"ASIA NON ESISTE" E' IL NUOVO ROMANZO DEL CAGLIARITANO EMANUELE CIOGLIA CHE PRESENTERA' IL LIBRO IN LOMBARDIA TRA IL 16 E IL 18 SETTEMBRE

Emanuele Cioglia è nato a Cagliari nel 1971. Vive a Pirri

di Valentina Usala

Il libro è stato pubblicato da Arkadia Editore,  nell’aprile 2012, inserito  nella collana narrativa Eclypse.  E’ Libero Solinas a tornare in scena, per mezzo della tenace biro e sfrenata fantasia di Emanuele Cioglia.  Per quanti ancora non sanno chi è nello specifico, vi invito a perlustrare  i sotterranei di tutto ciò, per mezzo della seguente testimonianza.  Calatevi nelle fondamenta buie e misteriose, seguite i passi del commissario sardo più bizzarro e fuori dal comune che possa esistere. Così come la sua recente investigazione. Scopriamo prima chi è colui che lo ha plasmato .

Chi è Emanuele Cioglia?  

“Emanuele Cioglia non esiste” e lì per lì strizzo gli occhi, ovvero capisco il chiaro rimando alla sua ultima opera, il cui titolo è “Asia non esiste”, ma non comprendo nell’immediato. “Questo significa?” Prosegue: “Nel senso che preferisco che la gente si concentri più su quello che ho scritto che su aspetti biografici. Comunque sono stato, mio malgrado, una persona che ha dovuto nuotare controcorrente. Ho avuto un’adolescenza critica, sono rimasto orfano di madre a 15 anni, e alcuni tra i miei parenti, tra il serio e il faceto, ancora si meravigliano di come, io e mio fratello, abbiamo potuto evitare di essere degli sbandati cronici. Dopo aver bellamente evaso qualche anno di scuola media, randagio e spesso solitario, ho deciso di salvarmi in curva, sono rientrato a scuola, ho fatto l’anno di leva, e mi sono diplomato. Siccome volevo sposarmi, e l’ho fatto a 24 anni, mi sono messo in testa di lavorare, provandone di tutti i colori: commesso, facchino, cronista free lance  de La Nuova Sardegna, pony express quando non esistevano le mail, vigile urbano a tempo determinato, fino all’estate, 1998, in cui per quattro mesi mi sono inventato (anche se avevo qualche esperienza maturata presso mio zio) fotografo presso il Forte Village Resort di Pula. L’anno successivo ho aperto una partita iva, mi sono concentrato nei servizi per le lauree, poi ho messo su uno studio fotografico etc etc … Nel frattempo mi sono iscritto in Lettere e ho sostenuto esami sino a quando gli impegni di lavoro, e di padre di famiglia, mi hanno impedito di continuare. Comunque la mia passione per la scrittura è stata, ed è, qualcosa di innato, nei temi prendevo sempre 8 –  – perché la mia professoressa affermava che di più lo dava soltanto agli scrittori delle antologie. Da ragazzo, enfant prodige, L’Unione Sarda di allora, che aveva una pagina culturale seria, mi pubblicò una serie di racconti che anticipavano le alienazioni tipiche del precariato. Il primo romanzo Un rivoluzionario al bar (penso 2005), lo pubblicai con un editore che scoprii essere a pagamento dietro vari sotterfugi,  non lo pagai, quindi penso che ritirò le copie dal mercato. Nel 2006 uscì per Aipsa Il mozzateste, il debutto del commissario Solinas, il cui antagonista era un ex seminarista serial killer, si aggiudicò nel 2008 Il Premio Grazia Deledda, nella sezione narrativa giovani. Si trattava di un premio forse un po’ bistrattato, comunque molto affollato (visti i 6000 euro in palio per ciascuna categoria), e debbo dire che aggiudicarmelo, tra l’altro unico sardo e in concorso contro alcuni editori big come Mondadori, Einaudi, e Sellerio, mi diede una bella iniezione di fiducia. Del 2009 è Tranquillo come una salma, sempre Aipsa, sempre Solinas, questa volta perseguitato da un avvelenatore soprannominato Crotalo, altro noir, forse esistenzialista, a detta di molti più maturo de Il mozzateste, a detta di altri di linguaggio e tematiche troppo raffinate, a mio parere il miglior romanzo fino allora da me concepito. “Asia non esiste” (Arkadia Editore, 2012) è l’attualità … I romanzi comunque vennero accolti bene anche tra gli addetti ai lavori, a livello di mondo accademico, tanto che feci alcuni incontri in collaborazione con la Facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari, di recente, Cagliari e Sassari, mi stanno inserendo in un progetto di raccolta e studio degli scritti preparatori dei principali scrittori sardi, denominato FAAC (Fondo Archivistico Autori Sardi). “

Emanuele oltre ad essere scrittore sei anche fotografo.  Gli pongo un quesito.

