PRESENTATO AL CIRCOLO "LOGUDORO" DI PAVIA IL LIBRO DI MARIA ANTONELLA ARRAS "ACCABADORA E LA SACRALITA' DEL FEMMININO – RITI E CREDENZE NELLA TRADIZIONE POPOLARE SARDA"

DA SINISTRA: Gesuino Piga, Massimo Cosma, Maria Antonella Arras, Paolo Pulina

di Paolo Pulina

  “Accabadora e la sacralità del femminino: riti e credenze nella tradizione popolare sarda” (Torino, Ananke, 2012, pagine 207)   è il libro di Maria Antonella Arras  che è stato presentato a Pavia, nel pomeriggio di sabato 15 giugno, per iniziativa del Circolo culturale sardo “Logudoro”  presieduto da Gesuino Piga.

Maria Antonella Arras, nata  nel 1955 a Milano, laureata in medicina a Torino (città dove vive e lavora), responsabile della  struttura sanitaria Promozione della Salute dell’ASL TO 1, è appassionata di bioetica ma anche di cultura tradizionale sarda, anche in virtù delle origini oranesi della sua famiglia.  

Il suo libro su “Accabadora e la sacralità del femminino. Riti e credenze nella tradizione popolare sarda”, che unisce racconti (qualche brano è stato letto a Pavia dal marito dell’autrice Massimo Cosma) e analisi antropologica (“L’eterno femminino”  è l’espressione usata da Goethe nel “Faust” per  indicare le caratteristiche eterne, immutabili, del fascino femminile, della femminilità)  può essere considerato la summa di una serie di opere (dei cui elementi essenziali dà conto con sistematicità) che nell’ultimo decennio hanno esaminato  l’inquietante figura de  “Sa femina accabadora”, cioè di colei che, chiamata dai parenti, provvedeva a porre fine alle sofferenze del malato terminale colpendolo con una specie di martelletto, con un giogo o, più spesso, soffocandolo con un cuscino. 

Questa donna (solo donna: sacralità del femminino, per cui  è solo la donna che dà e  che quindi può togliere la vita)  ha operato  nella società sarda  fino alla fine dell’Ottocento – inizi del Novecento  (sono questi i limiti temporali normalmente indicati dagli studiosi) e su di essa negli ultimi anni si sono accesi i riflettori in rapporto al diffondersi a livello di massa del dibattito etico e religioso sulle tematiche dell’eutanasia.

Ma prima di elencare le molte  opere di carattere storico  o di natura romanzesca che in anni recenti   sono state pubblicate sul tema della donna incaricata in Sardegna di procedere a un’operazione  che comunemente oggi chiamiamo eutanasia, occorre dire  che numerose sono  le testimonianze storiche su questo personaggio femminile lasciate nell’Ottocento, nei loro resoconti,  da  viaggiatori-scrittori  stranieri e italiani (gli inglesi William Henry Smith,  John Arre Tyndale, Robert Tennant e Charles Edwardes; gli italiani padre Giovanni Battista Vassallo,  Vittorio Angius, Alberto Ferrero della Marmora,  padre Antonio Bresciani e Francesco Poggi) e che ampi  riferimenti  a questa figura sono presenti nella narrazione storica “Folchetto Malaspina, romanzo storico del secolo XII” di Carlo Varese (che non è mai stato in Sardegna ma che è  autore anche di un altro romanzo storico di argomento isolano intitolato  “Preziosa di Sanluri, ossia i montanari sardi”).

Veniamo adesso all’ultimo decennio. Nel 2003 le Edizioni Scuola Sarda hanno mandato alle stampe la ricerca di Alessandro Bucarelli e Carlo Lubrano (due medici dell’Università di Sassari)  pubblicandola col titolo “Eutanasia ante litteram in Sardegna. Sa femmina accabbadora. Usi, costumi e tradizioni attorno alla morte in Sardegna”. 

Del 2007 è l’opera narrativa “L’ultima agabbadora” (Edizioni Gruppo Albatros Il Filo di Viterbo)   di  Sebastiano Depperu, giovane collaboratore del Museo etnografico Galluras di Luras, in Gallura, l’unico luogo in cui è custodito un esemplare del “rustico martello di legno di olivastro stagionato” usato da “s’accabadora”.

