IL SOGNO DI FABIO ARU, SUI PEDALI DALLA SARDEGNA AL TOUR DE FRANCE: LO SCALATORE DI VILLACIDRO PASSA TRA I PROFESSIONISTI CON GRANDI AMBIZIONI

Fabio Aru

di Mario Carta

Il presente del ciclismo sardo ha un nome: Fabio. E il futuro dei pedali nell’isola, di cognome fa Aru. Il ventiduenne nato a San Gavino Monreale tesserato per il Team Palazzago di Olivano Locatelli ha salutato lo status di dilettante vincendo per la seconda volta in due anni l’impegnativo Giro della Valle d’Aosta (prima di lui solo Gotti e Popovich erano riusciti nella doppietta) e dal primo agosto è ufficialmente nella famiglia professionistica del Pro team Astana del gm Beppe Martinelli e del ds Guido Bontempi, con uomini di punta tipo Vinokurov, Tiralongo, Gasparotto e Vincenzo Nibali, terzo all’ultimo Tour de France e nuovo acquisto dalla formazione kazaka.

Fabio Aru, ha voluto la bicicletta…  «E adesso pedalo. Come pedalo? Diciamo che me la cavicchio, e comunque faccio il massimo. Io do sempre il massimo, poi quando arrivano i risultati tanto di guadagnato».

I risultati da dilettante non è che manchino: due giri della Valle d’Aosta, la Bassano-Montegrappa, il Giro delle Valli Cuneesi, il Trofeo Morucci, il Memorial Casarotto il Toscana-Terra di ciclismo, e la maglia azzurra nel ciclocross. Il presidente nazionale della Federciclo, Di Rocco, ha detto che il futuro del pedale italiano sono Aru e Moreno Moser.  «Ho conosciuto Di Rocco, le sue parole mi hanno fatto piacere. E sono grande amico di Moreno. Sta andando davvero molto forte».

Che gran salto, da dilettante a professionista.  «E’ il salto della mia vita. Ho scelto il ciclismo come lavoro, non più un semplice sport ma il mio mestiere».

Ha la maturità classica, ed è già una novità nel mondo dei pedali. Vuole imitare Pinotti, che è laureato?  «No, ho completato gli studi classici ma poi non mi sono iscritto all’università. Siamo realisti, non ne avrei la possibilità. Sapete, la bicicletta impegna abbastanza tempo…»

Cosa cambierà nel suo modo di allenarsi? «Niente, proprio niente. I dilettanti di fatto sono semiprofessionisti, ci alleniamo allo stesso modo dei professionisti».

Sensazioni?  «Una grande soddisfazione, sia per la maglia che per la bici che per la nuova squadra«.

La Astana, dove troverà un certo Nibali. «C’è Vincenzo, sicuramente è un corridore che mi saprà insegnare tanto».

La Sardegna ha avuto qualche ciclista, ma mai un vero campione. Se la sente di fare una promessa?  «Posso solo dire che continuerò a dare il massimo e a impegnarmi al massimo ma campione… attenzione. Mantengo i piedi abbastanza per terra, campione è una parola grossa, Io resto tranquillo».

Come mai la Sardegna storicamente ha sempre espresso pochissimi ciclisti di alto livello?  «Penso sia un problema di logistica: bisogna trasferirsi. Alla fine per correre siamo costretti a emigrare nella Penisola, e per questo motivo spesso molti sardi che potrebbero sfondare abbandonano. Nell’isola mancano le condizioni ideali».

Lei ha cominciato in Sardegna a Ozieri, ha fatto mountain bike e ciclocross, ora la strada. L’idea della pista non l’ha mai sfiorata? «No, sinceramente no».

Aru specialista della montagna. La salita è solo una discesa al contrario? «La salita è fatica, è sacrificio. Come il ciclismo».

La soddisfazione per le vittorie, ma la delusione per non aver conquistato il tricolore dei dilettanti.  «Non si può avere tutto. L’anno scorso sono arrivato secondo e quest’anno quinto, mi sarà anche dispiaciuto ma non sempre si può vincere».

Andando forte in salita si vince? O chi è bravo quando la strada si inerpica, come lei, può brillare solo nelle corse a tappe? Non sarebbe poco.  «Con le salite si possono vincere anche le gare di un giorno ma per vincere bisogna saper far tutto, perché bisogna pedalare forte in pianura e sapersela cavare in volata. Bisogna essere completi, non basta essere un buon scalatore».

Al Giro della Valle d’Aosta ha dimostrato di saper usare anche la testa. Ha gestito alla grande la corsa e i giorni di impegno».  «E’ vero, soprattutto grazie alla mia squadra».

Dove corre un altro giovane sardo, Andrea Tocco, emerso come lei alla Giorgione Ozierese di Antonio Camboni. Di Tocco si dice un gran bene. «E’ un buon corridore, ancora giovane, ma ha già dimostrato di sapere andare forte, e può crescere».

E lei, in cosa deve migliorare?  «Dappertutto, ma certamente nella cronometro».

Il suo modello?  «Mi piace molto Contador, e tra gli italiani ammiro Scarponi».

E le piacciono le corse a tappe, più delle classiche. Perché?  «Perché riesco a recuperare gli sforzi, a gestirmi. Sto imparando a conoscermi».

Cos’è per lei il doping?  «Il doping è barare. Quando scoprono qualcuno mi sento tradito, mi sento male per il ciclismo, e per lo sport».

Di lei dicono che farà strada. Fin dove?  «Vorrei diventare un buon professionista, mi pongo questo obiettivo. Poi se hai testa i risultati vengono da soli. Con l’impegno, naturalmente».

Passando pro fa un salto di qualità anche dal punto di vista economico.  «Il professionismo del ciclismo non è certo quello del calcio, ma mi permetterà di sistemarmi. Diciamo che se diventi un buon pro riesci a vivere».

La sua famiglia cosa ne pensa?  «I miei genitori si sono comportati da genitori. Averli vicini è stato importantissimo».

Mentre lei vinceva in Valle d’Aosta si correva il Tour de France. Cos’è per lei?  «Il Tour è la corsa più importante al mondo, penso che dopo un campionato del mondo venga il Tour».

Adesso che farà Fabio Aru, oltre ad allenarsi, allenarsi e allenarsi, per poi correre?  «Farò il solito: allenarmi, correre, fare il massimo, dare il massimo. Sempre».

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