L’immortalare una scena e il descriverla: fotografia e scrittura. Quale fusione trovano nelle tue opere?

Alla mia domanda, non del tutto fuori luogo, intona la seguente risposta:  “L’arte fotografica e quella di narrare sono molto affini, anche se la fotografia mi sembra più affine alla poesia. Elencare tutte le suggestioni e gli incroci possibili  richiederebbe un trattato, proverò a darvi alcuni spunti di riflessione. Intanto entrambe sono modalità espressive, entrambe possono svelare e nascondere, raccontare, descrivere, ed inventare. Essere adottate in modo didascalico o creare arte. Io uso in letteratura la mia visione fotografica certamente in vari modi, quando mi concentro sui tratti fisici dei miei personaggi, ad esempio, faccio un primo piano. Quando ne rappresento gli aspetti psichici e caratteriali si potrebbe dire che uso la macrofotografia. Qualche volta la mia umanità inventata, specie quella dei soggetti principali, scivola nella fotografia surrealista, nella pittura impressionista,  altre volte spazia nel campo di un realismo brutale e crudo. Tenete conto che i miei personaggi letterari più riusciti sono come un’emulsione stratificata, Solinas, ad esempio, è insieme  un depresso cronico,  un uomo allo sbando, un eroe, un giullare, un capitano coraggioso, un surrealista, un filosofo, un confusionario, un padre mancato, un misogino, un misantropo e il suo esatto contrario. Ma di lui vi parlo meglio dopo …

Benissimo, ma di  “Asia non esiste”, ce ne parli subito?

“Asia non esiste” tecnicamente, mi dicono, sia un noir. Però è anche un libro sull’enorme forza distruttrice e rigeneratrice della ribellione. Potrebbe, se vogliamo, riprendere certe tematiche care al romanticismo, al verismo, a Victor Hugo, per esempio. Solo che, se alla fine ne I miserabili, ne L’uomo che ride gli oppressi soccombono, in Asia gli oppressi si riscattano. Ho cercato di costruire un romanzo accattivante, dai contenuti e la scrittura non banali, a tratti inquieto, a tratti poetico, a tratti comico, a tratti bruciante, a tratti leggero, in dati momenti con un ritmo incalzante, quasi ossessivo, in altri disteso, riflessivo, quasi contemplativo. Si parte da un ossimoro Suicidi Felici. Ci si può levare la vita per la felicità? Ovviamente no. Però nel romanzo succede, in continuazione. Muoiono gli spensierati, i realizzati, coloro che toccano il cielo con un dito. Perché? A Libero Solinas il compito di inoltrarsi in un caso davvero privo di soluzioni, inchiodato a una mancanza di indizi che provocherebbe l’emicrania a Sherlock Holmes, figuriamoci l’effetto per un commissario alcolizzato ormai proiettato verso la pensione.

Ho letto il romanzo. La scelta dell’ambientazione nella città di Cagliari, ha un basamento preciso?

Cagliari secondo me è una città molto letteraria. Intanto ricca di storia, dove convivono echi fenici, romani, medievali, barocchi, e anche tutte le oscenità, urbanistiche e non, della modernità.  Una città di alti e bassi, di  lussuose terrazze, ricchi palazzi secenteschi, e bassi eternamente infestati da urine di gatto e odore di Baygon, palazzoni periferici dove perfino i piccioni sono tossici o cirrotici, e salotti con poltrone in pelle su piattaforme galleggianti ormeggiate tra gli yacht. Una città dove l’afa può generare mostri, le folate di vento germinare follie, la crisi economica incattivire gli sguardi, una città che negli inverni tiepidi e uggiosi si confonde coi suoi stagni, le sue paludi, e può diventare deprimente …

Mi hai detto che avremmo parlato più tardi di Libero Solinas, il tuo personaggio, il commissario che indaga su questi “strani” suicidi. Che mi dici a riguardo? E’ semplicemente una testa dura o la personificazione della ribellione di una società?