Il romanzo di Giovanni Murineddu “L’agabbadora. La morte invocata” (sempre delle Edizioni Gruppo Albatros Il Filo di Viterbo), uscito in prima edizione nel 2007 ne ha avuto nel 2010 una seconda, riveduta e ampliata. Nel libro, che ha ispirato una sceneggiatura cinematografica, risalta la figura di Ghjuanna Pisanu, agabbadora del paese di Muntigghjoni, di cui si  racconta la storia, intrecciata a quella delle persone che richiedono  il suo intervento.

All’anno 2007 risale anche  lo  studio di Andrea Satta   “La signora della buona morte: l’accabbadora. Riti di morte nella Sardegna tradizionale”:

http://www.surbile.net/teca/articoli%20pdf/S’accabbadora_Andrea_Satta_Matriarcato6.pdf.

Del 2008 è la sconvolgente testimonianza raccolta da Dolores Turchi nel volume (con DVD; edizioni Iris di Oliena) intitolato “ ‘Ho visto agire s’accabadora’. La prima testimonianza oculare di una persona vivente sull’operato de s’accabadora”. Il DVD allegato contiene il filmato  di un’intervista, registrata il 25 marzo 2008,  alla signora Paolina Concas di 90 anni, che ha visto un caso di “eutanasia sarda”.

Dello stesso anno 2008, pubblicato da un editore autorevole come Einaudi,  è il romanzo  “Accabadora” di Michela Murgia, con l’avvincente racconto della vicenda della piccola Maria Listru che diventa “figgia de anima” di tzia Bonaria Urrai, una vecchia sarta della quale verrà a conoscere la nascosta attività, diciamo collaterale,  evocata nel titolo dell’opera narrativa. 

All’appassionante (istruttivo e commovente) romanzo di Michela Murgia, già vincitore del Premio “Giuseppe Dessì” di Villacidro, i giurati del prestigioso Premio “Campiello”  di Venezia hanno assegnato il  massimo riconoscimento  2010.  Ovviamente questi premi hanno favorito un grande successo di vendita del romanzo, che risulta oggi tradotto in tedesco e in spagnolo. Il best seller  è disponibile anche come audiolibro: “Michela Murgia legge ‘Accabadora’ in versione integrale, Roma, Emons Italia, 2010; 1 compact disc (MP3) (4 h 37 minuti).

Del 2010, edito da Condaghes di Cagliari (con postfazione di Antoni Arca), è il volume scettico-critico  di Toni Soggiu, “S’Acabadora: è ora di finirla?  Libro bianco sull’acabadorume”. L’interrogativo del titolo è così giustificato nella scheda di presentazione dell’opera: «Il libro rivisita, in maniera  non acritica, le vicende storiche e di costume che hanno condotto alcuni studiosi e scrittori ad affermare l’esistenza in Sardegna, fino a poco tempo fa, di un “rito della buona morte”. L’autore, attraverso argomentazioni storiche e linguistiche, a tratti con toni sarcastici, dimostra l’infondatezza di queste congetture non sorrette da fonti documentali certe».

Nel 2010, nella collana “Antichi mestieri e saperi di Sardegna” (curatore scientifico Barbara Fois), il quotidiano di Sassari “La Nuova Sardegna” ha pubblicato il volume “Dalla accabadora alla medicina popolare” (della  medicina popolare sarda si occupa anche il libro della dott.ssa Arras).   

L’ultima ricerca edita prima del lavoro di Maria Antonella Arras ha per titolo “Antologia della femina agabbadora: tutto sulla Femina Agabbadòra: testimonianze letterarie e orali, ricerche sul campo, riti, tesi di laurea, il martello, la chiesa” ed è firmata da Pier Giacomo Pala (Perfugas, Sassari, editori Grafidea, 2010, ben 330 pagine).

Come si vede, l’offerta libraria su “S’accabadora” è in grado di soddisfare sull’intrigante argomento tutte le curiosità sia dei lettori sardi sia di quelli non sardi.

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