UNA VITA TRASCORSA IN ARGENTINA SINO DAI PRIMI ANNI CINQUANTA: LA FAMIGLIA PORRU-SIDDI ORIGINARIA DI VILLAMASSARGIA E IGLESIAS

Maria Maddalena Siddi

di Roberta Murroni

 

Incontro la famiglia Porru grazie ad una dritta di Teresa Fantasia, una cara amica sarda di Pattada che da 60 anni vive a Buenos Aires, dove lavora come giornalista. Suo è il programma Sardegna nel cuore, visibile ogni domenica in streaming su www.radiogenesis970.com.ar. Giancarlo Porru è una persona squisita, così come sua moglie Graciela e i suoi quattro figli. Quando ho il piacere di conoscere sua madre, Maria Maddalena, mi si stringe il cuore. La famiglia ha attraversato il mare, madre e figlio da soli, per raggiungere il signor Luigi, arrivato per lavoro in Argentina. La signora Maria Maddalena era sola, giovane, con un bimbo piccolo e altri due in arrivo. Mi accolgono come fossi una di famiglia, mi ospitano nella loro casa per un lungo fine settimana. Quando li lascio, lascio una parte di me.

La storia di Maria Maddalena Siddi Maria Maddalena Siddi, è nata a Iglesias il 23 luglio 1925, da genitori di Villamassargia. La incontro in una calda estate argentina, nel marzo del 2010; ha 85 anni, ma una forza sovraumana, una risata contagiosa nonostante una vita lunga e difficile. Non ha perso mai uno spiccato senso dell’umorismo. La storia del padre di Maria Maddalena ha del leggendario: raccontava di provenire da un luogo lontano, di essere di Musei, per dare probabilmente una nota di esotismo alla propria biografia di uomo semplice e dignitoso. In realtà, Musei dista solo cinque chilometri da Villamassargia, ai quei tempi percorribili più facilmente a piedi che in macchina; probabilmente, le distanze sembravano incolmabili, ma la

