GLI AVI NURAGICI E L'ALDILA': IL GRANDE MISTERO DELLA MORTE NEL CONVINCIMENTO DEI NOSTRI PROGENITORI


di Vitale Scanu

Continuamente a contatto con una natura straripante di vitalità, ma anche di agguati mortali, i nostri avi nuragici avranno meditato a lungo sulle origini e la fine degli esseri viventi, sullo scopo della vita e sul creato in genere, ponendosi quesiti su cui gli uomini da sempre si interrogano. Saranno stati dominati da miti, superstizioni e credenze, come ancora oggi se ne nota traccia nelle fantasie popolari dei paesi della nostra Marmilla… In particolare, le attenzioni riservate ai defunti segnalano la centralità del grande mistero della morte nel convincimento dei nostri progenitori.

“Scavansi con frequenza nell’abitato (ossia nel comprensorio) delle urne con osse, urcioletti, ed altre anticaglie”, dice il Casalis alla voce Bannari di Usellus nel suo Dizionario. Guardando dentro questa informazione possiamo intravedere una preistorica usanza dei nostri antichi di seppellire i loro morti con particolare cura e affetto (non si seppelliscono certo ossi di animali dentro urne!), un’attenzione e un affetto che non finiscono con la morte. Ci indica un’abitudine diffusa nel territorio e ripetuta nel tempo. Evidentemente, questi luoghi, adeguatamente segnalati, servivano a parenti e conoscenti per rivisitare i loro morti, meritevoli di essere ricordati e onorati, per sentirli ancora vicini, richiamando la loro memoria (il ricordo, infatti, è un modo di incontrarsi, dice Kahlil Gibran), spinti dal convincimento di qualche forma di sopravvivenza. Ripetendo certi cerimoniali, cercando di mantenere i contatti con il mondo extraterreno, un mondo sconosciuto ma verosimilmente creduto riservato ad una migliore sopravvivenza, essi impetravano assistenza, dalla divinità e dai loro morti ritenuti ora più potenti, per scongiurare i mali quotidiani. Si onora, si cerca un contatto e si impetra protezione da coloro che, in qualche modo, ancora esistono.

L’uomo, ogni uomo, al contrario dell’animale, conosce continuamente l’evento della morte attraverso l’esperienza quotidiana e la ragione. Non l’avverte solo quando essa si avvicina, ma la sente presente durante tutto l’arco della vita. L’idea di un possibile proseguimento dell’esistenza in un altro mondo risulta perciò una visione e un’aspirazione radicata e documentata nei nostri avi preistorici. E’ in questa prospettiva che essi deponevano nelle tombe utensili e vasellame, con cibi e amuleti, quasi come ingenui viatici di prima necessità per sopravvivere e documenti per agevolare il loro viaggio nell’aldilà. Tutto questo è commovente; nella ingenuità di un linguaggio primitivo, ci testimonia il convincimento nei nostri progenitori dell’esistenza di un’anima che sopravvive alla morte.

E’ ampiamente documentato che l’uomo, ovunque sia vissuto, ha espresso una religiosità, un sentimento inteso come ricerca del divino, come ansia di relazionarsi col mistero dell’oltretomba e un desiderio di conservare un amichevole rapporto col soprannaturale, mediante il ricordo e la commemorazione dei propri cari morti.

E’ chiaro che, già dalla preistoria le problematiche di base della vita erano presenti, e forse ancor più immediate di oggi. Quando i fenomeni atmosferici li terrorizzavano, o grandi sofferenze li torturavano, avranno rivolto lo sguardo al cielo per supplicare clemenza e avranno guardato al Sole come a un dio benefico da adorare. Avranno avuto lunghe notti insonni, durante spaventose tempeste; avranno guardato le luci misteriose e brillanti del firmamento, si saranno stupiti per lo splendore abbagliante e “su lugori” di quelle luci nel cielo e si saranno chiesti cosa ne sarebbe stato di essi dopo la morte, se si sarebbero ricongiunti ai propri cari…

L’uomo ha saputo dettare nobili regole per il vivere civile e per la tutela dei diritti universali, conseguendo impensabili traguardi di carattere tecnologico. Ciononostante, oggi come nei tempi primordiali, nessun progresso è stato registrato sui misteri ultimi. L’uomo moderno, con tutta la sua scienza, dopo millenni di civiltà e incredibili successi, ancora non è in grado di proporre una loro soluzione soddisfacente: chi sono, da dove provengo, dove sono diretto? In questo siamo ancora al livello dei nostri antenati: quesiti fondamentali dell’esistere, che ancora restano inevasi, oggi come al tempo degli avi nuragici. Siamo rischiarati e rassicurati unicamente dalla nostra fede cristiana.

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