IL LUNGO VIAGGIO NELL'EMIGRAZIONE SARDA DI "TOTTUS IN PARI": L'ARTICOLO PUBBLICATO SULLA "GAZZETTA DEL MEDIO CAMPIDANO"


di Sergio Portas

Tabloid,  il periodico del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia mette oggi in copertina la silhouette di un giornalista perplesso e titola “Ping Pong, tra carta e rete”.

Che è il dilemma su cui si dibattono tutte le testate che hanno l’ambizione di fare informazione nel mondo. Al di là dell’eterno arrovellarsi sui tempi  della  crisi economica-finanziaria che morde le tasche della gente fino a far  considerare “un lusso che non possiamo permetterci” l’acquisto di un quotidiano, la domanda che sottende è naturalmente quella della scelta più efficace perché la notizia arrivi a un pubblico sempre più numeroso, fatto salvo che pur se cambiano i mezzi, non certo le regole del buon giornalismo. E buono, ottimo giornalismo fa Massimiliano Perlato qui da Cinisello Balsamo, alla fine di viale Fulvio Testi di Milano, che fa da cordone ombelicale alla città metropolitana per antonomasia. A sentire lui (intervistato  da Valentina Telò, collaboratrice e moglie) il nome di “Tottus in Pari”,  organo che compie oggi quindici anni di pubblicazione sul web fu scelto, all’interno del circolo  AMIS “ Emilio Lussu”, in quel ferale ’97 del sequestro di Silvia Melis, quando i sardi tutti ritornarono ad essere nell’immaginario italiota, i sequestratori di sempre. Occorreva dunque fare fronte comune e se c’era una bandiera da far sventolare,  fosse pure quella della “Sassari”,  che proprio il figlio prediletto d’Armungia aveva riportato a casa dal Carso carica delle  medaglie d’oro del re.

E listata del lutto della gioventù sarda che a casa non sarebbe tornata mai. Massimiliano ha “solo” una mamma sarda, un po’ come Antonio, Nino Gramsci, il cui babbo Francesco, Ciccillo per gli amici, se ne venne in Sardegna a Ghilarza da Gaeta e si innamorò di Peppina Marcias, che “era alta, aggraziata e vestiva come una continentale” (Cfr. Luca Paulesu, “Nino mi chiamo”, Feltrinelli 2012). La mamma di Massimiliano è di Terralba, due passi da Guspini dove sono nato io, e francamente tutte le volte che ci sono passato in macchina mai l’ho degnata se non di uno sguardo distratto, lui ne scrive come di un paradiso (seppure con la p minuscola): “ Terminata la scuola, i miei genitori mi caricavano su un aereo: destinazione paradiso… Sull’isola, eterno senso di serenità e amore, trovavo i nonni materni, gli zii e i cugini coetanei in una Terralba assolata, che sbadigliava nel silenzio e nella quiete sotto l’arsura estiva. Ma non frenava assolutamente il senso di magia.

Le corse a piedi scalzi fino a piazza Marconi,il vociare delle donne anziane che lungo via Trudu strideva con il numeroso giocare continuo di un’infanzia inimmaginabile” (M.Parlato. “Occhi e cuore al di là del mare”, Lampi di stampa 2004). Cinquecento pagine di libro per dire di un innamoramento totale, di meno non era possibile che la lontananza, è risaputo, non fa che rinfocolare il desiderio, e quel mare che divide, per i sardi, è sempre stato cassa di risonanza del senso d’estraneità che ti prende per la gola quando ti ritrovi a vivere in un luogo che non è quello che ti ha rapito l’anima. Da bambino. Scorrendo solamente i titoli dei vari capitoli quest’amore che vi dicevo viene declinato in mille modalità, dai più prosaici congressi della FASI (Federazione associazioni sarde italiane) e delle settimane sarde a Cinisello alle tematiche più stringenti il cuore: la “mia” Sardegna, l’emigrazione che non finisce, il coraggio di partire…il coraggio di restare, per non sentirsi soli. E ancora, Barbagia che passione, ciminiere spente, secoli nel sottosuolo, la produzione artigianale. E tutte quelle altre problematiche che ti accorgi di non poter mettere in un solo libro, puoi solo accennarne, ma che ti accingi, da buon giornalista a scriverne per il resto della tua vita, lasciando il testimone a chi ne scriverà dopo di te, vista l’impossibilità d’afferrare per intiero quel mistero gaudioso che è l’isola d’Ichnusa, l’isola dalle vene d’argento, argyròpheles nésos  per dirla con Platone. Un libro che diresti i circoli sardi avrebbero fatto a gara per divulgare, non è stato così che insondabili sono le vie per cui un testo approda nelle sedi delle associazioni sarde in Italia, e forse un po’ di sfacciataggine non guasterebbe in questi casi, ma si da il caso che Massimiliano sia un timido per natura e per scelta, mai gli verrebbe in mente di mischiare le sue convenienze alle conoscenze vastissime che si è fatto in tutto il mondo dell’emigrazione, non solo italiana. E qui basta cliccare ( orrido ma utile neologismo) tottusinpari.blog.tiscali.it perché davvero tutta vi venga squadernata nella sua molteplicità e ricchezza.

