QUANDO LA SOSTANZA NON CAMBIA: INTERVISTA A MARIA ASSUNTA CALVISI, EMIGRATA DALL’ABRUZZO ALLA SARDEGNA

Maria Assunta Calvisi

di Valentina Usala

Raccontaci di te, Maria Assunta. Sono nata a Fossa, un paesino a 12 Km. dall’Aquila, diventato tristemente famoso dopo il terremoto del 2009. Mi sono laureata in filosofia all’università dell’Aquila nel 1973. Nel 1974 ho fondato il “Laboratorio teatrale di Fossa”, con il quale ho realizzato spettacoli per e con i bambini e di teatro danza. Fino al 1994 ho vissuto due vite parallele: quella dell’insegnante e quella della teatrante. Da questa data in poi mi sono immersa a capo fitto nella mia attività di regista. Nel 1986 mi sono trasferita in Sardegna dove ho incontrato il mio attuale compagno, Nino Nonnis, con il quale ho prodotto la cosa più bella della mia vita: Federico, che adesso ha venti anni. Nel 1991 ho fondato la Compagnia “L’Effimero Meraviglioso”, che ha sede a Sinnai, paese dove vivo e dove mi sento davvero a casa. Dal 2004 sono la direttrice artistica del Teatro Civico di Sinnai, una bellissima struttura di 380 posti, che porta avanti un’attività ininterrotta durante tutto l’anno, molto conosciuta e apprezzata anche fuori dalla Sardegna. Organizziamo infatti una stagione teatrale, una rassegna per le scuole, laboratori e poi nel mese di luglio, un festival al femminile “Il colore rosa”, che richiama un numeroso e affezionato pubblico.

La tua attività teatrale. Ti va di parlarmene? Durante i 20 anni de “L’Effimero Meraviglioso” ho realizzato una quarantina di regie di spettacoli alcuni dei quali hanno partecipato a importanti festivals e rassegne. Mi piace ricordare “Grazia a Maria” su Grazia Deledda e Maria Carta, bellissimo testo di Nino, oppure “”La piccola Parigi” altro testo di Nino, sui moti di Buggerru del 1904, che ha totalizzato più di 200 repliche. E ancora “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello (il testo più difficile e criptico del drammaturgo siciliano), o “Sento strane voci” sulle poesie di Maria Giacobbe, “Diversamente, straordinariamente abile: Frida”, altro testo intensissimo di Nino sulla pittrice Frida Khalo, e ultimo in ordine di tempo “La casa di Bernarda Alba”, che ha avuto il contributo della Comunità Europea. Questo progetto prevedeva di calare il testo nella realtà di una Sardegna anni ’50, in una interazione tra teatro e cinema. In un periodo della mia vita ho “giocato” anche con le immagini, realizzando alcuni video, uno dei quali “Velcomme” ha vinto anche dei premi importanti

Questo è un portale di emigrazione sarda: anche tu sei disterrada, un’ emigrazione “al contrario”, giusto?  Quanto ti ha dato la Sardegna, intendo moralmente, come vivi la tua quotidianità. Quanto ti manca la tua terra d’origine? Da più di 25 anni vivo in Sardegna, che ormai considero la mia terra. Forse perché noi abbruzzesi condividiamo molte cose con i sardi: le pecore, quindi il buon pecorino, una cucina semplice ma buona, la cordialità e l’accoglienza. E poi il mio cognome: come un destino che si è compiuto. Io non ho origini sarde, ma venendo qui ho scoperto che è un cognome sardo doc, bittese per l’esattezza. Forse un pastore sardo intraprendente, di qualche secolo fa, si è incrociato con una bella ragazza delle mie parti e ha dato origine a “sa razza mia”.  Questa storia, anche se può non essere vera, mi piace e mi fa sentire più completa: sardabbruzzese. Anche se ancora non riesco a parlare in sardo. Mi sento inibita in questo, come se, non sapendolo parlare bene, mancassi di rispetto alla lingua. Mi limito a dire “Eja”. “tittia”, “sa basca”. Forse è poco, ma non finisce qui, anche perché il sardo ormai lo capisco, anche il logudorese. Certo, a volte mi manca la possibilità di parlare nel mio dialetto o di condividere ricordi del mio passato con qualcuno che li conosca. E poi, dopo il terremoto che ha distrutto la mia casa e quella dei miei genitori, non che il mio paese e gran parte della città che considero mia, L’Aquila, avendo lì studiato e vissuto per dieci anni intensi, sento struggimento per la mia terra d’origine e una grande nostalgia per quella che era e non sarà più. Per me è una ferita sempre aperta che non credo potrà mai rimarginarsi. Comunque la Sardegna mi ha dato molto: una famiglia, un lavoro totalizzante che però mi gratifica e mi arricchisce, e un meraviglioso mare che mi riconcilia con il mondo.

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