Il commissario rossigno, dalla testa gattesca,  è innanzitutto un’anima in pena. A tratti la sua massima aspirazione consiste nell’essere lasciato in pace. Burbero, fragile, incasinato, in uno stato di decadenza fisica e morale, d’anarchia esistenziale, sempre sull’orlo del precipizio di un alcolismo cronico e della perdita delle più elementari norme che segnano il convivere e vivere civile, Solinas ha però un suo codice etico, un suo particolare modo di concepire il rispetto umano, un modo d’agire e comportarsi che paradossalmente sembra l’unica giustizia possibile. Della giustizia dei tribunali se ne infischia, anche perché, come De Andrè, ritiene che la giustizia sia un’invenzione al servizio dei più forti, e lui sta dall’altra parte.  A volte il nostro Solinas è troppo riflessivo, vaneggiante, addirittura allucinato –parla a consessi di dotti fantasmi che fanno processi a gatti filosofali,  scambia fiori di cappero per vescovi salmodianti-, altre volte diventa impulsivo, istintivo, rischia tutto in cambio di niente, e difende una figlia che non ha mai avuto con spirito materno.

Emanuele, tra i giallisti, chi è il tuo preferito?

Forse sono un giallista atipico perché non sono mai stato un lettore di genere. Però, da ragazzo, ho letto i più grandi della letteratura gialla e del brivido. Da Guy dei Maupassant a Edgar Allan Poe, da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, passando per Agatha Christie e Simenon. Mi è molto piaciuto il primo Montalbano, il medico legale Arquazzi è un omaggio a Camilleri, e somiglia al suo Pasquano essendo però molto più cagliaritano e caustico. Ho praticato anche giallisti inconsueti come Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana), il Pepe Carvalho di Manuel Montalban, mi ha fatto sorridere anche Sepulveda (Diario di un killer sentimentale), e, di recente, ho letto qualcosa di Fred Vargas. Giallista preferito? Non ce l’ho, però, considerato che è diversissimo dal mio stile, ma sfiora Solinas su due versanti,  non disdegna l’eroina mentre il mio si sbronza, l’uno afferma: “Una volta eliminato l’impossibile, quello che resta, per improbabile che sia, dev’essere la verità” L’altro non fa che incocciare su casi impossibili, beh, ditemi voi di chi si tratta …

Afferma abbozzando una mezza risata.

Un ultima domanda. Come si presenterebbe Libero Solinas agli emigrati sardi? E a chi sardo non è?  

Libero Solinas si presenterebbe agli emigrati sardi certamente con un’Ichnusa in mano. E non disdegnerebbe affatto di sedersi a tavola per una scorpacciata di pesce, burrida, orziadas, e frutti di mare vari, annaffiata da vermentino, Torbato, o Nuragus. Ma starebbe perfettamente a suo agio anche tra sizzigorrusu, porchetto, pecorino stagionato o semi, casizzolu, salsiccia, e una bella bottiglia di Nepente. Ai continentali dico che Solinas è un sardo, mantiene alcune connotazioni tipiche, per esempio è cocciuto, indolente, agisce secondo un codice etico in qualche modo “balente”, ma è un sardo distante dagli stereotipi di genere, niente a che vedere con Niffoi e neanche coi sardi de S’Accabadora. Non dimenticatevi che Solinas è un cagliaritano, Cagliari è una città quasi creola, misto sangue, terra di scontri e d’incontri millenari, dove è impossibile trovare il prototipo del sardo, perché  il sardo qui è stato fenicio, punico, cartaginese, pisano, giudicale, aragonese, piemontese, seuese, napoletano (commercianti), tedesco (La Nato). Cioè un osmosi, felice o infelice che sia.  

 

Emanuele Cioglia presenterà “Asia non esiste” nel nord Italia. Farà tappa il 16 settembre alle ore 18.00 a Lomello (PV), nel contesto della rassegna letteraria “Lomellina in giallo”; a seguire il 18 settembre a Milano, presso l’Henry’s pub di viale Col di Lana 4, Porta Ticinese, alle ore 19.30. Il tutto organizzato in collaborazione con Arkadia Editore e l’associazione culturale “Giallomania”.

Per chi fosse in zona, un invito a partecipare!

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