verità è che si tratta di una leggenda inventata per colorare la propria esistenza e prendersi goliardicamente gioco dei propri figli. Maria Maddalena aveva altri cinque fratelli, di cui uno, Salvatore, si era recato in Argentina; il più piccolo si era trasferito a Torino mentre gli altri fratelli sono rimasti in Sardegna. La donna lavorava in miniera. «Cercavo le pietre che toglievano del pozzo, sceglievamo le buone e le altre le buttavamo in laveria. Lavoravo, non mi ricordo il pozzo, la miniera era Sedda Moddizzi.» Ha conosciuto suo marito a Carbonia. «Io dovevo compiere 21 anni… l’ho conosciuto in un ballo, l’Arcobaleno in Carbonia. Mio marito si chiamava Luigino Porru, nato a Dolianova il 4 aprile del 1917.» La coppia si conobbe nel 1946, Luigino era quindi appena stato congedato dalla guerra. Il primo figlio della coppia, Giancarlo, nacque nel 1948, in Sardegna; successivamente sono nati in Argentina Emilia, Liliana e, infine, Antonio, nato nel 1958. Luigino si recò per primo in Argentina, nell’anno 1952, quando il primogenito della famiglia Porru aveva solo quattro anni. Nel 1955, la moglie Maria Maddalena seguì il marito in questa avventura oltreoceano, portando con sé il figlio di sei anni e abbandonando la propria famiglia. «Ho aspettato quasi tre anni… lavoravo in miniera, vivevo con mia madre… poi lui mi ha fatto la richiesta e son venuta io con il bambino. Ci siamo sposati per procura, io in chiesa a Santa Barbara, a Monteponi, ero parte di quella chiesa e lui qua in Argentina.» Nonostante la difficoltà di un matrimonio avvenuto per procura, quindi a distanza, Maria Maddalena dimostra molta gioia nel ricordare l’evento e molta dignità nell’affermare di essersi sposata con questo rito molto usuale all’epoca. Solitamente, molte donne intervistate si sono vergognate di raccontare di essere state, seppur per breve tempo, delle ragazze madri con i fidanzati lontani, ma è una vergogna atavica che si trascinano dietro come un pesante macigno. Luigino, arrivato a Buenos Aires, viveva in una pensione e lavorava in una fabbrica tessile, dove si producevano coperte; successivamente all’arrivo della moglie fece richiesta per la prefettura marittima ed entrò come guardia portuale fino a quando poi è andato in pensione. Il 5 febbraio 1955 Maria Maddalena e Giancarlo arrivarono in Argentina. «Il viaggio, ahhh… sono venuta con la Santa Fe! Dovevo venire proprio con Porcu! Dalla Sardegna siamo andati a Genova, ci hanno fatto la visita, poi tornati in Sardegna e ci hanno chiamati. Poi nell’ufficio della emigrazione hanno sbagliato, a Porcu han messo Porru, c’è stata una confusione… dicevano “voi siete così, voi siete cosà”. E loro son venuti dopo, con la nave Biancamano. In nave ci davano da mangiare, sì, era una nave di carica, di trasporto, le donne dormivamo in un unico camerone.» La vita si dimostrò subito molto avversa nei confronti della coppia. Maria Maddalena, giovane, sola con un bambino, ne ha presto altri due. Sorridendo, racconta. «A me piaceva l’Argentina! Perché sono arrivata per vedere mio marito! Quando sono venuta qui, bene bene non sono stata… Mio marito ha dovuto affittare una casuccia, piccolina, vicino a Buenos Aires, poi, siamo rimasti lì due anni o poco più. Poi ho comprato questo terreno, che era un monte, non c’era nulla, c’erano maiali, pecore, vacche. Ero sola, non c’era luce, non avevamo acqua. Eh! Sola! Sola, con due bambini, aspettando il terzo, sola. C’era mio fratello, poi se ne è andato a Caseros e, quindi, sono stata qui. L’ultimo figlio lo ho avuto in casa, sola, con mio marito, ed ha pesato sei chili! Il dottore credeva che fosse morto, poverino, perché era grande, eravamo senza luce, senza niente quindi. Mi ha dovuto tagliare, mi hanno messo undici punti, era un dottore che si era laureato un anno prima, ed è stato poi padrino del bambino.» Maria Maddalena è una donna forte; sa che la vita è stata dura con lei, ma non per questo si sente vittima di un destino avverso. «La vita mia è abbastanza, bah, come ce ne sono a migliaia, milioni, però ognuno, non avere sorella, vicino, nessuno! Non avere nessuno! Con due bambini, poi il terzo, avuto in  casa alle 24.00, mi son dovuta alzare a lavare la roba. Io lavoravo in casa, con tre bambini, già le dico, senza avere nessuno, cosa potevo fare. Qui poi hanno costruito case. Ora diciamo che da quando siamo venuti a ora è dall’inferno al cielo, avendo il transporte nella porta, per andare dove vuole, alla Buenos Aires, alla panamericana.» Maria Maddalena mantenne sempre vivi i rapporti coi familiari rimasti in Europa, all’inizio con scambi epistolari, poi tramite telefono. «Loro, prima di tutto, non volevano che io venissi, però io dovevo seguire a mio marito, c’era un figlio. Io non l’ho lasciato mai, a mio marito, fino a quando dio ci ha separati, ora aspetta me! Io sono tornata in Sardegna nel 1978, in vacanza, siamo rimasti due mesi, siamo stati in Francia, Spagna, a Torino e però non c’era più mia mamma, né mia suocera, i grandi non c’erano più. Per quello che io sempre dico che l’andata in Sardegna non l’ho fatta! Perché, non trovando nessuno, non era tanto bello.» Chiedo a Maria Maddalena se tornerebbe in Sardegna, solo per una vacanza. Risponde sicura di sé. «No, non mi da, non lo so, per andare, ho una sola sorella, con lei ci sentiamo 3 o 4 volte l’anno, per le feste, compleanni, lei mi racconta che questo che l’altro, io cosa vado a fare. I giovani non sono per me. Ihhhh! Ora mi son tanto abituata che io non mi sento che, come che fosse straniera. I più, i vicini che ho, c’è questa che è venuta tre mesi dopo di me, un altro che sta male pobrecito, eravamo e ci siamo affiatati e siamo come famiglia. Fino ad ora mai bisticciato, mai litigato.» Maria Maddalena è una donna ancora molto attiva e coraggiosa. Mi chiedo se, avendo vissuto così duramente ma essendo stata ben accolta da questa nuova patria, si senta più sarda o più Argentina. Mi guarda fissa negli occhi. «No, no, l’origine no eh! Va bene tutto ma non rinnego mi patria!» Sorride. E piange.

