TENORES 2.0 (LA PASSIONE PER IL CANTO A TENORE DI QUATTRO AMERICANI)


di Alberto Mario DeLogu

È finito il tour in Sardegna di Avery, Carl, Doug e Gideon, quattro americani del nordest uniti da un’insana passione per un’arte lontana e oscura: su cantu a tenore sardu. Li ha fatti incontrare un’idea folle: smontare e riprodurre (fare reverse engineering, come dicono loro) il canto gutturale di quella terra lontana di cui conoscevano appena il nome. Doug, insegnante e appassionato di lingue, diventò sa ‘oche; Avery, cantante e attivista per i diritti civili, su bassu; Gideon, musicista specializzato in polifonia e “sculture sonore cinetiche”, sa mesu ‘oche; e Carl, musicologo appassionato di canti georgiani, sa contra. Da questo fiume sotterraneo che unisce i cantori gutturali di tutto il mondo, dalla Mongolia al Caucaso, dalla Corsica all’Artico canadese, sgorgarono, nel più improbabile degli scenari, i Tenores de Aterúe.  Si chiamavano “Tenores di Altrove”, e fu chi scrive a suggerir loro di adottare l’attuale, ben più sarda denominazione. Il primo viaggio degli Aterúe in Sardegna è stato un prodigioso successo: chiamati (anzi, tirati su per il bavero) a cantare sul palco della Cavalcata, invitati a conferenze e dibattiti, accolti a Cabras, Bitti, Nuoro, Silanus e Orune come sodali di un rito, fratelli in una passione struggente per una terra ed una civiltà che minaccia di sfaldarsi sotto i ritmi di una subciviltà pacchiana ed ignorante. In una terra nella quale le radio trasmettono solo pop, rap, dubtronica e ghetto house, e i giovani affollano i McDo e si vestono come in una periferia newyorkese, lo sbarco di questi quattro giovani americani colti, curiosi e appassionati rappresenta un tributo all’universalità dell’arte e alla dignità delle culture subalterne. È l’inchino dell’impero culturale alla colonia che resiste, del superbo Churchill al “fachiro mezzo nudo” Gandhi. “Sapete che alcuni considerano il canto a tenore troppo arcaico e sgradevole?” chiede un giornalista. “Questa per me è una novità – si meraviglia Carl – anche la Georgia [caucasica, ndr] possiede un’eredità musicale unica, e anche lì i giovani la considerano roba da vecchi. Così, quando vedono dei giovani americani che cantano i loro canti, questo li incoraggia. Se accendessimo anche in un solo giovane sardo il desiderio di cantare la sua musica – dice Carl – lo consideremmo un successo“. Grazie, guys. A sprovincializzare la cultura sarda vale più un vostro bihm-boh delle mille performances degli spacciatori di linna pintada che affollano l’Isola. A nos bider torra.

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