IN ALTRE MANI QUESTA TERRA DI MIRTO E GRANITO DIVENTEREBBE UN PARADISO (INCONTRANDO A MILANO LO SCRITTORE SALVATORE NIFFOI)

Salvatore Niffoi

di Sergio Portas

Adam Gopnik che scrive per il New Yorker, prestigioso periodico statunitense ( e che pubblica libri che vendono a milionate) afferma che : “Le buone storie sono strane. E’ che fanno delle affermazioni così sorprendenti da sembrare istantaneamente molto diverse da tutte le altre storie che abbiamo sentito. Le buone storie sono stupefacenti” ( da “Repubblica del 19 agosto u.s.). Uno che da noi è capace di storie stupefacenti è Salvatore Niffoi che in quel di Orani ha la capacità di tessere vite singolari di donne e uomini della sua Barbagia, riuscendo le più volte a trasformare l’ordito del loro campare  in tessuti finissimi e sontuosi che nulla hanno da invidiare ai quadri tramandateci dall’epica omerica. Così fa , a mio avviso, anche con questo suo ultimo “Pantumas”, che esce per Feltrinelli, e persino l’agenzia Ansa si fa premura di avvertire che l’autore lascia la prestigiosa Adelphi con cui ha pubblicato i suoi ultimi libri, uno per tutti:”La vedova scalza” con cui ha vinto il prestigioso “Campiello”nel 2006. Il 4 luglio è a Milano a presentarlo allo spazio Marras, con lui Lella Costa, artista che non ha bisogno di presentazioni visto che calca le scene dei maggiori nostri teatri, nonché le sterminate platee televisive da oltre un trentennio, Maria Luisa Agnese giornalista del “Corriere della Sera” e un altro artista sardo dei più noti, pur se in campo musicale: Piero Marras. A sentire Salvatore  in tempi in cui era scolaro a Nuoro  non perdeva occasione di andare a sentire Piero che iniziava la sua carriera artistica in un locale di non primissimo ordine di cui si perso fin il nome. Quest’autunno dalla loro collaborazione artistica che è andata avanti per buoni due anni, uscirà un  CD che musicherà parole di un Niffoi, per certi versi inedito, dice Piero Marras, che non ti aspetteresti mai, più lirico e meno “materico” di quanto sia nei suoi scritti letterari. Per raccontarvi il libro copio dalla Agnese che nel “Corriere” del 27 luglio così ne dice: “ Un Salvatore Niffoi cinematografico che si avvale dell’artificio letterario della pellicola ritrovata per dare smagliante vita ai suoi fantasmi barbaricini? Chi se la immaginava una irruzione di Cinema Paradiso nell’universo epico e roccioso della scrittore sardo? Eppure nel nuovo libro Pantumas (Fantasmi) Niffoi imbastisce, proprio grazie a una specie di cineforum familiare, una grandiosa narrazione di un paese, Chentupedes, dove tradizione vuole che i coniugi legati d’amore muoiano insieme come insieme siano vissuti”. Gli è che mannoi Lisandru se ne va prima della sua Rosaria,  rompendo quella legge non scritta di cui sopra, e insinuando quindi il dubbio nei rimasti che il legame d’amore che a lei lo legava non fosse dei più solidi, che diversamente insieme avrebbero dovuto andarsene. Da qui la ricomparsa di mannoi giusto un anno dopo, il giorno dei Morti quando “A Chentupedes le anime lasciano il camposanto di Muriscari e se ne tornano in paese a manicare, bere e ballare con tutti i santi che non hanno voglia di stare in cielo” (pag.13). Santi, fantasmi, morti che ritornano dall’aldilà portandosi dietro due pizze di film ancora olezzanti di acetone con impressa la storia “vera” di parenti e conoscenti del paese, solo il messicano Juan Rulfo nel suo Pedro Paramo , la mia edizione di Feltrinelli è del 1960 ma l’ha ripubblicato Einaudi nel2004, si era spinto tanto in là nel far dialogare vivi e pantumas, fantasmi, con il medesimo sentimento di incredibile credulità. Dice Niffoi col  nipote Lisandrè: “Ho imparato a rispettarli, i santi, e a brullare poco con l’aldilà, che forse è solo vita che continua al buio, come diceva sempre mannai Rosaria Lutzeri quando dava le condoglianze ai funerali (ibidem). Permettetemi un inciso su questo modo che ha Niffoi di prosodiare, che è la sua cifra e la sua maledizione anche: tutti i suoi libri li puoi mettere assieme, pagina dopo pagina, e non riusciresti a distinguere dove uno comincia e l’altro finisce. Eppure non c’è forzatura (quasi) mai, Niffoi anche parla così: a Leonetta Bentivoglio