Seconda generazione: La storia di Giancarlo Porru. Giancarlo Porru è nato ad Iglesias il 12 ottobre 1948, in casa della nonna materna, che si trovava esattamente a Seddas Moddizis. La miniera di Seddas Moddizis si trova su un altipiano che si affaccia sulle coste di Gonnesa; del centro minerario a tutt’oggi non rimangono che poche case diroccate, simbolo di una epoca in cui prolifica era l’economia mineraria; purtroppo, non si prospetta ancora un progetto di bonifica e restauro del centro abitato, che comprende anche la casa padronale di Asproni, una scuola elementare, lo spaccio alimentare e ben poco altro, distrutto e utilizzato come ricovero per ovini; l’intero villaggio è stato acquistato da un medico della cittadina di Gonnesa. Nella casa di miniera, Giancarlo ha vissuto tutta la prima parte della propria finanzia, quella precedente l’arrivo in Argentina. «Prima di arrivare qui ho vissuto con mia nonna in una parte di Iglesias che era Sedda Moddizzi, in un piazza. Erano tre case, una dell’incaricato di quella parte della miniera e altre due case che erano dei minatori. Mio nonno materno era minatore cosicché mia nonna, vedova ha continuato a vivere lì ed io sono cresciuto lì fino ai 6 anni con mia madre, mia nonna e qualche zio, un fratello di mia mamma, uno piccolo che non era sposato, una sorella che non era sposata e che ha abitato con noi. Io parlavo sardo e italiano, però parlavo più italiano e sardo.» Racconta Giancarlo che nel piccolo centro abitato di tre case lui era l’unico bambino; la miniera, infatti, è dislocata su più livelli, divisa tra un villaggio vero e proprio e due laverie.

«Io ero l’unico bambino; quelli più vicini erano a 300-400 metri, ad altro livello della montagna, si andava a piedi. Giocavamo, una volta alla settimana, non tutti i giorni. Andavamo lì, 300 metri, andavamo, stavamo una serata ed andavamo a casa. Anche per andare a Iglesias, sono km, bisogna scendere, forse sono sette

