvo più forte per superare chi portava la statua. Ci ho messo molti anni per capire che quella non era una gara”. Tziu Michei, al secolo Michele Camedda, sorride quando parla della corsa di San Salvatore, l’insolita processione del suo paese durante la quale centinaia di uomini scalzi vestiti di bianco portano di corsa per nove chilometri una statua intitolata a Gesù Salvatore. Tziu Michei ha più di ottant’anni, il viso asciutto come un ramo di ginepro e una lucidità di parola che sfida i pregiudizi sull’anzianità. Nel paese lo conoscono con quell’appellativo, Tziu, titolo che nelle comunità sarde implica l’uso di un codice parentale di rispetto verso l’anziano che lo porta. Molti sono i vecchi della sua generazione che per abitudine vengono apostrofati così, ma nel suo caso non di tratta di mero formalismo: rispettato da tutti questo vecchio contadino lo è davvero.

Eppure non ha fatto niente di speciale, Tziu Michei: ha sempre e solo lavorato la terra; non ha alcun particolare sapere o titolo di studio e neppure una capacità artistica che lo faccia spiccare rispetto alla media. Il rispetto di cui è circondato gli deriva da qualcosa di più sottile, un silenzioso carisma che un tempo si chiamava saggezza; è raro e gli uomini che lo possiedono sono un patrimonio vivente di cui le loro comunità possono vantarsi. Michele Camedda la saggezza l’ha usata per molti anni soprattutto dentro l’ambiente difficile e appassionante della corsa di San Salvatore, che nel suo paese è qualcosa di più di una colorita manifestazione religiosa.

La corsa è un gioco di specchi: i maschi non pregano in pubblico, mostrarsi devoti è cosa da donne, una debolezza nei confronti del cielo. Correre invece è un atto fisico, è sudore e resistenza, qualcosa che conoscono. I giovani cominciano a partecipare a questa faticosa processione da bambini, portati a spalle dai padri, e per loro riuscire a fare tutti i nove chilometri della corsa degli scalzi senza mai salire sui mezzi di sostegno è un traguardo che, come un rito di iniziazione, segna il passaggio dalla fragilità infantile alla pienezza virile della maturità. Tziu Michei quella corsa l’ha fatta ogni anno fino a oltre il suo settantesimo e questi ragazzi li ha visti crescere generazione dopo generazione, perfettamente consapevole che per la maggior parte di loro partecipare al rito non era una questione di fede, ma di performance identitaria.

Le piccole comunità hanno meccaniche interne che non esitano a servirsi anche dei simboli religiosi per segnare i confini dell’appartenenza: la corsa di San Salvatore nel paese di Tziu Michei funziona soprattutto per quello. “Solo per pochi è devozione vera. Molti lo fanno per sentirsi parte della comunità, per non essere derisi dagli altri e non essere giudicati deboli, anche dalle donne”. I parroci sono sempre entrati poco in questi meccanismi: gli uomini si auto-organizzano in piccole squadre che ruotano a turno con la statua e al prete spetta giusto la benedizione di partenza. Solo i devoti si confessano prima. La maggior parte viene dall’indifferenza religiosa e a quella torna, attraversando il simbolismo della corsa con la stessa leggerezza con cui i piedi scalzi sfiorano la polvere nello slancio del percorso.

L’unica catechesi possibile in un ambiente così è quella tra pari e il solo con l’autorevolezza necessaria per impartirla è stato per anni proprio Tziu Michei. “Gli uomini giovani sono pieni di energia, vogliono correre, far vedere che sono capaci, veloci, agili…” – dal sorriso che gli passa sul viso scavato si capisce che la sensazione di cui parla, quell’onnipotenza elettrica nelle membra giovani, lui la ricorda ancora bene – “…anche io ero così e la statua la guardavo quasi con disprezzo: mi sembrava quella di un vecchio, che come uno storpio non poteva correre con le sue gambe e a portarlo eravamo noi, forti e giovani. Poi cresci, invecchi, lui rimane uguale e allora capisci che quello che credevi di portare, in realtà sta portando te”. Muove le mani con gesti ampi e le sue parole sono semplici come gli esempi che fa, legati alla sua vita di ogni giorno, eppure Tziu Michei è magnetico e non fatichi a immaginare gli uomini che lo ascoltano come non ascolterebbero mai un prete, figura troppo distante dalla loro esperienza quotidiana, troppo giudicante per le loro vite fratte, contese tra i campi, le barche, le famiglie e il bar.

Il fatto che la corsa di San Salvatore sia diventata negli anni un fenomeno sempre più folklorico, attirando turisti, telecamere e flash, non ha aiutato il paziente impegno di questo vecchio per restituire al rito il suo senso più profondo. “Non è facile. Vengono a vederci da fuori, ci fotografano e molti si sentono come stelle del cinema. Anzichè gridare “Viva San Salvatore”, alcuni li senti dire “Viva i corridori”, come se la corsa fosse fatta per loro. Ma non li puoi giudicare, devi dargli un esempio diverso”. Gli uomini che corrono con il santo sono molte centinaia; Tziu Michei con tutti prima o dopo ha avuto tempo e modo di parlare. Nella sala dove si incontrano per organizzarsi non serve alcun microfono: c’è un silenzio naturale e il vecchio parla di fede senza retorica. Alcuni si commuovono perché le rughe sulla sua faccia raccontano di vento, di fatica e di resistenza, forse la cosa più vicina a una preghiera che riescono a immaginare per sè. Se gli chiedi se si considera ancora corridore anche ora che i piedi non lo reggono più, Tziu Michei risponde con un sorriso: “Io quella corsa non l’ho mai fatta con i piedi”.

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