LA PICCOLA ISOLA CROCEVIA DI CULTURE: ANNA PORCHEDDU DA SEI ANNI INSEGNA ALL'UNIVERSITA' DI MALTA

 

immagine di Anna Porcheddu

 
di Antonio Mannu – Progetto Migrazioni

Questa pagina, già pubblicata sul quotidiano La Nuova Sardegna, nasce dal progetto: “Migrazioni – In viaggio verso i migranti di Sardegna”, un lavoro collettivo di ricerca sulla migrazione sarda. Durante lo sviluppo del progetto sono stati sinora visitati 11 paesi. “Migrazioni” è sostenuto dalla Fondazione Banco di Sardegna, dalla Provincia di Sassari, dalla Camera di Commercio Italiana negli Emirati Arabi e dalla Visual E di Sassari. Al progetto è dedicato un sito web: www.deisardinelmondo.it

«Sono a Malta da 6 anni. Quando mi hanno assegnato l’incarico un amico ha commentato: vai a stare in un’isola grande all’incirca il doppio di Sant’Antioco? Ho risposto che era vero, ma che Malta, pur così piccola, è una nazione!». Anna Porcheddu, cagliaritana, una laurea in Lingue e letterature straniere, è lettrice ministeriale all’Università di Malta. «Arrivando qui la prima cosa che si nota è il colore degli edifici, un’ocra cangiante che si fa oro al tramonto. È la globigerina, una pietra soffice, calcarea, facile da lavorare. Tutto ciò che l’uomo ha costruito qui, dal 3000 A.C. ad oggi, lo ha fatto utilizzando questa pietra. Dai templi megalitici alle chiese barocche, dai paesini alle fortificazioni di Valletta, tutto a Malta ha la tinta di questa pietra». L’isola le è piaciuta subito. Malta, dice Anna, è un punto d’incontro di tante culture: quella mediterranea, che è anche araba e mediorientale, quella inglese, quella cosmopolita e confessionale dell’Ordine dei Cavalieri. Questo, racconta Anna, traspare anche nei volti e nei lineamenti dei maltesi. Pelle chiara, occhi azzurri o verdi, oppure occhi chiari innestati su visi olivastri e capelli ricci e scuri. Elementi di diversità rispetto alla Sardegna dove, a suo avviso, non ci si imbatte in un simile incrocio di tipi umani, culture e lingue.

«Qui ci sono due lingue ufficiali, maltese e inglese, che tutti parlano. I locali le usano entrambe durante le conversazioni, passano tranquillamente dall’una all’altra con naturalezza. Ma il maltese ha il suo spazio ed è una lingua viva, con una letteratura, giornali, emittenti radio e televisive». Anche l’italiano, lingua ufficiale sino al 1934, è compreso da buona parte degli abitanti. Oltre che dal colore del paesaggio architettonico e dalla eterogeneità degli abitanti, Anna è stata colpita dalla loro indole: «Non è che qui tutto funzioni, ma c’è una grande attitudine solidale. I maltesi sono disponibili e si impegnano anche individualmente. Ricordo che, al principio, mi aveva colpito il racconto di uno studente ventenne. Ogni mattina usciva per fare un po’ di spesa, ma prima passava a casa di alcune vicine, delle signore anziane, e chiedeva se avessero bisogno di qualcosa. Un gesto che mi ha fatto riflettere».

Racconta che al suo arrivo era interessata a conoscere i maltesi, faceva di tutto per frequentare ambienti locali e incontrare persone del posto. E non è stato un problema, tutt’altro. Ricorda un altro episodio: una studentessa era andata a trovarla per vedere insieme un compito d’esame che non aveva superato.

Era una ragazza che l’anno precedente era stata bocciata. «Abbiamo commentato i suoi errori. Al momento di congedarsi, dopo avermi ringraziato per il tempo che le avevo dedicato mi ha detto che, poiché studiava italiano e turismo, mi avrebbe fatto volentieri da guida. Certo, poteva essere un modo per entrare nelle mie grazie, ma non lo era. Era semplice disponibilità nei miei confronti, verso un visitatore».

Prima di sbarcare a Malta Anna ha vissuto altre esperienze all’estero. Un periodo. in Irlanda, subito dopo la laurea. Poi due anni in Cina ad insegnare inglese. L’opportunità nasce durante una visita in Canada. In un campus universitario sbircia un annuncio: cercasi insegnanti di inglese per università cinese. Si candida e, dopo 6 mesi, arriva una proposta. Accetta.

«L’impatto è stato brutale, mi sembrava un altro pianeta. Avevo problemi con la lingua, che avevo cominciato a studiare. Riuscivo a dire qualcosa ma non capivo le risposte! Il cinese è basato sui toni. Mi concentravo sulla loro osservanza, con poco successo però, perché i cinesi avevano difficoltà a comprendermi». Inizialmente l’Università le aveva concesso un mese di ambientamento. «Durante quel periodo ho pensato di andarmene. Invece, quando ho iniziato ad insegnare, la situazione è cambiata. Alla fine, nonostante le differenze, anzi forse proprio per la grande diversità, sono stata bene. Certo bisogna sforzarsi, accettare situazioni e comportamenti che possono sembrare stranissimi».

E racconta di uno studente che, durante una lezione, improvvisamente si mise a ridere. «Gli chiesi: è successo qualcosa? Silenzio e ancora risate. Ho trovato la cosa irritante e offensiva e ho detto basta, concludo qui la mia lezione. Dopo poco è arrivata nel mio ufficio una studentessa e mi ha spiegato che il collega rideva per nervosismo. Poi è arrivato lo studente. Si è scusato, mi ha detto che non dovevo ritenermi offesa, che era a disagio perché non aveva fatto gli esercizi previsti e aveva avuto quella reazione, aggiungendo che era normale. Come normale, ho pensato» In effetti lo era, anche se un dubbio mi è rimasto.

Chiediamo ad Anna se ha nostalgia della Sardegna, se vorrebbe tornare. «In Sardegna torno spesso, vado a trovare mia madre, che comunque trascorre dei periodi qui a Malta, gli amici e i parenti. C’è un collega, il professor Giuseppe Brincat, un linguista di altissimo livello, unico membro straniero dell’Accademia della Crusca, che è molto interessato alla Sardegna. Personalmente amo la musica sarda e, con fatica, nel 2011 sono riuscita ad organizzare dei concerti di Roberto Corona e Rocco Melis, due suonatori di launeddas. E’ stato un successo» Ti manca qualcosa dell’isola? «Da buona casteddaia mi mancano i ricci. Una visita invernale non me la toglie nessuno. Quando passo in viale Poetto e vedo i ricci, chi può capire capisce. Ne ho parlato con amici maltesi. Mi hanno detto che un tempo, anche qui, li vendevano sul lungomare. Purtroppo questa lodevole tradizione si è spenta».

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