km. Per andare a fare la spesa, tutto a piedi, non c’era nessun mezzo, c’era questo signor Piras, incaricato del posto, aveva un asino, lo si usava per andare alla fontana a prendere l’acqua.» Il signor Luigino Porru nel 1952 si era trasferito in Argentina per lavoro; al momento della partenza del padre, il piccolo Giancarlo aveva solo tre anni ma ancora oggi ricorda i primi anni di vita, quando viveva con entrambi i genitori nel villaggio minerario. «Ho vissuto con i miei quei tre anni. Però a volte andavamo a Dolianova da nonna paterna, si prendeva il treno fino a Cagliari poi la littorina fino a Dolianova. Era una festa andare da mia nonna, perché lei aveva il forno del pane e mi preparava, faceva delle forme del pane e me le faceva trovare. A Dolianova non avevo in quel tempo parenti, no c’era una cugina, la sorella di mio padre aveva una figlia; gli altri parenti erano in Francia.» Nel 1955 Maria Maddalena ed il piccolo Giancarlo abbandonano la madrepatria e si dirigono verso l’Argentina, per ricongiungersi a Luigi, che si era stabilito a Fernandez Moreno e lavorava come operaio in una fabbrica tessile. «Mi ricordo il viaggio in nave! Sì, sicuro! Per me era una avventura, ero ragazzino, sei anni, viaggiare, andare in treno, poi essere in un porto come Genova! Io guardavo tutte quelle navi che per me erano giganti, cosicché, no, non ho sentito nessuna tristezza in quel momento, la tristezza è venuta dopo. Il viaggio era la nave, era una nave da cargo fatta apposta per trasportare gli emigrati che venivano in Argentina. Mia madre quasi tutti i giorni era malata, era a letto per il mal di mare ed io come mi piaceva investigare, camminavo tutta la nave, alla mattina andavo dove si faceva il pane, ormai mi conoscevano, mi davano il pane e glielo davo a mia madre, poi la colazione, poi a mezzogiorno il pranzo. La accudivo. Non ho fatto amicizia con altri bambini, ce n’erano sì, però mi sembra che non erano come ero io, che ero libero di girare tutta la nave, loro erano vergognosi. Ti racconto una cosa! Non c’erano giochi, ma io mi divertivo! La gente viaggiava con le valigie legate con gli spaghi, allora io prendevo lo spago che trovavo, lo aggiungevo agli altri e con la bottiglia di gazzosa lo attaccavo e mettevo tutto in acqua e trascinavo. Come una barchetta. Dal 16 gennaio al 5 febbraio sono 20 giorni, beh, allora… Le navi erano solo per dormire e mangiare, erano solo per trasportate gente come animali, più o meno. Nei camaroti c’erano letti uno sull’altro, io dormivo in un lettino più su di mia mamma. La nave era piccola, si muoveva, e molte volte, se il mare era bravo la prua era nell’acqua e poi tornava su… Però, non avevo paura! Ricordo che quando abbiamo attraversato l’equatore, prima dello stretto di Gibilterra abbiamo fatto come se fosse un ahundamento, una simulazione. Mentre quando abbiamo passato l’equatore, era una piccola festa, ci davano il pane. Allora io mi sono messo in fila quattro o cinque volte per avere il pane!» Dopo venti giorni di navigazione, che Giancarlo trascorre tranquillamente su quella nave, l’arrivo a Buenos Aires. Ricorda il primo incontro col padre, che ai suoi occhi sembra uno sconosciuto. «A Buenos Aires c’era mio padre. Mia madre dalla nave mi diceva “quello è tuo padre!” Ma per me erano tutti uguali, erano tutti vestiti uguali con giacca, con cappello. Se mi diceva questo è tuo padre, per me era uno qualunque!» Appena giunti in Argentina, Giancarlo e sua madre vivono a Fernandez Moreno, dove il bambino inizia subito la scuola. Pur non conoscendo ancora la lingua, non ha mai avuto problemi di integrazione. «Abbiamo vissuto da subito a Fernandez Moreno, vicino a Villa Lynch. Siamo venuti e siamo rimasti, ci siamo sistemati lì. Ho iniziato qui la scuola, si chiamava Florentino Amerino. Io quando sono arrivato, il 5 febbraio 1955, ho iniziato le scuole nel mese di marzo, ho iniziato i miei studi in Argentina. Io, pensa, trenta giorni dopo che sono arrivato, io non capivo niente e non mi capivano, ma quando uno è ragazzo le cose sono più facili. A scuola e poi la sera giocando, subito ho imparato. Non ho avuto problemi di integrazione; magari io son cresciuto solo con mia nonna ma non ho mai trovato il problema dell’integrazione. Io viaggiavo, se c’era un bambino chiacchieravo, non ho mai avuto problemi, magari non conoscevo la lingua, ma non era un impedimento per avvicinarmi agli altri bambini.» Giancarlo ha solo sei anni, è arrivato in Argentina da poco tempo e non sente la nostalgia della sua terra. «La Sardegna non mi mancava, non in quel momento. C’era mio padre, mia mamma, poi è nata mia sorella. Uno poi comincia a mancargli lo zio, la nonna, il pane della nonna, il caffè della nonna, e comincia a pensare le cose che ha lasciato. Quando sono tornato nel 1986, non c’erano più le due nonne, i nonni non li ho mai conosciuti. Le nonne sì, e quando sono tornato già non c’erano.» Giancarlo ha svolto gli studi scolastici