L'IMMAGINE DELLA SOVRANA ELEONORA D'ARBOREA ATTENTA ALLA GESTIONE DEL PROPRIO PATRIMONIO: PIU' DONNA DI DENARI CHE DONNA DI SPADA

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di Bianca Pitzorno

I documenti autentici che riguardano Eleonora d’Arborea sono molto scarsi. Abbondano invece su di lei le leggende, prima fra tutte che fosse una donna guerriera che guidava i suoi in battaglia. Tale ce la descrivono le false Carte apparse nell’Ottocento, che però dopo una disputa trentennale l’Accademia delle Scienze di Berlino rivelò essere un falso clamoroso.

Ma quell’immagine fatica a sbiadire nell’immaginario collettivo. L’equivoco è nato probabilmente dalla errata interpretazione di un verbo contenuto nella lettera – questa sì autentica – che Eleonora inviò al re d’Aragona il 17 giugno 1383, per informarlo di avere riconquistato, dopo la morte del fratello, i territori che appartenevano al giudicato di Arborea. Scrive Eleonora:«Et equitans insulam cum auxilio omnipotentis dei (…) et subsidio bonorum sardorum (…) omnes civitates, terras et castra (…)meo submisi dominio». Alcuni hanno voluto interpretare quell’ «equitans insulam» come una scorreria guerresca. Ma nessun altro documento riprende questa versione. I due Governatori aragonesi di Cagliari e di Alghero, che riferivano quasi quotidianamente a Barcellona dei movimenti dell’avversaria, scrivono solo: «Ha ordinato, ha fatto sequestrare, non lascia passare, non restituisce i prigionieri…»: tutte azioni che indicano comando e amministrazione, mai intervento diretto alle battaglie o scaramucce.

Probabilmente in quei mesi del 1383 Eleonora si era solo spostata «a cavallo» di curatoria in curatoria per riunire i suoi nuovi sudditi, parlamentare e farsi accettare come erede del Giudicato. Invece i primi documenti autentici che ci parlano di lei ce la mostrano non guerriera, ma assai ricca, padrona del proprio denaro, di cui dispone autonomamente. I documenti ci dicono che, anche prima di diventare Giudicessa per la morte del fratello, Eleonora non era sottomessa al marito, ma anzi era l’elemento dominante della coppia. Era lei che prendeva le iniziative, era lei che decideva, era lei che amministrava il suo denaro. E Brancaleone lo accettava di buon o cattivo grado. Perché il denaro apparteneva alla moglie, le veniva dalla sua famiglia.

Sappiamo, dalle testimonianze del processo per fellonia intentato dagli aragonesi al padre di Eleonora, che alla corte di Oristano vigeva uno stile di vita principesco. Sappiamo che la sorella di Eleonora, sposata nel 1361 al Visconte di Narbona, ricevette una ricchissima dote. Ce lo conferma il suo testamento, redatto nel 1370. Beatrice possiede una gran quantità di denaro liquido, in lire, franchi e fiorini d’oro che – dopo averne assegnato gran parte a chiese, monasteri, ospedali dei poveri, domestici fedeli – distribuisce equamente tra i sette figli e il marito. Lascia gioielli e pietre preziose sciolte, diamanti, perle, zaffiri, smeraldi, bottoni d’oro con e senza perle, drappi di velluto e altre stoffe pregiate, ricamate, bordate di pelliccia, mantelli con cappuccio trapunti di perle. Lascia moltissime suppellettili d’oro, d’argento e d’argento dorato: una corona e un cappello d’oro, una scala dorata da donna per montare a cavallo, coppe, candelieri, saliere scolpite e decorate, tutte segnate con le sue armi personali, quelle d’Arborea.

La logica vuole che altrettanto ricca fosse stata la dote di Eleonora, e i documenti ce lo confermano. I più antichi si riferiscono al 1382 e sono conservati negli Archivi del Comune di Genova. In quell’anno Giudice di Arborea è il fratello di Eleonora, Ugone II. Lei ha sposato da qualche tempo Brancaleone Doria, di piccola nobiltà sardo-ligure e vive in Sardegna. Ma nella tarda primavera di quell’anno Eleonora ha deciso che vuole andare a vivere a Genova, e non solo, vuole stabilire nella ricca e potente Repubblica Marinara alleanze importanti.

Una delibera del Doge Niccolò del Guarco datata 21 giugno ci dice che, usando il marito come ambasciatore, Eleonora ha chiesto di poter diventare cittadina di Genova e di poter vivere nel suo territorio, ma, attenzione, a patto di essere esentata dalle tasse. Il primo dettaglio che colpisce in questa richiesta è che, presentandola, Brancaleone qualifica Eleonora prima come figlia di Mariano («nobili et egregie domine Ellienoris, filie quondam magnifici domini Mariani Dei gratia iudicis Alboree») e solo in un secondo momento come propria moglie («et uxoris ipsius domini Branche»). Il secondo dettaglio è la fiducia di Eleonora di poter essere esentata dalle tasse da una città nota per la avarizia dei suoi abitanti e amministratori.

Fiducia motivata. Il Doge e i suoi consiglieri rispondono immediatamente di sì, e la decisione è confermata dopo pochi giorni dall’Ufficio di Moneta e dal Consiglio degli Anziani. Il motivo lo spiega il Doge stesso nella prima delle carte.«È di grande utilità per comune di Genova e per i suoi singoli cittadini che la città e il suo territorio vengano popolati da persone buone e ricche (bonis et divitibus personis), che anzi devono essere indotte e incoraggiate a venirci ad abitare». Ricca e buona dunque Eleonora, con tutte le sfumature che al tempo il termine «bonus» racchiudeva di forza, coraggio, lealtà, correttezza e generosità.

Il 26 settembre non più Brancaleone, ma un tale Franceschino del Barbo di Castelgenovese si presenterà a suo nome a Palazzo Ducale, portando con sé quattromila fiorini d’oro «buoni e di giusto peso». Ufficialmente come prestito al Doge per dieci anni, senza interessi. In realtà come controdote per Federico, che viene fidanzato alla figlia del Doge Blanchina. Nell’atto si dice che i fidanzati raggiungeranno la pubertà entro dieci anni. Sono quindi molto piccoli e il matrimonio è solo un’ipotesi, ma con quei fiorini Eleonora ha stabilito un’alleanza col capo della grande Repubblica Marinara. Anche in questo documento è il caso di notare che Eleonora agisce in prima persona, tramite un suo personale amministratore. E’ lei che fa il prestito. E’ lei che decide il futuro del figlio. E’ molto raro che il destino di un figlio legittimo e non orfano venga deciso soltanto dalla madre.

Sappiamo che Eleonora vivrà come ben accetta cittadina di Genova per soli sei mesi. Nel marzo successivo la morte del fratello la farà accorrere in Sardegna per riconquistare «equitando» e occupare come sua erede il trono giudicale.E qui comincia la sua storia più nota e la sua leggenda.

Ma l’eroica Giudicessa che difenderà l’indipendenza del giudicato e che tratterà alla pari coi re d’Aragona, era preparata a farlo fin da quando era una privata cittadina, perché oltre che «buona» era stata sempre anche molto ricca e padrona delle sue decisioni. Come per ogni altra donna, l’indipendenza economica significa grande libertà, e possibilità di agire anche al di fuori degli stereotipi. Forse tutta l’attività precedente e successiva di Eleonora, nei suoi rapporti con Aragona e nella stesura della Carta de Logu, va studiata anche sotto questa luce

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