“E’ uno spazio-progetto che intende dare voce ai sardi in giro per il mondo ma anche a quella Sardegna che  ha il desiderio di creare confronto e dibattito” (rubo da Valentina). Sbircio per voi tra gli ultimi “pezzi” pubblicati nel blog a settembre: “Un oceano di passione, Andrea Mura il velista sardo…Dorgali, autunno in Barbagia 2012…Giornate sarde a Barcellona…Il Gambero rosso promuove i vini sardi, tre “bicchieri” a tredici etichette…In Argentina il premio Radici a Teresa Fantasia per il programma radiofonico “Sardegna nel cuore”…Lettera aperta a Mario Monti per rilanciare il parco geominerario…Bionda Sardegna, i cento anni della birra Ichnusa…ecc. ecc”. “Insomma in quindici anni sono stati prodotti oltre 400 numeri per un totale di 5mila pagine e quasi 9mila articoli. Nel blog che vanta una media di 15/20mila contatti mensili, ci avviciniamo ai 2 milioni di pagine viste e son ben 160 gli Stati che si sono collegati con noi”(sempre Valentina). Anche in Sardegna si comincia ad avere contezza del fenomeno: questa estate a Siligo a Tip (Tottus in pari) è andato il premio “Maria Carta”, Giacomo Serreli ha consegnato un’opera in filigrana d’argento e corallo dell’artigiano algherese Pasquale Ferraro a Maria Adelasia Divona che nel circolo sardo di Udine si occupa di cultura. Vi leggo, da “Tottus in pari”, e da dove se no, le sue impressioni: “ Arrivi nel centro del paese e ti accorgi che Siligo è Maria Carta, e che nella sua memoria si anima. Piazza Maria Carta ti accoglie con un gigantesco murale del suo volto e richiama le parole che  nel 1974 le aveva dedicato Giuseppe Dessì: “…Dopo aver conosciuto Maria Carta, ancora una volta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono le nostre donne…”. E a leggere il curriculum di questa “emigrata” sassarese c’è da dare ragione allo scrittore di Villacidro, vanta infatti dottorati di ricerca in Sociologia a Palermo, scuole di pacifiche relazioni all’università di San Diego in California, borse di studio della Tokio Foundation, master internazionali in Politiche e sviluppo ancora a Palermo dove nel 2003 si era laureata in Scienze Politiche, e mi fermo qui per non tediarvi troppo. Salvo specificare che lavora per la regione Friuli Venezia Giulia quale sociologa esperta in pari opportunità. E per il poco che ho potuto leggere delle sue cose, scrive in modo superbo. Che Massimiliano l’abbia scelta quale ambasciatrice del suo organo di comunicazione dice una volta di più del suo fiuto giornalistico. Che gli è venuto nel tempo pescando nella “rete” di internet scritti che trattassero di Sardegna o scrittori sardi che in essa fossero incappati. E’ così che ha pescato anche me. La prima volta che ci siamo parlati s’era a un convegno su Gramsci, relatore Paolo Pulina. E ora sono su “Tottus” in maniera meno episodica. Tanto che Massimiliano, bontà sua mi mette nella P4 della redazione virtuale, con lui Puddu e Pulina. In realtà il lavoraccio di fare “uscire il giornale” è tutto suo e di Valentina. Come facciano davvero non so, ora che è nato Simone. Certo una  foto del bimbo che gioca con la tastiera del computer fa presagire che non passeranno molti anni prima che anche lui venga cooptato nell’impresa. Sicuro è che venga su respirando quell’amore di Sardegna che aleggia come profumo di mirto nella casa dei suoi. L’estate per intanto che compia i diciotto anni della libertà, costretto a scuola di sardo in quel di Terralba, a stemperare la calura d’agosto il mare di Arborea, di Santadi, la mia Funtanazza e il frinire delle sue cicale che nel sole gareggiano con lo sciabordare dell’onda.

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