interamente nella terra di adozione, arrivando a diplomarsi ragione ed iniziando un’importante ascesa sociale ed economica. «Ho fatto le scuole, sono ragioniere, poi ho fatto due anni di avogacia, ma ho continuato a lavorare e nel lavoro ho cresciuto fino ad arrivare, con diversi tempi, gradini, ad essere dirigente della Glaxo, un’industria farmaceutica. è stato l’ultimo lavoro prima di quello attuale, sono stato circa 18 anni alla Glaxo; prima in Behringer, poi in una ditta argentina, poi Glaxo come dirigente del personale, sino a che la Glaxo si è fusa con un’altra ditta e sono rimasto fuori perché l’altra ditta ha avuto la meglio.» Gli chiedo se ha mai pensato a come sarebbe potuta essere la sua vita se fosse rimasto in Sardegna; cerco di prenderlo in contropiede e spiazzarlo perché, anche se dalle sue parole non emerge, è chiara la nostalgia per quella terra, ed una sorta di idealizzazione del paese d’origine come luogo perfetto. «Eh, uhm, a me mi apprezzava molto Donna Crista Asproni, la moglie di Giorgio Asproni. Lei voleva che mia madre rimanesse in Sardegna e lei mi pagava tutti gli studi. Voleva bene a mia madre e anche a me, ma mia mamma doveva seguire il marito. Se mi mettessi nei panni di mia madre, non so, è molto difficile, penso che farei di tutto perché mia moglie tornasse in Sardegna, ma uno queste cose le pensa col senno di poi, ma avevo sei anni, non puoi pensare né fare, non puoi scegliere. Però quando avevo la possibilità di tornare in Sardegna io non sono voluto tornare per non fare a loro quello che han fatto a me, la patria è una. Io sono prima sardo, poi italiano ed alla fine argentino. Ho passaporto italiano, cittadinanza italiana. Per fortuna l’Argentina non mi ha chiesto mai di cambiare e di diventare cittadino. Quello che ho fatto, per mia moglie e figli, loro hanno doppia cittadinanza.» Giancarlo non ha mai dimenticato le sue origini; fin da bambino, ha sempre seguito con ammirazione i vecchi sardi, riuniti a giocare alla morra, e da adulto è diventato presidente del circolo Sardos Unidos di Buenos Aires. «Da quando sono arrivato a me piaceva ascoltare i vecchi sardi che giocavano a sa murra, cantavano i muttusu, io li ascoltavo perché da piccolo tutto quello che era Sardegna per me era, mi sentivo bene! Gente di 60, 70 anni, io 6 anni, accanto a loro ascoltando con rispetto. I sardi quel tempo erano più sardi ancora. Poi sono diventato, non ricordo bene se nel 1995 o 1996 presidente del circolo; già ero stato tesoriere, segretario, poi presidente del circolo. Ho fatto tre anni e mezzo come presidente. Nel circolo io come presidente ero personalità del governo sardo, abbiamo fatto una grande festa a Vice
nte Lopez che era venuto il console Andrea Meloni, di origine sarda, il console generale di Argentina; è venuto alla festa con la moglie! Al circolo facevamo molte attività, gare di cucina sarda, io ho provato a integrare i giovani, perché io sono dell’ultima generazione dei sardi vecchi, bisognava integrare i figli e nipoti, cosa che non si era, beh in quel momento non so, ho lasciato il circolo per motivi personali, ma sino a quel momento i giovani non venivano, alle feste venivano per mangiare. Prima era così, i vecchi giocavano al tresette, per i giovani non c’era nulla di stimolante, venivano, mangiavano cibi sardi e poi andavano via.
Nel 1968, incontra Graciela, argentina di origini calabresi, con la quale due anni dopo si sposerà e dalla quale avrà quattro figli. Il loro matrimonio dura da ben 42 anni. «Ho conosciuto mia moglie Graciela, lei abitava qui vicino e si andava a ballare dei club della città. Non c’era possibilità e non c’erano discoteche, e costavano anche tanto. Così nel 1968, il 2 marzo, era carnevale, ci siamo conosciuti. E lì abbiamo ballato tutta la sera. Lei è figlia di padre calabrese e madre argentina, il destino della vita, ci siamo conosciuti e ci ha uniti. Nel 1970 ci siamo sposati, il 7 marzo; abbiamo avuto tre maschi ed una femmina: Alejandro 22 marzo 1971, Christian è del 1974; Pablo, del 1978. Lui dal 2001 al 2006 ha vissuto in Spagna, ha avuto un figlio lì ma è anche lui italiano. Gabriela è nata nel 1984, non ci aspettavamo che sarebbe arrivata; si è sposata nel maggio 2009.» Tutti i suoi figli, tranne Pablo, che Giancarlo chiama Paolo, sono stati nell’isola. «Gli altri sono stati con me, hanno avuto la fortuna, io li ho aiutati nel pensiero di andare. Io li ho portato a conoscere il posto dove c’era mia nonna, la miniera. Li ho portati nel luogo dove sono nato. Poi Alejandro è stato due volte, anche in viaggio di nozze ed è stato a Portoscuso. I miei figli sono argentini, però loro amano la Sardegna, mi hanno sentito tanto parlare della mia terra, del folklore, i cibi, il mare. E poi, tutte le cose, mettiamo, io mi metto a cucinare cose sarde, i malloreddus, li faccio io a mano, all’uso sardo, con zafferano e vino rosso e salsiccia, si mangiano anche le pentole! Quindi, hanno veramente, Alessandro

