IL COLLEZIONISTA D'ARTE: DON ELISEO LILLIU, PRETE, SCRITTORE E POETA A TERRALBA

don Eliseo Lilliu

di Gian Piero Pinna

Don Eliseo Lilliu è un terralbese da generazioni, innamorato visceralmente della sua terra. A venticinque anni entra in seminario e diventa frate cappuccino e apprezzato predicatore. Nei suoi venticinque anni in convento, è stato sempre a contatto con eminenti uomini di cultura a Siena, Firenze, Genova, Milano e Roma. Gli ultimi dieci anni da Cappucino li trascorre nel convento di Sanluri, dove allestisce a proprie spese e dirige, il Museo dei Frati Minori Cappuccini. Per contrasto coi suoi superiori, poi, lascia l’ordine e diventa semplice sacerdote e con tale mansione entra a far parte della Diocesi di Ales – Terralba, ma la sua passione per l’arte e il collezionismo non lo abbandona e trasforma la sua casa in Museo Pinacoteca Eliseo, che alla sua morte, diventerà Museo Civico di Terralba. Don Eliseo, è stato anche iscritto all’albo dei giornalisti per dieci anni, ma è come scrittore che ha dato il meglio di se stesso. Come scrittore, ha già dato alle stampe ben 33 libri, l’ultimo dei quali “Arti e mestieri nella vecchia Terralba”, ha visto la luce nello scorso mese di marzo. L’editore Roberto Cau, di quest’opera dice: “È un incantevole viaggio nel mondo dei mestieri antichi e dell’arte del territorio di Terralba, ma è anche un’opera fatta con impegno, indagando tra fatica e sudore, tra sofferenza e amore, tra le ombre e le luci delle forme, che portano verso il senso del bello e del mondo artistico. Una passerella straordinaria che ci fa rivivere le atmosfere delle antiche botteghe e del lavoro del passato, che contrasta fortemente con quello dei nostri tempi, troppo superficiali e privi di passione. Il libro è come una grande cassaforte, che custodisce e preserva la nostra storia, con religiosa spiritualità”.

All’autore chiediamo: Come mai hai scritto questo libro? Nel passato chiunque fosse transitato nelle vie del paese, avrebbe avuto il piacere di ammirare i vari artigiani, che spesso lavoravano fuori dal loro laboratorio e avrebbe anche potuto chiedere loro spiegazioni su ciò che realizzavano. A me, in particolare, piaceva fermarmi per ammirare il loro lavoro e dialogare nella tipica parlata terralbese, che i giovani di oggi snobbano, italianizzano e storpiano.

Come hai strutturato la tua opera? Nella mia opera parlo dei mestieri che ho avuto la fortuna di conoscere e per descriverli uso una forma di scrittura semplice detta “acrosadura”, cioè uso la rima baciata del canto terralbese. Per esempio, non esistono nomi in sardo per definire quelle tante donne – artista, che nel passato lavoravano notte e giorno per filare, tessere e ricamare, realizzando delle vere e proprie opere d’arte da ammirare. Le chiamavano semplicemente tessitrici, o ricamatrici. Il termine “tessitrici”, o “ricamadrixi”, non veniva mai pronunciato. Esse stesse dicevano che facevano “traball’e femmi’as” e anche loro, come coloro che realizzavano le icone, non firmavano le proprie opere.

Dove si trovano questi capolavori dell’arte povera? Molte di queste opere si possono ammirare ancora oggi in diverse chiese, dove tuttora rendono gloria a Dio, diversi dei quali eseguiti da mia madre Assunta Caddeo, o si trovano all’interno della mia casa museo.

Tu nella tua opera, hai preso spunto anche dai lavori di una grande artista terralbese, Dina Pala, ce ne vuoi parlare? I disegni di Dina Pala, hanno una grande importanza per chi ama la storia terralbese. Lei non ritrae i personaggi più in vista della vita sociale e politica, ma i semplici, cioè, coloro che a livello sociale contano poco e che dopo morti, scompaiono. Ama le scene popolari, gli ingenui giochi dei bambini, i fatti della vita sociale. Coglie gli attimi carichi di significato, inserendoli nella poesia idilliaca e agreste. Lei conosce bene Terralba, perché è figlia del popolo terralbese, sa lavorare la terra e da ragazza, non aveva paura a dare una mano al padre nei campi. La conoscenza del mondo del lavoro, porta Dina ad essere vicina ai lavoratori e a scrutarne le realtà connesse. Lei, al pari degli artisti del Trecento, si cimenta nel riprodurli nei suoi capolavori. Per esempio, nel campanile di Giotto, a Santa Maria del Fiore, Andrea Pisano aveva realizzato dei pannelli marmorei, dove vi erano scolpite delle scene simboliche di grande valenza artistica, tratte da ambienti campestri e cittadini, come l’aratura, la semina, la vendemmia e tante altre. Nei secoli seguenti altri artisti hanno trattato temi apparentemente insignificanti, vedi il Giorgione con La tempesta, i paesaggi del Canaletto: senza questi artisti non avremmo mai conosciuti aspetti importanti della vita sociale del passato. Nel novembre 2012, l’artista terralbese, aveva esposto nella sua casa una serie di opere di grande fascino e suggestione sui mestieri di Terralba, che ho chiamato sinopie, perché il colore di questi lavori, ricordano quelli preparatori degli affreschi toscani, specialmente di quelli realizzati nel Camposanto monumentale di Pisa. E per questa mia ultima opera, ho preso molti spunti dai capolavori realizzati da Dina.

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