che lo va a trovare a casa sua ad Orani dice guardando il paesaggio oltre la finestra: “E’ un angolo di paradiso dove il panorama d’infinito leopardiano porta lontano l’immaginazione. Svettano mammelloni di granito, e di notte sul monte San Francesco spunta una luna eccezionale: le querce secolari, in quel lucore, paiono gente che sfila in processione per raggiungere la chiesetta lassù in cima”. Trasfigurante e denso come quando scrive. Con un tessuto sintattico e lessicale dove si mischiano italiano e dialetto. “Quella della mia terra è una lingua arcaica e non prostituita, forse la più caratteristica tra le neo latine. Finta morta, è più viva delle finte vive, semanticamente instabile ed estemporanea, eppure solida come un nuraghe. Si presta al matrimonio tra prosa e poesia e sembra fatta apposta per rappresentare con potenza la semplicità dei nostri luoghi” (Repubblica 13/3/2009). Il libro è zeppo di codesta potenza, sulla quarta di copertina: “La luna era piena di misteri da svelare e cerchiata di rosso, di quel rosso che accende la follia e fa sentire da lontano l’odore dell’amore”. E ancora: “ Il sole era velato e nascosto  da una sola nuvola tonda e trasparente come una boccia di vetro. Un lampo illuminò il cielo e cadde zigzagando sopra una sugara. Poi arrivò il tuono, e la pioggia si fece sentire forte sopra i tetti di lamiera della stazione di Durulè” (pag.107). Scrive Francesca Frediani su un “Venerdì” di “Repubblica a proposito di Pantumas: “Amore e morte, pane molle e vino scuro, tradimenti e segreti inconfessabili, preghiere agli angeli e ai santi, sangue e codici d’onore, una storia che ha la circolarità dell’esistenza e una lingua urgente, assetata come i fiumi magri che corrono tra le rocce della Barbagia”. Per quanto mi riguarda, il libro me lo sono bevuto tutto d’un sorso come fosse un bicchiere di cannonau d’Oliena. Gustandolo a morsi di italiano e di sardo barbaricino, quest’ultimo di intercalari mai troppo lunghi che il libro deve farsi leggere anche dai continentali monolingua. “Sas eminas a corcare!” intima tziu Antoni con gesto di comando: “Le femmine a letto, a coricare”, che i maschi rimangono a sgavazzare sino alla nausea. E anche un poco di italiano porcheddino bene ci sta, perchè no, Serafino Marradu che maneggia le pellicole del mistero così si esprime: “Minorè, versa da bere di nuovo, che questa macchina funziona a vino nero! A ti piacciono i film di cauboi? O preferisci quelli di spada?”(pag.94). E ancora:” Lisandrè, tziu Serafinu, strada molta fortuna poca! Eh, a nascere poveri non conviene, meglio nascere scemi!” (pag.105). E’ la Sardegna dei nonni di Niffoi che canta in questo libro bello, visto che lui è del ’50, la Sardegna di fine novecento. “Allora si affrontavano le gioie, la malattia, la morte, con la modestia coraggiosa di chi non ha pretese di eternità, di chi sa quanto sia ventulera la vita. Si andava in chiesa col carro da buoi e, come i buoi, si rimaneva aggiogati per sempre, a scavare tutti i giorni lo stesso solco, senza tirare a manca o a destra a ogni spuntone di roccia ( pag.149). Gli ho sentito dire, a Niffoi,  che del collante che teneva uniti i matrimoni di una volta s’è persa la traccia nella Sardegna di oggi. E in questo libro riesce a essere facile profeta quando parla del futuro che sarà per la nostra isola: “In altre mani questa terra di mirto e granito diventerebbe un paradiso! Lo sai che al mondo c’è gente che pagherà miliardi per respirare quest’aria e sciacquarsi i piedi in questo mare? Ma voi, forestieri che non vi somigliano, se non sono carabinieri per giocare a banditi, non ne volete! (pag.144). Sardegna amara e sardi di una certa età forse più amareggiati di altri, come fa quella canzone di Piero Marras: “…Noi sardiopatici/ viviamo di entusiasmi poco aritmici/ crediamo ancora esista al mondo/ un dio degli specifici. Chiediamo scusa se/ a volte risultiamo un po’ nos
talgici/ ma abbiamo un sogno nel profondo/ e cuori prenuragici/ e per fortuna anche stanotte/ la notte passerà/ e finché il mare non ci inghiotte/ noi resteremo qua/ si Deus cheret/ e sos carabineris lu permittini”. Senza traduzione di finale.

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