LEGGENDO "SCULTURE DELLA SARDEGNA NURAGICA" DI GIOVANNI LILLIU, IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE


di Claudia Zedda

Chi ha studiato antropologia sa bene a cosa ci si riferisca quando si parla di culture conservative: sono quelle che più di altre, vuoi per l’isolamento, vuoi per la tenacia, vuoi per la forza delle proprie tradizioni, si dimostrano capaci di conservare cultura, non relegandola al ruolo di relitto tradizionale, ma condividendola attivamente a livello sociale. Eppure leggere su di un libro di culture conservative è un conto, odorarle, toccarle, viverle è tutto un altro paio di maniche. E io che sognavo di visitare l’Africa o l’Oceania per avere servito il mio banchetto di culture conservative, solo molto tardi mi sono accorta di vivere a mollo in una delle più ricche, che si è evoluta sì, ma non ha mai dimenticato. Lo sospettavo già da qualche anno, da quando per intenderci mi sono dedicata alla scoperta delle tradizioni isolane, ma la cultura materiale, quotidiana, ha il suo impatto, gliene dobbiamo rendere merito, e da mostra della sorprendente capacità conservativa sarda: pare che alcuni usi ci siano entrati nel sangue,  siano stati interiorizzati, cristallizzati, facciano parte del DNA isolano che le vecchie generazioni regalano, quasi senza accorgersene alle nuove.  E’ un bagaglio fatto di gesti, di parole, di ricordi che quasi non si sa di possedere. Sfogliare “Sculture della Sardegna Nuragica” di Giovanni Lilliu è un po’ come girar le pagine di un album di famiglia intitolato “Come eravamo”. Mi piace, mi è sempre piaciuto, tanto più che si può inciampare in insolite associazioni. E’ il caso della Donna con Anfora sulla Testa, una figura filiforme con in evidenza i seni e le braccia che tengono un’anfora posta sul capo. Probabilmente contiene acqua, latte, vino o forse olio, che l’idrofora dona, si suppone, alla divinità. Ritrovata nell’andito nuragico, Lilliu non da una datazione certa per la statuina, è certo però che sia figlia della cultura artistica isolana. Bella, bellissima, ma il discorso si potrebbe concludere qui se per caso non mi fosse capitato sotto mano il ritratto di Gaston Vuillier, Le canefore di Aritzo. Il viaggiatore sbarca a Porto Torres nel 1890 e durante il suo tour sardo immortala fra le altre, donne di Aritzo con in testa un’anfora: saranno pure cambiate le vesti e l’espressione, magari anche l’intento, ma il gesto è lo stesso a distanza di millenni. Le canefore aritzesi e la donna con anfora in testa nuragica raccontano la stessa storia. La medesima fierezza di donna con indosso un’anfora colma di acqua d’altronde è riscontrabile anche ne Il corteggiamento, di Filippo Figari (1912-1914). Direte voi che una rondine non fa primavera, ma di rondini ce ne sono un bel po’: ammirando la Donna che reca sul capo una cesta con doni, ho avuto la certezza d’essere figlia di una cultura che non dimentica, che conserva, perché io quella donna l’avevo già vista. La statuina nuragica ripropone una figura femminile   mediterranea che trasporta sul capo un cestino con al suoi interno, è probabile, doni per la divinità che presto verrà raggiunta. Tralasciando il fatto che i cestini in epoca nuragica si intrecciavano esattamente come ancora oggi faccio io, con una certa fierezza mi è inevitabile pensare che alcune donne sarde, dimostrando sicurezza di equilibrio, ancora trasportano ceste colme di pane, di panni, di dolci, spesso durante  le sagre, a ricordo di quel che doveva essere la quotidianità di pochi decenni fa. Un passato antichissimo che non si dimentica e una continuità di usi presenti che ben si leggono osservando l’Aulente nudo e itifallico:   appare subito chiaro che quel melodioso suono di launeddas che ancora oggi possiamo ascoltare, eccitasse lo spirito anche dei nostri progenitori. Insomma ascoltiamo melodie antiche di millenni: questo si che regala un certo orgoglio penso io. Un linguista potrebbe raccontare del legame fra dialetto isolano e idiomi preromani, ma io, ricercatrice di folklore e di miti su questi mi devo concentrare:  per altro sono letteralmente una miniera d’oro per chi ama trovare connessioni fra il passato ed il presente. Le leggende furono uno degli strumenti principali attraverso i quali, in una cultura orale, abitudini sociali, morali e convenzioni si sono potute spostare, sostanzialmente inalterate, da una generazione all’altra. Che l’acqua fosse sacra lo si sapeva fin da epoca nuragica e prenuragica. Oggi non la adoreremo più all’interno dei pozzi sacri, ma ancora è valore condiviso il fatto che l’acqua non si sprechi, e chi più chi meno sa che a tutela dell’acqua esistono almeno 3 creature fantastiche: le janas, la mamma e’ su potzu, ma anche Giorgìa. Specie dietro le ultime in molti vedono una figura potente e positiva, una madre con a disposizione il potere della rigenerazione, della fertilità, ma anche della crescita e della morte: la Dea Madre che fu oggetto di culto in tutto il Mediterraneo antico. Per dirla in una parola ancora oggi raccontiamo di creature fantastiche che sono portavoce di principi e credenze prenuragiche. Non smetterà di sorprendermi il potere conservativo delle popolazioni, capaci di interiorizzare usi, costumi e tradizioni  utili alla propria sopravvivenza e trasferirli silenziosamente da una generazione ad un’altra garantendo una continuità che fa comprendere, a chi la individua, di far parte di qualcosa di grande, qualcosa privo di inizio o di fine.

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