LA QUESTIONE LINGUISTICA IN SARDEGNA: EQUIVOCI TEORICI ED INERZIA POLITICA


di Omar Onnis

C’è un errore di fondo nell’impostazione dominante della questione linguistica sarda. Dipende dal fatto che essa è incastrata dentro un contesto culturale e politico “regionale”, vincolata a categorie concettuali e a confini discorsivi che ne hanno deteriorato le possibilità di dispiegare appieno tutti i suoi aspetti e di trovare soluzioni non solo condivise ma anche praticamente realizzabili. La cornice regionale in cui siamo costretti a inserire i nostri problemi, a partire da quelli dell’appartenenza e del nostro patrimonio storico-culturale, fa sì che sin dal suo ri-sorgere in modo esplicito e compiuto, alla fine degli anni Sessanta del Novecento, la questione linguistica sarda abbia assunto i tratti della rivendicazione di tutela verso lo stato centrale e della problematicità nei confronti non solo di un’altra lingua egemone, ma dell’intero apparato dottrinario, storico, accademico e politico italiano. Gli intellettuali sardi che si sono fatti promotori della questione – una minoranza, in realtà – sono rimasti intrappolati in un recinto in cui non potevano far conflagrare del tutto le sue potenzialità emancipatorie. Pensarsi come una minoranza linguistica ha da un lato accentuato, anziché eliminarla, la connotazione subalterna e provinciale del discorso e dall’altro ha fatto perdere di vista la reale consistenza storica, antropologica, sociale ed economica della questione. Siamo abituati a pensare al sardo come a una entità mitologica. Abbiamo dato anche un nome suo a tale entità: limba. Il semplice fatto di evitare di definirla “lingua sarda”, sic et simpliciter, ne ha corroborato la marginalità e la ghettizzazione. Basterebbe invece darsi uno sguardo attorno, in Sardegna, per scoprire, magari con sopresa, che il sardo non è affatto una lingua minoritaria, ma caso mai una lingua maggioritaria. Due terzi abbondanti dei sardi la riconoscono come propria, mentre il terzo restante è di lingua ancestrale diversa (il sistema sassarese-gallurese, il catalano di Alghero, il tabarchino di Carloforte). E stiamo parlando di sardi a tutti gli effetti. Oggi come oggi sarebbero da aggiungere al novero anche i discendenti dei coloni veneti e istriani (anch’essi di lingua veneta) di Arborea a Fertilia, ormai sardi tout court anch’essi. Ecco dunque un primo problema: definire il sardo la “lingua dei sardi” può essere utile per rivendicare (senza alcun successo, come la storia dimostra) maggiori tutele o almeno maggiore riconoscimento da parte dell’Italia, ma non serve a nulla per risolvere il problema della sua decadenza, né quello del suo rapporto col territorio e con l’intera popolazione sarda (che non è tutta sardo-parlante, né in termini di attualità, né come lingua ancestrale). Dalla visione regionale (e fondamentalmente sardista) della questione discende l’apparato retorico a cui viene di solito riportata. Uno degli esiti più assurdi è che la tutela più forte e le condizioni migliori per far valere la lingua sarda in ambito ufficiale sono quelle offerte dalla legislazione statale, non dalla legislazione regionale (L. 482/99 vs. L.R. 26/97). I misconoscimenti di cui bisognerebbe liberarsi per affrontare il tema serenamente e con qualche prospettiva di inversione di rotta sono diversi. È urgente chiarire almeno alcuni punti nodali.

1)La Sardegnaè storicamente una terra plurilingue, in cui nel corso della storia si è sviluppato un sistema linguistico romanzo autoctono, al quale si sono poi affiancate sia le lingue delle potenze politicamente egemoni con cui l’Isola ha avuto a che fare, sia le lingue di comunità stabilitesi sul suo territorio nel corso del tempo. A queste si aggiunge ormai lo stesso italiano, lingua praticata da tutti i sardi e, per tanti, prima lingua di socializzazione, oltre che lingua della scuola, dei mass media e in definitiva, in molti casi, unica lingua conosciuta.

2)La Sardegnaha una sua propria storia, oltre ad avere una sua propria geografia. Ciò che ne fa una regione europea e mediterranea a sé stante non è solo il fattore linguistico, bensì soprattutto il fattore storico. Pensarci nei termini ottocenteschi di “un popolo una lingua”, o come dicono i nazionalisti nostrani di “una nazione una lingua”, è un assunto ideologico senza referente storico, contraddetto dai fatti. Impostare su questo equivoco l’intero approccio alla questione porta inevitabilmente a non risolverla.

3) La cornice teorica “regionale” contribuisce pesantemente anche alla dialettizzazione del sardo. Non solo nel senso che il sardo è stato a lungo e in parte è ancora oggi derubricato a dialetto, a lingua povera, di minoranza appunto, rispetto all’italiano, ma anche nel senso che hanno prevalso nel dibattito i particolarismi campanilistici e le manovre dilatorie o sabotatorie dell’accademia e della politica, in nome delle differenze interne al sistema linguistico sardo medesimo e di quelle tra il sistema linguistico sardo e gli altri sistemi linguistici dell’Isola. Una applicazione molto efficace del “divide et impera”. Si è cancellata persino la coscienza che sino a non molti decenni fa la comunicazione tra sardi di luoghi diversi avveniva prevalentemente senza l’ausilio dell’italiano (diventato oggi una lingua franca di comodo utilizzo). I sardi si sono sempre capiti tra di loro, anche tra parlanti di sistemi linguistici diversi, tra cui intercorrevano relazioni e che hanno generato da sempre fenomeni di bilinguismo endogeno (sardo-gallurese, per esempio).

4) Il sardo è un unico sistema linguistico che però non è mai stato normato e normalizzato. Opporsi a una uniformazione grafica e, col tempo, anche linguistica, nel senso della formazione di uno standard sovradialettale, nazionale, significa concepire la questione in termini appunto dialettali e regionali. Cacciandosi nel cul de sac delle diatribe infinite su “quale sardo” e nelle gelosie tra il sardo propriamente detto e le altre lingue sarde.

Anche in quest’ambito, così delicato e doloroso, concepirsi come propaggine di un’entità storica altra, accettando lo status di “regione”, per di più periferica e marginale, comporta gravi problemi di natura culturale e politica, costringendoci all’inerzia, al circolo vizioso. Non so se nel percorso della nostra emancipazione storica la questione linguistica sarà determinante. Per come è impostata oggi, non potrà esserlo, avvinta com’è dentro categorie sterili e fuorvianti. Di certo però non potrà essere elusa. Cominciare a guardarla da un punto di vista sardo-centrico e nazionale, anziché italo-centrico e regionale, sarebbe già un consistente salto di qualità.

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