più degli altri, l’Italia è la seconda patria. Hanno molto apprezzamento per tutto quello che è Italia, ma principalmente quello che è Sardegna. Gli chiedo se gli piacerebbe tornare a vivere in Sardegna, dopo il pensionamento. «Sì e no, se fossi solo con mia moglie, può darsi di sì, ma avendo figli, nipoti, per fortuna siamo una famiglia unita, l’affetto è importante, perché se non fosse stato così, sarei tornato nel 1986. Spero di tornare parecchie volte ancora in Sardegna, ma non andarci a vivere, perché gli affetti sono qui. Io amo l’Argentina, è bella, ha molte cose da apprezzare, un paese che ha ospitato non solo italiani ma tutta l’immigrazione che è venuta, ci sono tedeschi, inglesi, francesi, ce ne sono molti italiani; più del 50% ha cognome di origine italiana, son venuti a lavorare, non “fare l’America”, qualcuno che voleva fare così è andato al Nord. Però sono venuti a lavorare forte, qualcuno è arrivato a fare fortuna e molta gente è morta lavorando. Molta gente sarda non è mai tornata al proprio paese, mai in Sardegna, non potevano tornare per i soldi.» Congedandomi, gli chiedo quando tornerà a trovarci sull’isola. «Io sono tornato nel 1986, poi ogni due anni, qualche volta torno in Sardegna. Se Dio vuole è sicuro, ci vediamo in Sardegna! Anche se non arriva la cedola delle elezioni!»

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